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La società in cui non si sa morire

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Marina Andrejchenko | Shutterstock

Francisco Borba Ribeiro Neto - pubblicato il 19/05/22

Se non siamo mai soddisfatti, non siamo mai pronti per la morte. Ci sembrerà sempre che c'è ancora qualcosa da fare, un piacere per cui vivere

Di recente, per via dell’intenzione dell’attore Alain Delon di praticare il suicidio assistito, sono stato intervistato da una giornalista che si è presentata come non cattolica, e che quindi aveva bisogno di una buona spiegazione sulle ragioni per cui la Chiesa non ammette né questo né l’eutanasia. Nella nostra conversazione, mi ha detto che c’era un punto in comune tra la mia spiegazione e quella di chi difendeva il diritto al suicidio assistito: sia loro che io avevamo detto che nella nostra società le persone non sanno morire.

È naturale che non vogliamo morire. Il desiderio di morire può verificarsi solo in una situazione psichica depressiva, o in un contesto di sofferenza o termine della vita molto provante. “Saper morire”, ad ogni modo, è qualcosa di molto diverso. Significa comprendere che l’iter della propria vita è giunto alla fine, che sono state fatte le cose che andavano fatte, che è arrivato il momento di tornare al Padre (o a qualche tipo di “infinito universale”, nelle varie modalità in cui si presenta a pensatori agnostici, filosofie orientali o anche religioni animiste). Questa è la saggezza che si trova sempre più perduta nella nostra società, portando la maggior parte della gente a voler prolungare la vita in modo indefinito, mentre pochi desiderano abbreviarla per la mancanza di prospettive e speranza.

La paura della morte e la fede

J.R.R. Tolkien, autore del celebre Il Signore degli Anelli, è uno dei pensatori cattolici più radicali del XX secolo. La sua letteratura fantastica non ha un intento catechetico, ma la sua creatività, caratterizzata dal cattolicesimo, è piena di immagini e riferimenti cristiani. Una delle sue riflessioni più interessanti è proprio sulla morte.

Nel suo mondo di fantasia esistono elfi, saggi e potenti, che muoiono solo se vengono assassinati, ed esseri umani, più limitati e destinati a morire. La morte, ad ogni modo, è presentata come un dono sorprendente: attraverso di lei, gli esseri umani saranno in grado di incontrare il Creatore, in un modo vietato agli elfi. In questo mondo, però, non si può sapere come sarà quell’incontro, che resta circondato dal mistero. Il Tentatore, il Grande Nemico di tutte le creature, approfitta di questa mancanza di conoscenza, instillando la paura della morte negli esseri umani e inducendoli a praticare il male. Abbiamo paura della morte perché non sappiamo cosa accadrà, temiamo che sia quel “nulla” che divora e svuota tutto, in cui tutto ciò che è positivo scompare.

Olivier Clément, grande autore ortodosso francese, nella sua biografia spirituale, L’autresoleil, racconta che quando era piccolo ha chiesto al padre, un ateo convinto, cosa fosse la morte. “La morte è il nulla, ma bisogna essere comunque buoni”, è stata la risposta. Clément dice che nonostante la sua tenera età ha capito che c’era qualcosa di sbagliato nella risposta. Se la morte è il nulla, cos’è quel “nulla”? Cos’ha a che vedere con la bontà? Il bambino non capiva che, se la morte è il nulla, dobbiamo approfittare al massimo del tempo della vita, senza limiti etici. Di fronte al nulla della morte, qualsiasi compromesso morale corre il rischio di sembrare più una giustificazione della nostra capacità limitata di raggiungere la felicità che un vero cammino per arrivare ad essa.

La missione principale di ogni religione è proprio liberarci dalla paura della morte. La fede ci dà speranza e ci libera per i sacrifici necessari al bene comune, alla ricerca della verità e a una concezione non individualistica di ciò che è la felicità. Una giusta intuizione dell’eternità illumina tutte le religioni, perfino quelle che strumentalizzano la fede e la buona volontà dei loro credenti.

Ad ogni modo, soprattutto nella nostra epoca attuale, altri fattori ostacolano una visione adeguata della morte e l’intelligenza del “saper morire”.

La morte nella società dell’eterna insoddisfazione

In nessun’altra epoca e luogo gli esseri umani hanno avuto tanto quanto nelle città moderne. La povertà punisce duramente gran parte della popolazione urbana, ma nell’insieme godiamo di comfort e qualità di vita. Il progresso materiale umano, in sé, è positivo, e possiamo solo auspicare che i suoi benefici si estendano a tutti gli esseri umani. Comporta, tuttavia, varie difficoltà nel modo di trattare la morte.

Non siamo abituati a soffrire. Disagi e dolori che prima facevano parte della vita quotidiana non ci sono più. Questo è un bene, ma come dobbiamo allenare il nostro corpo a praticare lo sport che desideriamo, abbiamo anche bisogno di una certa pratica per sapere come comportarci davanti alle difficoltà. Non avendo più questo “allenamento”, creiamo un’avversione alla sofferenza che non ci permette di avere la tranquillità e il discernimento necessari per affrontare i momenti dolorosi. Anziché convivere con la morte e cercare l’atteggiamento più saggio di fronte all’inevitabile, cerchiamo di dimenticarla, di allontanarla dalla nostra vista e dal nostro immaginario. Lasciamo che i moribondi muoiano da soli in ospedali modernissimi, ma in cui spesso manca il calore umano delle persone care. Non ci diamo lo spazio per elaborare il lutto, cosa indispensabile per la nostra sanità mentale.

Oltre a questo, siamo una società strutturalmente insoddisfatta. Vogliamo avere sempre di più, ottenere più successo, più riconoscimento. Viviamo nella società dell’“eterna insoddisfazione”. Se non siamo mai soddisfatti, non siamo mai pronti per la morte. Ci sembrerà sempre che ci manchi qualcosa da fare, un piacere per cui vivere. Lo sguardo pacificato nei confronti della propria vita diventa sempre più improbabile, come la saggezza davanti alla morte.

Il Cantico di Simeone

Uno dei più grandi tesori del cattolicesimo, spesso dimenticato nella nostra epoca, è la cosiddetta Liturgia delle Ore, la “preghiera ufficiale della Chiesa”, che dovrebbe essere recitata nei vari momenti della giornata. Tutte le sere, prima di dormire, nella cosiddetta Compieta, ci invita a recitare il Cantico di Simeone (Lc 2, 29-32), una vera lezione su come vivere e come morire in una prospettiva cristiana.

Il vecchio saggio si dichiara pronto a morire perché i suoi occhi “hanno visto la salvezza”. È l’esperienza di una vita resa piena dall’incontro con Cristo che lo rende pronto alla morte. “Luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”, aggiunge. Di fronte all’eminenza della morte, alla luce dell’incontro reale con la persona di Cristo, Simeone non si chiude in se stesso, ma apre lo sguardo a contemplare tutto il mondo e il suo popolo, coloro che ama.

La saggezza di fronte alla morte non nasce da un disincanto nei confronti della vita, dalla paura di soffrire o da una visione stoica dell’eternità. È la compagnia concreta di Cristo, nel corso della vita, l’esperienza di sapersi amati con un affetto così potente che riesce a vincere ogni dolore e ogni sofferenza, che dà speranza e luce per il “grande passaggio”. Questa è la saggezza di fronte alla vita e alla morte che noi cristiani siamo invitati a vivere con gioia e a testimoniare davanti al mondo.

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