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After Life, la commedia drammatica di Netflix che propone una riflessione sulla vedovanza

Ricky Gervais

Thomas Attila Lewis via Wikipedia (CC)

Octavio Messias - pubblicato il 23/05/22

Terza stagione di “After Life”, serie scritta, diretta e interpretata dall'umorista inglese Ricky Gervais, alla ricerca di un senso nella vita dopo la morte della moglie

Nel settembre 2018, quando ha ricevuto in Vaticano 60 partecipanti al Convegno Internazionale per le Vedove Consacrate, Papa Francesco ha affermato che la vedovanza può essere “un’esperienza particolarmente difficile”. “Alcuni mostrano di saper riversare le proprie energie con ancor più dedizione sui figli e i nipoti, trovando in questa espressione di amore una nuova missione educativa”, ha aggiunto.

Quando il vedovo non ha figli, dove e come trovare una motivazione per vivere (soprattutto nel periodo di lutto, che può durare anni)? È questa la premessa della terza serie di After Life, serie di umorismo drammatico scritta, diretta e interpretata dall’inglese Ricky Gervais, una delle stelle della commedia di oggi. I nuovi sei episodi sono già disponibili su Netflix. 

Solitudine

Creata da Gervais nel 2018, After Life lo vede interpretare Tony Johnson, giornalista di un quotidiano della piccola città inglese di Tambury che affronta il lutto per la morte della moglie Lisa dopo circa trent’anni di matrimonio. Depresso e con pensieri suicidi, il vedovo passa le prime due stagioni (del 2019 e 2020) allontanando tutti coloro che si interessano a lui con il suo umorismo sardonico e le battute impietose. Suo padre, che andava a trovare in una clinica, muore alla fine della seconda serie.

Nella terza, che esce dopo un anno di pausa a causa della pandemia, l’unico motivo che Tony ha per uscire al mattino è Brandy, pastore tedesco femmina che il giornalista curava con la moglie defunta. Tutti i giorni, quando escono per la passeggiata mattutina, Tony e Brandy vanno alla tomba di Lisa. La cagnolina non è presente solo nelle scene in cui il protagonista riferisce le vicende della cittadina sul quotidiano The Tambury Tribune. Prima di dormire e non appena si sveglia, Tony guarda i video che aveva girato alla moglie.

Fasi del lutto

Secondo la psicanalisi, l’esperienza del lutto può essere divisa in 5 tappe: negazione, quando l’individuo non accetta la perdita; rabbia, quando non riesce più a contenere quel dolore; negoziazione, quando va alla ricerca di palliativi per placare la sofferenza (vino rosso, nel caso del protagonista); depressione e finalmente accettazione. È un processo che può durare anche anni.

La terza e ultima stagione, come ha annunciato Netflix, vede Tony compiere la transizione al quinto stadio. Emma, l’infermiera che si prendeva cura di suo padre e con cui Tony aveva un feeling già dalla seconda stagione, potrebbe farlo uscire dalla solitudine, ma non sarà facile per lei conquistare il cuore del protagonista, che continua a vedere ovunque la moglie defunta e non riesce neanche a concepire la possibilità di coinvolgersi con un’altra persona (il che, a suo avviso, potrebbe macchiare quello che ha vissuto nel matrimonio).  

Accettazione

Andando in un ospedale per bambini malati di cancro, Tony fa amicizia con un ragazzino e promette di andarlo a trovare tutti i giorni finché non migliorerà. In una scena successiva, ha un’epifania che segna la sua transizione verso uno stato di accettazione. “Pensavo che disinteressarmi fosse un superpotere. Sbagliavo. Interessarsi alle cose è quello che conta davvero. Essere gentili, far sentire bene gli altri. È questo il superpotere, e lo abbiamo tutti”.

La stagione propone una delicata riflessione sul lutto e la brevità della vita. In una conversazione con Anne, che ha perso il marito ed è diventata amica di Tony al cimitero, il giornalista confessa di temere che non la moglie non abbia trovato degli angeli ad assistere al momento del passaggio perché magari non esistono.

“Ma gli angeli esistono”, dice Anne, in una delle più belle conversazioni di questa sceneggiatura eccellente. “Non hanno ali e non vivono sulle nuvole, ma usano camici da infermieri. […] Se vuoi essere un angelo, devi esserlo quando sei ancora vivo. Essere buono e fare il bene”.

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