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La trappola dell’“angolo per pensare”: come non allevare un bambino indifeso di fronte alle emozioni

Smutny siedzący chłopiec

Shutterstock | ESB Professional

Małgorzata Rybak - pubblicato il 23/04/22

Nessun bambino durante il “time-out” (“l'angolo per pensare”) ottiene l'illuminazione su quello che ha fatto male. Quello che sa con certezza è che suo padre è furioso e stanco di lui. Che è diventato distante, strano e freddo

Si supponeva che il “time-out” fosse un’alternativa alle grida e ai colpi. Il padre sereno annunciava al bambino con voce salda che doveva andare nella sua stanza per piangere o gridare.

Le educatrici della scuola materna mandano un bambino di cinque anni nel gruppo dei più piccoli allo stesso scopo. Come con tutte le scorciatoie, l’effetto è solo temporaneo. A lungo termine ci sarà un danno per la relazione e la capacità dei bambini di gestire la situazione quando le cose diventano difficili.

Si è scritto molto sul pericolo di lasciar piangere i bambini.

Con l’età, il bambino diventa più furbo nell’usare questo metodo. Imparare a regolare l’attività emotiva con i bambini richiede tanto tempo quanto la maturazione del loro cervello, ovvero fino all’età adulta.

Durante questo periodo, avranno bisogno del sostegno di adulti saggi per comprendere i loro sentimenti.

Il “time-out”

Il “tempo per riflettere” – l’angolo per pensare – apporta l’informazione per cui “quello che sta accadendo dentro di te ora è inaccettabile”.

Il bambino legge dal comportamento dei genitori che le emozioni scatenate da comportamenti difficili per i genitori (pestare i piedi, gridare, piangere) sono qualcosa di terribile e anormale.

Allo stesso tempo, deve affrontare da solo una cosa così pericolosa per il vincolo con il genitore durante l’ora o il quarto d’ora che gli viene dato per pensarci.

È come dire a un adulto che conosce solo i tasti “On” e “Off” del computer di correggere l’errore del sistema, o di sostituire i pistoni del motore quando non ha idea del lato dell’automobile in cui si trova il motore.

Nessun bambino durante il “tempo per riflettere” ottiene l’illuminazione relativa a ciò che ha fatto male.

Quello che sa con certezza è che suo padre o sua madre è furioso/a e stanco/a di lui. Che è diventato distante, strano e freddo.

Quando un bambino piange, il pianto rafforzerà la sensazione che l’adulto che si prende cura di lui indossa una maschera di indifferenza.

Un bambino che piange manda un segnale: “Aiuto!” L’adulto risponde: “Sbrigatela da te, non contare su di me”.

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Tags:
bambinieducazionegenitori e figli
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