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Lorenzo Hervás, il gesuita “padre dei sordomuti in Spagna”

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Alvaro Real - pubblicato il 12/05/22

Ha dedicato parte della sua vita allo studio del linguaggio dei non udenti, nel XVIII secolo, perché i “muti” non rimanessero isolati socialmente

Lorenzo Hervás y Panduro nacque nel piccolo villaggio di Horcajo de Santiago, nella provincia di Cuenca. I suoi genitori erano agricoltori, e lui, molto giovane, decise di entrare in un seminario gesuita.

Ricevette una formazione approfondita in vari ambiti, che lo portò a dedicarsi ad architettura, medicina, filologia e astronomia. A 25 anni venne ordinato sacerdote e inviato nella provincia di Cuenca per essere parroco.

Poco dopo, l’ordine gesuita lo mandò in America, dove imparò varie lingue indigene e iniziò ad appassionarsi di linguistica. Scrisse Visión del Universo, un’enciclopedia in 21 volumi, 5 dei quali dedicati alla linguistica. A Roma conobbe la Scuola per Sordomuti, che gli avrebbe ispirato il famoso libro Escuela española de sordomudos.

Si tratta di un lavoro storico, perché avrebbe rivisto l’educazione che si offriva ai non udenti in Spagna e cambiato completamente la concezione che si aveva di loro.

Innanzitutto, dimostrò che il linguaggio dei sordi aveva idee grammaticali. Confrontò il “linguaggio dei sordomuti” con varie lingue del mondo, e mostrò i ruoli semantici e la loro similitudine a livello di schemi universali e strutture linguistiche. Lorenzo Hervás y Panduro non creò il linguaggio dei sordomuti, ma gli diede una categoria scientifica e fece sì che venisse considerato una lingua tra le altre.

In secondo luogo, propose di differenziare la sordità dall’essere muti. Nel suo studio spiegava che chi perdeva l’uso dell’udito dopo aver imparato a parlare non era nelle stesse condizioni di chi non aveva mai sviluppato la lingua orale.

Si tratta di un’argomentazione fondamentale, perché molti “muti” si trovavano in condizioni di isolamento sociale, e questa condizione era dovuto alla sordità. Per questo, Hervás y Panduro proponeva di chiamarli “sordomuti” e chiedeva che quanti si dedicavano alla loro educazione dominassero il linguaggio dei segni.

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