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Sprechi e violenze nella moda, e anime senza il vestito più bello

DOONNA, MUCCHIO, VESTITI

ronstik | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 10/05/22

Per produrre una T-shirt s'impiegano 2700 litri d'acqua. Un'incursione negli sprechi e nelle violenze di cui sono macchiati i nostri vestiti. Siamo fashion victims: vittime di una bulimia di consumo che, sotto sotto, insinua tutto è usa e getta.

Un circolo vizioso di rifiuti (umani)

Ieri verso le 14 è arrivato il corriere. Ricevere un pacco procura una dose di gratificazione facile, ed è un meccanismo che tendo a replicare. Nel pacco c’era, tra l’altro, una t-shirt rossa per mia figlia, vista su un sito due giorni prima e arrivata subito al mio domicilio. Ho dovuto solo cliccare e da desiderio a realtà il passo è stato veloce e comodo.

Conosciamo questa routine. Leggendo alcuni contributi che conviderò nei paragrafi successivi, mi sono resa conto che il vero viaggio complessivo di quella t-shirt rossa low cost è con ogni probabilità molto più lungo e molto meno comodo di quanto è sembrato a me, consumatrice gaudente.

Sappiamo che il settore moda sfrutta la manodopera a basso costo dei paesi in via di sviluppo. Guardando il marchio della t-shirt rossa e facendo una breve ricerca su internet, mi sono fatta l’idea attendibile che sia stata confezionata dalle parti dell’India. E proprio il marchio in questione è stato oggetto di forte critica dopo un caso (ce ne saranno centinaia sommersi nel silenzio) di morte per violenza sessuale di una giovanissima addetta alla produzione in una fabbrica.

Nel gennaio 2021, la 20enne Jeyasre Kathiravel è stata trovata morta in un terreno agricolo vicino casa dopo un turno in una fabbrica di vestiti, nell’area di Kaithian Kottai nel Tamil Nadu […].

Dopo le indagini condotte il suo diretto supervisor ha confessato la violenza carnale e l’omicidio della giovane che già, nei mesi precedenti, aveva subito molestie e intimidazioni sessuali, impotente però di reagire a un sistema incancrenito. Sono state ascoltate diverse lavoratrici che hanno raccontato tutte le stesse identiche storie di soprusi.

Da Greenme
RAGAZZA, INDIANA, FABBRICA

Il viaggio della mia t-shirt potrebbe essere plausibilmente cominciato dalle mani di una donna trattata come rifiuto. Ed essendo un prodotto a basso costo, lo tratterò da capo usa e getta. La prossima stagione finirà nell’immondizia. Ma dove?

Un’infinita distesa di rocce, il territorio più arido al mondo, eppure capace di fiorire, ogni anno, in un’esplosione di porpora acceso. Non sono, però, le celebri rose a ricoprire ora, per chilometri, il deserto di Atacama, nel Nord del Cile. Bensì una coltre spessa di stoffa multicolore. Magliette, pantaloni, gonne, cappelli sparsi alla rinfusa tra le dune o accumulati in bizzarre montagne di tessuto. […] Atacama è la destinazione finale delle centinaia di migliaia di abiti usati confezionati a basso costo nelle fabbriche-pollaio dell’Asia per rifornire i negozi di Stati Uniti ed Europa. 

Da Avvenire

Dalle fabbriche asiatiche, al mio armadio, fino al deserto cileno. E non è solo l’ambiente a patire lo smaltimento inquinante di tonnellate di vestiti, ma anche chi vive lì. Quell’enorme discarica nel deserto si riempie alla svelta, ciclicamente i vestiti vengono bruciati per smaltirli e il fumo tossico investe la cittadina di Alto Hospicio. Per un caso segnalato, quante altre discariche piene di oggetti del nostro passeggero desiderio ci saranno?

Una t-shirt costossissima

Da un essere umano trattato come rifiuto in India, ad altri esseri umani ridotti a inalatori di rifiuti in Cile. Mi rendo conto che la mia t-shirt ha un costo altissimo. Al netto della mia ricostruzione del tutto ipotetica, non è affatto ipotetico supporre che dietro un capo di abbigliamento così easy ci sia una catena di produzione assai poco virtuosa.

E c’è un altro fattore che alza il prezzo di quella benedetta maglietta.

Quanto all’acqua, lo stesso rapporto parla di 79 miliardi di metri cubi consumati, l’equivalente di 32 milioni di piscine olimpioniche, dato ripreso anche dal Servizio di ricerca del Parlamento europeo, che aggiunge un’ulteriore informazione: per produrre una T-shirt occorrono 2.700 litri d’acqua potabile, quantità sufficiente a soddisfare il fabbisogno di una persona per due anni e mezzo. 

