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Jacek, il fornaio polacco che ora fa il pane a Bucha per i sopravvissuti

JACEK, POLEWSKI, FORNAIO
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Annalisa Teggi - pubblicato il 22/04/22
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Ha lasciato la Polonia ed è partito con il figlio in auto, a bordo 500 kg di farina. Destinazione Bucha: "Quando ho visto cosa è successo lì, ho pensato che la cosa migliore che potevo fare era aiutare a riavviare la panetteria".

Dalla Polonia a Bucha per fare il pane

Da circa due settimane i Russi hanno lasciato la zona di Bucha, divenuta tragicamente nota come uno degli scenari più sanguinosi della guerra in Ucraina. La città fa ora i conti con la distruzione, i traumi dei sopravvissuti e la triste conta dei cadaveri.

A dire queste parole è il fornaio polacco Jacek Polewski che ha preso una decisione ardita: lasciare la sua panetteria a Poznan (Polonia) e partire alla volta di Bucha, per mettersi a fare pane da distribuire ai sopravvissuti.

Cosa succede a Bucha

Ci sono arrivate voci e immagini sconvolgenti da Bucha. Esecuzioni sommarie, massacri, violenze. C'è stata anche l'ondata della negazione, il circolo vizioso di chi urla alle fake news. Ora che l'esercito russo ha smobilitato la sua presenza, nella città ucraina è possibile vedere cosa resta e capire cosa è accaduto. È il tempo silenzioso del lutto, e l'odore persisitente della morte resta.

UKRAINE WAR

Si parla di crimini di guerra e di potenziali crimini contro l'umanità. Gli osservatori di diverse associazioni umanitarie internazionali sono sul posto per accertare i fatti, ricostruire la verità storica della tragedia di questa città.

Ma questa è solo una parte del quadro.

C'è chi resta vivo in una città che trasuda morte. Come si fa a sopravvivere in un cimitero a cielo aperto? Come si assolve alle necessità di base?

Il pane, allora. L'alimento più semplice e trasversalmente umano. Il fornaio polacco Jacek Polewski ha pensato di dare il suo contributo partendo da qualcosa di semplice. Un conforto reale, che è anche più che cibo.

Mentre l'esercito russo era in città, una delle panetterie di Bucha era stata usata dagli invasori come base logistica. Alla partenza, i russi l'hanno lasciata sfornita di tutto, placche da forno, stampi, strumenti da cucina. Per rimettere in piedi la panificazione sono occorsi giorni di pulizia e riassestamento.

Sembra una faccenda risibile occuparsi di ciotole, lievito e bilance sullo sfondo dello spettro di armi nucleari e altri ordigni sofisticatissimi, ma è il volto operoso dell'umanità (il vero contrario dell'ipotesi bellica).

"Il pane fresco parla di calore domestico e sicurezza"

Da Poznan in Polonia a Bucha sono circa 11 ore di viaggio in auto, in linea quasi retta. Il fornaio Jacek Polewski ha deciso di percorrerle insieme a suo figlio e un amico, caricando a bordo del loro mezzo 500 kg di farina. Lungo la strada ne hanno comprati altri 600 kg. Sapevano che arrivare a Bucha sarebbe stato difficile se non impossibile, per cui la prima tappa è stata Kiev. Dalla capitale, dopo il 14 aprile, è stato possibile raggiungere anche Bucha. Il primo passo è stato arrivarci portando il pane impastato e sfornato a Kiev. Il secondo passo - ed è in corso - è quello di riavviare le panetteria della città teatro di tremendi massacri e creare una rete di collaborazione tra panetterie della zona.

E il senso di questo gesto va oltre la pur necessaria sussistenza. Il pane fresco è cibo, ma non solo. Parla di quella specie di cura e premura che ciascuno di noi associa agli affetti domestici. Si può, allora, suggerire l'ipotesi di una speranza da rifondare con una pagnotta calda, che richiede l'impegno delle mani, il lavoro lento del lievito, il caldo del forno.

Pronti per la Pasqua ortodossa

L'ultimo post su Facebook del fornaio Jacek lo vede impegnato in una panetteria di Kiev a preparare le torte per la Pasqua ortodossa. S'intuisce che l'obiettivo a cui si sta dedicando è quello di creare una rete di collaborazione tra i fornai di Kiev e quelli di Bucha che stanno tentando di riavviare le loro attività.

A corredo di una foto in cui si vede un'anziana e il suo cagnolino dentro la panetteria, Polewski racconta:

I veri incursori hanno le mani sporche di farina, verrebbe da dire con un briciolo di ironia. Quanti si sono riempiti la bocca della parola 'pace' in questi mesi? E sembra sempre così sfuggente, cosa vuol dire davvero? I famosi costruttori di pace viaggiano forse carichi di farina? Forse sì.

Perché il costruttore di pace è l'uomo che si accorge dell'indispensabile dentro l'urgenza. Le medicine, assolutamente sì. I corridoi umanitari, ci mancherebbe. Ma anche e soprattutto il pane, proprio in acqua e farina. La guerra mina alla radice la definizione di uomo, un sopravvissuto potrebbe cadere nella tentazione di sentirsi solo un cadavere mancato. Ricostruire una panetteria lì dove ci sono fosse comuni e macerie non è una mattata alla Don Chisciotte. Significa ripartire da quel genere di condivisione che Gesù scelse come ultimo gesto insieme ai suoi amici, prima della Passione.

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