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Come il Concilio Vaticano II mi ha aiutata a vedere i film “inappropriati” in una nuova luce

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Zoe bg | Shutterstock

Cerith Gardiner - pubblicato il 03/05/22

Un interessante documento conciliare getta luce sull'industria dell'intrattenimento e sul suo dovere morale

La questione relativa a cosa sia accettabile e cosa inaccettabile in un film è saltata nuovamente fuori suscitando dibattiti dopo l’uscita di Padre Stu, la storia vera di un pugile statunitense diventato sacerdote, interpretato nel film da Mark Wahlberg.

La pellicola ha diviso il pubblico sul fatto che la storia avesse bisogno o meno delle tante imprecazioni che costellano il film. Alcuni sono molto delusi da questo fatto, mentre altri ritengono che li abbia aiutati ad apprezzare il potere della conversione e della vocazione di padre Stu.

Personalmente, il film mi è piaciuto. Non so se derivi dal fatto che non mi sono concentrata sulle parole scurrili o che ho imparato davvero qualcosa dalla storia, che mi ha lasciata più positiva di quando ho iniziato a vederla, ma mi ha fatto sicuramente pensare.

Ho letto con interesse molti commenti sia di persone che non avevano problemi con il linguaggio di Stu che di altre che ne erano rimaste profondamente offese. Comprendo certamente entrambe le posizioni, ma mi ha fatto interrogare su cos’abbia da dire la Chiesa non solo sulle parolacce nei film, ma anche su altre questioni che toccano le problematiche morali, come la violenza il sangue, soprattutto visto che mi affascinano certi generi che implicano la presenza di serial killer (in mia difesa, dico che ho studiato Criminologia vari decenni fa).

Ed è qui che entra in gioco il Concilio Vaticano II.

In un documento intitolato Inter mirificasulle comunicazioni moderne, c’è una sezione che affronta il “ritratto del male morale” e dice:

“La descrizione o la rappresentazione del male morale possono indubbiamente, anche per il tramite degli strumenti di comunicazione sociale, servire per una più approfondita conoscenza ed analisi dell’uomo, ad illustrare e ad esaltare lo splendore della verità e del bene, mediante appropriati effetti drammatici. Tuttavia, se non si vuole che rechino più danno che vantaggio alle anime, è necessario attenersi fedelmente alla legge morale, soprattutto quando si tratta di cose che richiedono il dovuto rispetto o che si prestano a favorire le disordinate passioni dell’uomo, ferito dalla colpa originale”.

Sono rimasta colpita dalla frase “esaltare lo splendore della verità e del bene, mediante appropriati effetti drammatici”. Per me è stato così nel caso del film Padre Stu, anche se alcuni lettori hanno commentato che sarebbero riusciti a immaginare la sua pre-conversione anche senza bisogno di un linguaggio inappropriato.

È forse in questo senso che il testo è particolarmente utile. Dopo tutto, alcuni hanno bisogno più di altri di espressioni esplicite. È il bello del fatto di essere tutti diversi. È importante, però, sapere quando fermarsi. Come ha affermato Wahlberg in un’intervista, ha scelto deliberatamente di eliminare una serie di parole dalla sceneggiatura.

Ho trovato interessante anche la nozione di “male morale”. Immagino di non essere l’unica a pensare che le scene gratuite di violenza e contenuti sessuali in molti film e spettacoli mirino solo a scioccare e stuzzicare, e sicuramente non a educare. Sono questi film che mi fanno sentire a disagio.

Il livello di violenza in film e serie televisive, come il controverso Squid Game, mi lascia l’amaro in bocca, e purtroppo la loro popolarità sembra in aumento.

Se purtroppo non esiste una classificazione che stabilisca quali film contribuiscano “ad illustrare e ad esaltare lo splendore della verità e del bene”, per ora dovrò usare il mio buonsenso e chiedermi se penso che vedere un film o una serie mi offrirà un’esperienza positiva. Al massimo si può sempre spegnere la televisione.

Tags:
concilio vaticano iifilmmark wahlberg
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