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“Sostenere gli immigrati non è ideologia, è fede cattolica”

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Philip Laubner | CRS

Inma Alvarez - pubblicato il 06/05/22

Parla ad Aleteia Roberto Navarro, Director senior dello US Church Engagement di Catholic Relief Services

Il 27 aprile, più di 400 leader cattolici ispanici si sono recati al Campidoglio degli Stati Uniti a chiedere davanti ai loro rappresentanti, sia democratici che repubblicani, una riforma della legge migratoria che ponga fine alla situazione di instabilità dei migranti accolti con Immigrants with Deferred Action for Childhood Arrivals (DACA) e Temporary Protected Status (TPS).

Quello che forse molti non sanno è che questa azione è stata possibile grazie al sostegno di Catholic Relief Services (CRS), l’organizzazione umanitaria internazionale della Conferenza Episcopale Statunitense.

Il CRS svolge da anni questa funzione di sostegno nel Paese, lavorando anche al di fuori degli Stati Uniti in due aree: da un lato, aiuta i migranti nel tragitto perché non cadano nelle mani di trafficanti e narcotrafficanti, dall’altro aiuta i Paesi d’origine ad affrontare le cause delle migrazioni e a evitare che le persone si vedano costrette ad abbandonare le proprie case.

Abbiamo parlato con Roberto Navarro, Director senior dello US Church Engagement all’interno del CRS.

Può spiegarci perché quest’atto celebrato al Campidoglio è un elemento importante per gli ispanici e per il cattolicesimo negli Stati Uniti?

Credo che sia un punto molto, molto importante, perché è qualcosa che si è costruito nel corso degli anni. Da più o meno cinque o sei anni si sta sottolineando il fatto di assicurarsi che i cattolici degli Stati Uniti siano preparati a levare la propria voce profetica davanti al Governo per questa problematica dell’immigrazione.

È stato un giorno storico, perché 400 leader ispanici di tutto il Paese sono andati non solo a levare la propria voce per parlare della necessità di una riforma migratoria, ma anche a parlare dei fattori che spingono gli immigrati a venire in questo Paese.

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Sappiamo che gli immigrati oggi arrivano a causa della violenza, della situazione economica e anche dei cambiamenti climatici, che negli ultimi decenni hanno influito molto sulle loro strutture.

È stato un evento storico perché ciascuno dei 400 leader aveva dietro di sé una rete di persone. Potremmo pensare che 400 siano pochi, ma ciascuno rappresentava gruppi o comunità con migliaia o centinaia di migliaia di persone.

Molti in Occidente pensano che temi come l’ecologia o l’immigrazione facciano parte di un’agenda ideologica, e che il Papa ne sia complice. Per chi lavora nei Paesi di provenienza dei migranti, come il Catholic Relief Service, non è così. Potrebbe spiegare perché?

I cambiamenti climatici, per Paesi come gli Stati Uniti, non sono in genere un “problema”. Abbiamo accesso a comfort, non soffriamo gli effetti del fatto di avere caldo o freddo. Possiamo ancora ricevere cibo, comprare quello di cui abbiamo bisogno.

Spesso non comprendiamo l’impatto che hanno i cambiamenti climatici nel mondo in questo momento, e ovviamente per le persone più povere e vulnerabili, che dipendono dalla pioggia, che dipendono dalle stagioni in cui si può seminare e coltivare. Non comprendiamo la loro disperazione quando non piove più mentre prima pioveva.

È come un effetto domino, perché non avendo i mezzi per nutrirsi o per vendere i prodotti, la lotta per la sopravvivenza fa aumentare la violenza. E la gente, per poter vivere, si vede costretta a fuggire dai propri luoghi d’origine.

Oggi circa un terzo delle terre agricole del Centroamerica non è più coltivabile per gli effetti dei cambiamenti climatici, e anche perché si usano metodi agricoli inappropriati. L’impatto dei cambiamenti climatici sarà sempre immensamente più forte per le persone che vivono di agricoltura. In Colombia si sono seccati dei fiumi, e le stagioni della pioggia hanno sperimentato cambiamenti enormi, come abbiamo notato anche nei nostri Paesi ricchi. La differenza è che io posso stare a casa mia e posso cambiare la temperatura in base a quello di cui ho bisogno, ma milioni di persone non hanno questa possibilità.

Nella cultura statunitense c’è ancora la visione del Messicano che emigrava decenni fa perché voleva avere una vita più comoda, migliore. La nuova immigrazione, però, è molto diversa, il profilo del migrante è cambiato. Ad esempio, il Venezuelano non emigrava, e ora milioni di Venezuelani hanno abbandonato il proprio Paese…

Sì, io ad esempio sono un immigrato, sono venuto negli Stati Uniti dal Messico proprio per progredire a livello economico, ma ora la realtà è che si emigra per la violenza, per i cambiamenti climatici e per la questione economica.

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La domanda è come mettersi nei panni delle persone che arrivano. Ho avuto l’opportunità di visitare Messico ed El Salvador, e mi sono chiesto spesso come un padre o una madre possa far fare ai figli da soli un viaggio così pericoloso. Sembra disumano che un genitore faccia questo ai suoi figli, vero?

Quando si parla con le persone che abitano lì, però ti dicono “In questo Paese, con la violenza, con la mancanza di lavoro, con l’economia che ha, i miei figli moriranno, ma se vanno negli Stati Uniti o in un altro Paese possono morire, ma c’è anche una speranza che si salvino”.

