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Edith Stein nel centenario del suo Battesimo (FOTO)

saint Edith Stein

Public Domain

Feliciana Merino Escalera - pubblicato il 10/05/22

Congresso mondiale sulla spiritualità e la mistica della martire del nazismo

Nel 2022 si commemorano i 100 anni dal Battesimo di Edith Stein. In questo contesto, si è celebrato ad Ávila (Spagna) un Congresso Mondiale di Spiritualità e Mistica in Edith Stein.

Edith Stein ha sofferto sulla propria pelle l’esplosione di uno degli ateismi attivi più forti e con maggiore potenza della storia, dagli effetti terribili, come il regime nazista. È stata consapevole del pericolo, dello scherno, della caricatura che si stava facendo degli ebrei e che si sarebbe fatta in seguito con i cristiani, in definitiva con chiunque non credesse ad altro che agli dèi nazisti.

Per questo scrisse a Papa Pio XI, che era ben consapevole di ciò che stava accadendo. Scrisse la sua lettera pochi mesi dopo che Hitler era giunto al potere, quando ancora nessuno sapeva bene quale atteggiamento avrebbero adottato i nazisti su molte cose. Edith Stein comprendeva perfettamente quella logica di potere, e cosa fece? Divenne monaca carmelitana.

La vocazione carmelitana che si era manifestata fin dal momento della sua conversione iniziò ad acquisire consistenza. Edith preparò il suo ingresso nel Carmelo, e il suo desiderio – inizialmente frenato dai consigli della sua guida spirituale (perché aveva ancora molto da dire al mondo e sapeva farlo) – divenne realtà davanti ai suoi occhi, di fronte alla rassegnata pazienza dei suoi familiari e al terribile dolore della madre. L’ultimo giorno che Edith trascorse in casa fu quello del suo compleanno, e accompagnò la madre alla sinagoga. Poi tornarono a casa passeggiando e chiacchierando: “Quella notte, nessuna delle due riuscì a riposare”.

Libertà interiore

Molti dei suoi amici si aspettavano altro da lei. Speravano che portasse avanti la sua carriera accademica, o che continuasse ad essere attiva nella difesa dei diritti della donna, perché era coraggiosa e intraprendente. “Perché ora si nasconde?”, pensavano. Non fu comunque una cosa repentina. Quello che fece non fu fuggire, ma agire nel modo più sensato, in questa e in qualsiasi altra circostanza: diede il suo “Sì” al Signore. Può sembrarci insignificante per il mondo di oggi, ma è forse l’atto più rivoluzionario da compiere, frutto di una libertà interiore che niente e nessuno può azzardarsi a giudicare.

Il suo ingresso nel Carmelo di Colonia avvenne il 14 ottobre 1933, e si protrasse fino al 31 dicembre 1938, quando la cruda realtà del nazionalsocialismo e della persecuzione nazista la portano a trasferirsi al Carmelo di Echt, in Olanda, dove rimase fino al 2 agosto 1942, quando Edith Stein e sua sorella Rosa, convertita di recente, vennero strappate alla clausura e trasferite dalle SS ad Auschwitz, dove morirono nella camera a gas il 9 agosto 1942 insieme a molti altri ebrei convertiti.

In questo modo, il nazionalsocialismo agiva in segno di rappresaglia nei confronti dell’atteggiamento assunto dalle autorità ecclesiastiche olandesi. Di fronte all’invasione delle truppe tedesche in Olanda e alla massiccia persecuzione della popolazione ebraica olandese, i vescovi d’Olanda indirizzarono al commissario del Reich una protesta unanime contro la deportazione degli Ebrei. Di fronte al silenzio delle autorità tedesche, la lettera pastorale, inviata per telegramma l’11 luglio 1942, venne letta il 26 luglio in tutte le parrocchie olandesi. La rappresaglia non si fece aspettare, e tutti gli Ebrei cattolici vennero deportati.

Edith Stein

L’ingresso di Edith Stein nel Carmelo non rappresentò, anche se potrebbe sembrarlo, una rottura rispetto alla sua tappa precedente. Nella convivenza totale nella comunità, mantenne le sue preoccupazioni filosofiche sul tema della persona, che conciliò con le attività liturgiche e domestiche e con i suoi doveri come novizia.

Cercando sempre la verità, cercando Dio

Teresa Benedetta della Croce, come si fede chiamare dopo aver preso l’abito nell’aprile 1934, “è un esempio visibile di come si possano unire integralmente scienza e fede, quando l’unico obiettivo dell’esistenza è la ricerca della verità” (Félix Ochayta). L’unità di fede e cultura si traduce in lei nella fedeltà alla verità, come una ricerca che non ha fine, né per la ragione né per la fede, più che come incontro con la verità che è Dio: “Chi cerca la verità cerca Dio, ne sia consapevole o meno”, affermava Edith Stein. Non c’è verità umana che ci possa saziare, non c’è bene né bellezza che non trovino in Cristo stesso il loro massimo compimento dei desideri del cuore umano, della sua fame di verità.

Con il suo “Sì”, Edith Stein ha dato pienezza di senso a una vocazione personale che comprendeva la portata della dignità umana dalla prospettiva dell’Amore, dell’Amore per Cristo.

È proprio questa libertà interiore, centro di tutto il suo essere, che l’ha portata al martirio per il popolo di Israele, a cui si sentiva più unita che mai dalla sua conversione al cristianesimo, e non per sincretismo, ma per il riconoscimento del fatto che in Cristo si compiono le promesse fatte al popolo eletto da Dio.

Dichiarata martire, beatificata da Papa Giovanni Paolo II il 1° maggio 1987, canonizzata l’11 ottobre1998 e dichiarata copatrona d’Europa il 1° ottobre 1999 (Spes Aedificandi), Edith Stein è un esempio del fatto di vivere la solidarietà fino alla morte, al punto da presentare a Papa Pio XI una petizione perché promuovesse un progetto di enciclica contro il razzismo e l’antisemitismo. La morte del Pontefice nel 1939 impedì che questo disegno venisse attuato.

Edith Stein ha condiviso con il suo popolo ebraico l’amaro finale di una comunione tra cristiani ed ebrei, essendo questo il senso della sua idea di espiazione – l’idea di una sofferenza redentrice per cui “il servo dolente di Dio porta sulle spalle la colpa del mondo” (Christian Feldmann). Questo la trasformò in una nuova Ester:

“Ed è per questo che il Signore ha preso la mia vita per tutti. Devo pensare continuamente alla regina Ester, che venne strappata dal suo popolo per intercedere davanti al re per il popolo stesso. Io sono una povera e impotente piccola Ester, ma il re che mi ha scelta è infinitamente grande e misericordioso. Questa è un grande consolazione”.

Segno di riconciliazione

Edith Stein è una “sintesi drammatica del nostro secolo”, come l’ha definita il Papa durante l’omelia della sua beatificazione. La sua morte rappresenta un segno di riconciliazione tra il popolo ebraico e il nuovo popolo di Dio, come raccoglie il suo testamento spirituale, offerto come testimonianza di salvezza non solo del popolo a cui è stata unita, ma anche di tutti gli uomini e per la vera pace.

Oggi che il conflitto in Ucraina torna a presentarci la necessità della pace e della riconciliazione, chiediamo la sua intercessione, certi che il tesoro della sua santità possa dare speranza a un’Europa mutilata in cui la vergogna della guerra e il sussulto di tutti davanti all’orrore non avranno l’ultima parola. Chiediamo, attraverso Santa Edith, la pace e la fine della guerra. Chiediamo al Signore di fare nuove tutte le cose.

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