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Marco: debiti, strozzini, divorzio. Incontra don Pietro prima del baratro

CAMPAGNA DON PIETRO SIGURANI POVERI ROMA

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Silvia Lucchetti - pubblicato il 23/04/22 - aggiornato il 28/06/22

Marco è al capolinea. Dopo una vita segnata dalla droga la moglie lo lascia. Lui perde la sua attività a causa dei debiti e finisce a vivere per strada. Alla Casa della Misericordia di Don Pietro Sigurani ritrova dignità e riscopre la fede

Un’esistenza di menzogne ed errori. Schiavo della dipendenza dalla droga e dal gioco. Un matrimonio fallito, due figli, una montagna di debiti. Marco si ritrova a vivere per strada perché gli strozzini gli tolgono anche la macchina. Col cuore pieno di rabbia e sensi di colpa vaga alla Stazione Termini come un uomo già morto. Poi incontra don Pietro Sigurani e pian piano comincia a risalire la china in cui era sprofondato.

La storia di Marco

Sono Marco, ho 43 anni, 2 figli. Me so’ tatuato i nomi loro addosso. I primi casini l’ho combinati che c’avevo 15 anni, l’età di mio figlio grande. Ho comprato insieme ad altri amici della comitiva deSan Basilio (quartiere periferico di Roma NdR.) un pacchetto di fumo da tagliare e rivendere. Quando mio padre l’ha scoperto è invecchiato de botto. Ero sotto casa: lui rientra dal lavoro, parcheggia, mi fa segno di seguirlo. Silenzio de tomba fino a che non siamo saliti e lì mia madre che me bombarda di domande e se mette a strillare come na pazza.

Da quel giorno è stato tutto un casino dietro l’altro. Sono stato steccato a scuola tre volte, cannette, furtarelli. Poi sempre impicci, scommesse, truffe, droga. Così so’ iniziati i debiti. All’inizio non ci dormivo la notte, stavo angosciato a lavoro, me fumavo tre pacchetti de sigarette a bbotta.

Quando ho incontrato quella che poi è diventata mi moje le ho nascosto tutto e ho iniziato a regalarle cose che non me potevo permette. Altri debiti. Conti da sistemare restituendo “favori:” fare da palo… tene’ in casa la robba…

Mi’ padre nun ha mai perso fiducia in me però. Anzi. Ad ogni cavolata, dopo la delusione, seguiva na sorta de premio. M’ha fatto recupera’ gli anni persi in una scuola privata, m’ha comprato il motorino, poi la moto, poi la macchina. M’ha aperto un negozio, poi me l’ha ingrandito. Nel frattempo lei è rimasta incinta e così so’ diventato padre io. Un maschio, orgoglio mio e de nonno. Tutto uguale a me.

Il matrimonio è stato duro. Quando non c’hai la testa né da na parte né dall’altra c’è poco da anna’ avanti. Lei voleva fa’ la signora ma io nun c’avevo na lira. M’ero inventato tutto. Rubavo pe campa’ e pe gli sfizi mia. Il negozio andava male, spendevo tutto quer poco che se guadagnava. Quante litigate con mi moje: scenate, minacce, i vicini chiamavano le guardie in piena notte. Se mettevano in mezzo le famije nostre, s’azzuffavano (venivano alle mani NdR.). Il piccolo ce guardava co l’occhi spauriti. Mo’ se ce penso me vergogno come n’cane. Che omo de merda so’ stato.

enfant

Ho detto tutto ar prete (Don Pietro Sigurani NdR.) quanno m’hanno portato da lui. Gli ho ringhiato addosso tutto sto schifo de vita. Lo volevo spaventa’ a quer vecchio co la puzza de sagrestia, urlavo come n’indemoniato. Erano mesi che dormivo pe strada. All’inizio c’avevo la macchina ma poi er cravattaro (usuraio NdR.) de Laurentino 38 m’ha torto pure quella.

Stavo fori de brutto. Ingannavo tutti, riempivo tutti de bugie. Quando c’hai le dipendenze è così m’hanno detto i volontari che stanno qui da Don Pietro. So’ angeli. Non c’era solo la cocaina, ma pure il gioco (gratta e vinci, slot machine, scommesse) e le donne.

Quando mio padre è andato in pensione ha deciso de veni’ a lavora’ con me pe damme na mano ar negozio. Tutto era sballato, i conti nun tornavano, un sacco de buffi (debiti NdR.). Ha deciso di gestire lui e da lì è iniziato l’inferno: l’ho ingannato ogni giorno, je rubavo sotto ar naso. Me sono andati male due tre impicci che me dovevano fa svorta’ (dare una svolta NdR.) e così me so ritrovato addosso gli strozzini. M’hanno puntato pure na pistola sulla tempia. Non m’hanno sparato perché c’avevo er negozio e lo mettevo a garanzia. Quelli so’ annati da mi padre a batte cassa e lui ha iniziato a indebitarsi pe paga’ tutto.

Che schifo di anni che ho passato. La seconda pupa manco me la so goduta perché mi moje m’ha lasciato, ha messo in mezzo l’avvocati, gli psicologi, me so arrivate le denunce. Io non volevo usci’ de casa. M’hanno dovuto porta’ fori con la forza. Pe paga’ l’alimenti ai regazzini ho dato l’urtimispicci che c’avevo.

Quando mi padre è morto de crepa cuore ho perso popo tutto, pure er negozio. L’hanno preso i cinesi mo’ (adesso NdR.). Quanno ce passo davanti me vie’ na rabbia. Quelli ce vendono roba surgelata che fa schifo. Na mattina all’alba l’ho visti sbatte er pesce congelato sur marciapiede. Schizzava er ghiaccio dappertutto, na puzza de piscio da sentisse male. Manco i bagni della Stazione Termini puzzeno così. E io lo so visto che c’ho vagato pe settimane alla stazione.

Non so annato manco ar funerale de papà, questo a Don Pietro Sigurani non gliel’ho detto subito. Lui non m’ha mai chiesto niente de più. E così sto segreto m’ha pesato dentro, un macigno de vergogna. Dopo qualche mese alla Casa della Misericordia, quando me so’ accorto che tutti me trattavano bene, che se davano da fa’ pe aiutamme, nun ce l’ho fatta più. Un pomeriggio ho finito il turno al lavoro novo, ho fumato na sigaretta (ormai ho chiuso co la robbaccia, solo tabacco) e me so incamminato. So’ arrivato davanti alla Casa e ho pensato: mo’ te becchi il disprezzo suo e te stai pure zitto.

PAPIEROSY

“Don Pie’, te devo di’ na cosa”. Lui m’ha risposto: “vuoi confessarti?”. Io ho chiuso n’attimo l’occhi e ho detto: “sì”.

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