E allora, se mi metto nei panni di quelle persone attraverso le loro storie, riconosco che se avessero nel loro Paese quello di cui hanno bisogno non verrebbero qui. Vengono perché la violenza e la miseria sono insopportabili. Non c’è modo di sopravvivere.

La migrazione è cambiata, e non solo nel Centroamerica, ma in tutto il mondo. Non importa da dove vengano le persone – Ucraina, Afghanistan… Quando chiedi loro perché se ne vanno, dicono che fuggono dalla violenza, per sopravvivere, ma se potessero non lo farebbero.

Io ero in El Salvador e chiedevo sempre questo alla gente: “Perché mandate i bambini da soli negli Stati Uniti? Non vi importa che muoiano?”

E una donna mi ha detto: “Ho una figlia e due figli, e paghiamo per proteggerli, perché le bande non li reclutino. Ho anche una nipote. Un mese fa, sono venuti i membri della banda e hanno detto a mio fratello: ‘Tua figlia è stata scelta come nostra principessa’. Ciò vuol dire che la prendono, la violentano e poi entra nel mondo della droga e tutto il resto”.

Allora mi ha detto: “Io ho una figlia. Se mia figlia resta qui, arriverà al punto che aumenteranno le quote che già non posso pagare, e allora mia figlia soffrirà sicuramente, morirà. La mia opzione era mandarla negli Stati Uniti. È vero che nel tragitto può essere violentata, può essere uccisa, ma ho una speranza che arrivi e abbia la possibilità di essere felice e costruirsi una vita. Se resta qui non ce l’ha”.

Ascoltandola, pensavo ai miei quattro figli e a mia figlia. Se vivessi quella situazione e questa fosse la mia opzione, farei sicuramente lo stesso per mia figlia. Quando ascolti cose di questo tipo, la tua prospettiva cambia.

Come cattolici, abbiamo l’opportunità e la necessità di condividere la storia di queste persone. Siamo chiamati ad essere i piedi e le mani di Cristo nel mondo. Non basta stare seduti, andare a Messa ed essere fratelli, no? Ci riempiamo del Corpo di Cristo. Bisogna uscire ed essere il corpo, corpo di Cristo per gli altri. Nelle nostre posizioni da leader, abbiamo la responsabilità di portare il popolo di Dio a lottare per quello a cui Dio ci chiama, a vivere i valori del Vangelo, anche se a volte ci fa male.

Il Catholic Relief Services sta compiendo uno sforzo enorme in Centroamerica, soprattutto nei Paesi bolivariani, per affrontare le cause dell’emigrazione…

Sono quelli che chiamiamo fattori di spinta: cambiamo le strutture nel Paese per combattere gli effetti dei cambiamenti climatici, attraverso l’educazione e altro. Aiutiamo con tecniche di coltivazione e altre risorse. Abbiamo programmi di costruzione della pace.

Cerchiamo di rispettare la dignità della persona, perché ce lo chiede la nostra fede. Abbiamo tutti il diritto di avere quello di cui abbiamo bisogno per vivere come figli e figlie di Dio. E allora nei Paesi d’origine cerchiamo di concentrarci sul cambiamento delle strutture. Qui negli Stati Uniti, chiediamo ai nostri senatori e ai nostri rappresentanti di sostenere disegni di legge che incrementano l’aiuto all’esterno, proprio per aiutare a promuovere i programmi di sostegno, per ridurre i fattori di spinta, che sono i motivi per i quali gli immigrati vengono in questo Paese. Come ho detto in precedenza, abbiamo lavorato per anni con la comunità ispanica in questo senso.

Attualmente, il 42% o più dei Cattolici negli Stati Uniti è di origine ispanica, e a livello di età al di sotto dei 16 anni siamo al 62%. Abbiamo molta più capacità di influenza di quanto immaginiamo. Abbiamo la responsabilità di sostenere le necessità altrui in base ai valori del Vangelo e della nostra fede. E una di queste è ovviamente la riforma migratoria.

Questo processo di sostegno, a vostro avviso, è radicato nella Dottrina Sociale della Chiesa, non in una visione ideologica…

Esattamente. A volte negli Stati Uniti diciamo che la Dottrina Sociale della Chiesa è il segreto custodito meglio al mondo. Pregare, andare a Messa, i sacramenti, tutto è importante, ma noi siamo anche i piedi e le mani di Dio nel mondo, e siamo chiamati a entrare in azione.

La dottrina sociale della Chiesa è molto importante, e molta gente in realtà non la conosce. E parte di questo processo è una connessione, soprattutto per noi che veniamo da tanti Paesi dell’America Latina, dove pensavamo di non poter avere influenza. Siamo arrivato con una mentalità per cui il cambiamento non è possibile.

In questo Paese ci sono possibilità di cambiamento, perché con i nostri appelli e le nostre visite possiamo cambiare la mentalità di molti rappresentanti.

Il punto principale della Dottrina Sociale della Chiesa è la dignità della persona umana. Questo è il primo principio. Stiamo cercando di far sì che le persone abbiano ciò che merito, quello che Dio ha creato. Abbiamo una voce, e siamo chiamati a usarla per accompagnare gli altri. Non mi piace molto dire che dobbiamo dare voce a chi non ce l’ha, perché tutti hanno una voce. Dobbiamo aprire lo spazio per portare il messaggio dove forse ancora non arriva.

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