Da Rivista missioni consolata

La citazione si riferisce al rapporto Pulse of the fashion industry del 2017 che analizza i costi del comparto moda in termini di sprechi e inquinamento. Non è un tema nuovo, i dati allarmanti sono noti e anche i punti molto dolenti di questo sistema che, apparentemente, ci permette di avere tutto quello che vogliamo, in breve tempo e a basso costo.

Sempre secondo il report Pulse of the fashion industry 2017, è da attribuire all’industria dell’abbigliamento la produzione di 92 milioni di tonellate di rifiuti solidi all’anno, pari al 4% del totale mondiale. Secondo le proiezioni del rapporto, le tonnellate di tessili che elimineremo saranno 148 milioni l’anno nel 2030: ogni secondo, stima la Ellen MacArthur foundation, un camion di spazzatura pieno di vestiti finisce in una discarica.

Ibid.
RAGAZZA, MODA, RIFIUTI

In questo ciclo produttivo mi rendo conto – in qualità di consumatore – di essere una vera fashion victim. Non sono trattata da persona, ma da anello di una catena che parte da una sovrapproduzione e genera sovracconsumo. Di me viene usato quel ‘bisogno di avere di più’. Ridotto a una serie di desideri da esaudire in fretta, questo ‘di più’ mi schiavizza senza soddisfarmi. La logica inquinante di una certa visione della moda riesce a fare strike di vittime, dal produttore al consumatore e allo smaltitore.

L’unico (apparente) vincitore del sistema è chi conta i profitti di questa fast fashion. Ecco a cosa si riduce il mio bisogno di un di più, all’avidità di un altro.

Anime senza il vestito bello

Facendo ricerche su internet è facilissimo trovare molti spunti da parte di chi reagisce con sdegno di fronte a una moda così insostenibile. C’è chi dà il taglio green e chi quello homemade, c’è la voce umanitaria e quella del riciclo. Si risponde alla vergogna dello spreco e dell’inquinamento con tante idee buone. Ma un tassello manca, ed è a monte.

Di fronte ai disastri si tende a reagire in modo istintivo. E sono, tendenzialmente, risposte di breve gittata, anche se virtuosa. Il cristianesimo è un ottimo alleato di strategie operative ad ampio spettro. Perché ci porta sempre a fare i conti con la nostra origine.

Oso dunque orientare l’argomento di una moda troppo inquinante verso il contenuto di una parabola arcinota, quella del figliol prodigo. Infatti, il soggetto che inquina è un uomo dal cuore a sua volta inquinato, cioé tradito in un suo bisogno essenziale.

Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

Luca, 15

Qualcuno ha cucito per noi un vestito bellissimo, prima ancora che noi ne sentissimo il bisogno. Lo dimentichiamo, e fuori da questa casa è un deserto di abbagli e rifiuti.

Il figlio andato via di casa cercava qualcosa di bello e di nuovo, là fuori (ed è, spesso, lo stesso criterio con cui io apro la homepage di qualche sito di moda). Possiamo immaginare che la terra abitata per tutto il tempo in cui è stato lontano dal padre sia proprio quella in cui viviamo noi. Si elemosina in ogni angolo e pertugio quel di più di cui siamo affamati e assetati, e non si trova mai.

Si fissa un guardaroba pieno e si finisce a dire: non ho niente da mettere. Sapessimo tradurre questa frase con il vero senso che ha, ‘ma io chi sono?’!

WOMAN FASHION

Siamo esiliati finché restiamo in un posto che, non potendo darci il vestito migliore, ci trasforma in creature bulimiche di abiti e accessori – usa e getta. E il rischio è che anche la nostra anima si senta un vuoto a perdere.

Quando il figliol prodigo torna a casa, per prima cosa il padre gli fa portare il vestito più bello. C’è un posto – lo sguardo di Dio Padre – in cui la nostra bellezza si mostra intera nella sua nuda presenza, al punto che l’abito ha solo il compito di svelare e sottolineare il di più di bellezza di chi lo indossa.

Il di più di cui abbiamo bisogno è il rapporto vivo con chi mi veste del Suo amore, perché mi ha creato con l’ipotesi che la mia presenza fosse cosa buona. L’abito più bello non l’ho comprato, mi è stato donato. Con questo sguardo nella coscienza, si può poi tradurre in un comportamento etico nei confronti della moda. E una grande stilista aveva già intuito il succo di tutto.

Compra meno, scegli bene, fallo durare

Vivienne Westwood

Ecco qui 4 semplici consigli.

1 produrre meno

Orsola de Castro, co-fondatrice e direttrice creativa di Fashion Revolution afferma:

Nel regno dell’industria della moda, si tratta di produrre meno perché la maggior parte di ciò che produciamo non è necessaria. La velocità ha ucciso le abilità, quindi dobbiamo riportare quelle abilità per creare equilibrio.

Da Good on you

Less is more, trova sempre nuove scampoli di verità. L’eccesso di produzione risponde alla nostra perenne tentazione di avere cose nuove, averle subito a disposizione, perdere poco tempo per trovarle.

Qualcuno sta tentando la via virtuosa della prevendita per disinnescare la logica della sovrapproduzione, che a sua volta innesca il girone sempre più incontrollato dei saldi. Prevendita significa cura e pazienza: si confeziona un vestito adatto alla persona che lo chiede, ci vuole più tempo per averlo, allora gratifico la pazienza con un prezzo vantaggioso.

Riduce gli sprechi e si allontana dalla cultura di massa, che ci riduce tutti a taglie e indirizzo di spedizione.

2 Rammendare

L’arte del rammendo è molto cristiana, cucire e ricucire ci parla di cose che si rompono ma si possono riparare. Oggi invece si butta, perché è più facile liberarsi di un pantalone sdrucito piuttosto che cercare una sarta che lo ripari. E tutto ciò, nel lungo termine, insinua una diffidenza e ritrosia verso la cura degli scarti. Non siamo molto lontano dal vero nel dire che la cultura dell’usa e getta ricade anche sulle persone fallate, ammaccate, ferite.

Si può invece ripartire da un vestito per dire qualcosa all’anima:

Sempre Orsola de Castro afferma:

Direi di rimanere un custode di vestiti. In verità, l’unico antidoto a una società usa e getta è quello di mantenere. L’unico modo in cui possiamo rispettare le persone che hanno realizzato i nostri vestiti è onorare i vestiti che hanno fatto, anche se è fast fashion.

In altre parole, il tuo top SHEIN merita comunque la riparazione anche se è SHEIN. Ripara tutto perché le riparazioni sono il primo passo verso le riparazioni e la guarigione della nostra società.

Ibid.
SEWING, NEEDLE, DRESS

3 Pensare prima di comprare

Un’altro spunto è quello dello slow shopping. L’impulsività, la frenesia ci spingono a comprare in fretta, lasciandoci trascinare dalla voglia senza che ci sia il bisogno. Prendersi il tempo di pensare anche al proprio guardaroba, di stare in un negozio senza pressioni è un altro trend virtuoso. E in qualche modo, pur essendo applicato allo shopping, può debordare anche nell’ambito delle abitudini di vita. Fermarsi, trattenersi, riflettere.

L’idea è di pensarci due volte prima di acquistare, evitare di comprare impulsivamente sapendo che se un oggetto, un bene, non ci è utile davvero o non è ‘su misura’ diventa molto probabilmente un qualcosa di inutile che ingombra le nostre case e ci ha in sostanza fatto buttare soldi oltre che diventare un tema da smaltimento ecologico.

Da Ansa

4 guardaroba a capsule

La novità è negli occhi e non in un vestito nuovo. Avrete senz’altro già sentito parlare del guardaroba a capsule, una tendenza per ridurre gli abiti nell’armadio e moltiplicare il modo di sfruttarli.

Il termine è nato negli Anni 40 per indicare una piccola collezione di capi pensati per essere indossati insieme, armonizzandosi tra loro nel colore e nelle linee. Il concetto si è poi lentamente evoluto e con questa espressione oggi ci riferiamo a una selezione di indumenti intercambiabili, attraverso cui massimizzare il numero di combinazioni possibili. L’obiettivo è quello di avere un outfit adatto a qualsiasi occasione senza possedere troppi capi di abbigliamento.

Questo di solito si ottiene acquistando quelli che sono considerati pezzi chiave, e che spesso sono anche capi iconici, senza tempo e di grande qualità.

Da Elle

Questo criterio ribalta la prospettiva consumistica. Non si ragiona più in termini di cose da comprare, ma in termini di persona. Si valuta quale tipo di colori (… il fantastico mondo dell’armocromia…) e quale tipo di abiti valorizzino ciascuno, si punta su capi evergreen e di ottima fattura, che sono molto flessibili negli abbinamenti e non stancano. Al risparmio si affianca la creatività. Se con sette note possiamo spaziare da Mozart ai trapper, con pochi assi nell’armadio sicuramente saremo in grado di presentarci in modo piacevole e adeguato in miriadi di contesti.

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