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Vai lieto dietro la Croce, non avere gli occhi pavidi di Don Abbondio

FRANCO NEMBRINI, QUARESIMALI

Diocesi di Roma | Youtube

Annalisa Teggi - pubblicato il 14/04/22

Nel corso dei Quaresimali a San Giovanni in Laterano Franco Nembrini ha riletto i Promessi Sposi: si diventa grandi portando la Croce, fidandosi del Padre e non obbedendo ai padroni come Don Rodrigo.

In Quaresima con i Promessi Sposi

Che c’è d’allegro in questo maledetto paese? è il titolo scelto dalla diocesi di Roma per i 5 appuntamenti proposti per la Quaresima di quest’anno e dedicati a una lettura dei Promessi Sposi affidata alla voce robusta e paterna di Franco Nembrini. Ogni mercoledì, a cominciare dal 9 marzo, la basilica di San Giovanni in Laterano ha ospitato quest’evento, affidando l’introduzione di ogni serata a don Fabio Rosini e le conclusioni al cardinale vicario Angelo De Donatis.

Il romanzo di Manzoni è stato uno di quelli più citati non appena la pandemia è entrata a gamba tesa nelle nostre vite. Quella che sembrava una storia nota e puramente letteraria si è mostrata di nuovo per quel che è, un attuale resoconto della nostra tribolazione umana, proteso a una speranza che non è stoltezza riconoscere. Vera nel passato remoto e vera oggi.

E anche l’orizzonte degli eventi resta immutato. Come usciremo da questa pandemia, migliori o peggiori? Ce lo siamo chiesti fino allo sfinimento, taluni limitandosi a ragionare e altri rotolando verso un cinico pessimismo sull’umanità. Renzo e Lucia stanno lì da secoli a dirci che la risposta è affidata, con tremore e vertigine, alla libertà personale. Dentro la grande cornice della peste, i promessi sposi hanno vissuto la tribolazione di un matrimonio impedito; così come dentro la cornice del Covid moltissimi hanno portato croci personali pesanti.

Il tema è perfettamente quaresimale. Croci su croci, calvari da camminare. E allora: cosa c’è d’allegro in questo paese che pare maledetto? Abbiamo ancora – come le pie donne – una buona notizia da portare?

Al bivio con Don Abbondio

Le cose hanno dentro un segreto, ha detto don Fabio. Un segreto che solo occhi educati possono intravedere, o addirittura vedere in modo clamoroso. È un’educazione dello sguardo il problema. Ed è quel che Dante descrive in modo mirabile proprio alla fine del percorso quando dice: io continuavo a fissare lo stesso oggetto, ma quello stesso oggetto si trasformava davanti ai miei occhi, non perché non fosse più lo stesso oggetto, ma perché i miei occhi si purificavano progressivamente.

È il punto di partenza di ogni giorno, di ogni ora, di questa Quaresima. Siamo tutti ciechi, siamo tutti in una valle oscura, perciò il problema per tutti è vedere, vedere le cose per quello che sono.

Franco Nembrini
EYES LOOKIN UP,

Il viaggio di Renzo e Lucia, quello di Dante e il nostro cominciano da quest’ipotesi. Il segreto delle cose e del nostro stesso essere si svelano in un romanzo, cioé in una trama di voci, eventi e scelte che ci vede in azione in mezzo agli altri uomini. La via del Calvario, che è sintesi di ogni altra specie di viaggio, non fu una via solitaria ma affollata di gente d’ogni tipo. Ed è questo coro che evita le insidie del nostro egoismo. Quando leggiamo una storia o guardiamo un film tendiamo a identificarci in un personaggio, ma in realtà dovremmo imparare a vedere in ogni figura sulla scena qualcosa di noi.

Con questa sfida Franco Nembrini ha osato dedicare una delle sue chiacchierate quaresimali interamente a Don Abbondio, che è quello che ognuno escluderebbe subito dall’immedesimazione. Chi vuoi essere? Di sicuro non Don Abbondio. Anche Don Rodrigo e Gertrude, nelle loro ombre di male, sono più attraenti del parroco pavido.

Eppure. Quella scena iniziale di lui che cammina, scansando i sassolini per non avere il minimo inciampo, possiamo davvero dire che non abbia nulla a che fare con noi? La strada spianata, la cerchiamo. Schivare gli ostacoli, eccome. La via dolorosa, se si può evitare evitiamola.

I bravi che incontra lo attendono in un punto in cui la strada forma una Y, un bivio. A quell’incrocio della vita Don Abbondio sceglie di obbedire a un padrone (Don Rodrigo), piuttosto che affidarsi al Padre.

Pensate cosa vuol dire dover dire al male, e lo sa che è il male, ‘disposto sempre all’obbedienza’. Perché la vita funziona così, non c’è una terza via: o hai un padre, o hai un padrone. O Geppetto o Mangiafuoco. Tertium non datur. Non c’è alternativa. Sant’Ambrogio diceva: “Guardate quanti padroni hanno coloro che non riconoscono l’unico Signore”. O un padre o un padrone. La storia di Don Abbondio che pretende di essere neutrale è la storia di uno che serve il male, finisce per esserne complice, ‘disposto sempre all’obbedienza’.

Franco Nembrini

Solo la Croce è una via operosa

E forse il primo padrone di Don Abbondio non è neppure Don Rodrigo, ma il proprio io. L’egoismo dello stare al sicuro è il primo nemico che ci sottrae al Padre. L’obbedienza a Dio, invece, ci catapulta dentro il mondo, perché in ogni tribolazione si gioca una partita più grande di quel che riguarda il singolo che patisce. Don Abbondio resta a casa sua. Lucia invece se ne va, e una delle tante conseguenze di questo calvario sarà la conversione dell’Innominato. Anche Renzo se ne va, e il suo viaggio finirà nel lazzaretto a perdonare Don Rodrigo.

Siamo sicuri che il centro dei Promessi Sposi sia solo un matrimonio rimandato, e non le peripezie di Dio che chiede aiuto a due ragazzi semplici per convertire tante pecorelle smarrite? L’occasione si è presentata anche a Gertrude, che le ha voltato le spalle. Chiusa anche lei, come Don Abbondio, nella fortezza del suo io di pietra.

[Don Abbondio] è un uomo che si struttura la vita negando, cioè cercando di evitare lo status di bisogno che invece caratterizza la vita dell’uomo. Perché se hai bisogno, cammini, chiedi, cerchi, domandi, costruisci, torni indietro magari, ma è un tentativo dopo l’altro. E tu diventi grande.

Franco Nembrini

Il centurione, il buon ladrone, Don Rodrigo, l’Innominato sono testimoni della via operosa che è il Calvario. Lucia e Renzo hanno patito, ma sono diventati co-protagonisti di un disegno più grande della loro piccola vita domestica. Il dolore, la mendicanza, l’incertezza, la malattia hanno fatto camminare la promessa della felicità oltre il recinto nuziale, coinvolgendo altre storie ferite. Che specie di padre sarà diventato Renzo dopo aver assistito a quel capolavoro di amore e speranza che è la madre di Cecilia?

Si diventa grandi portando la croce.

Lieti nel lazzaretto dell’umano

L’epilogo del romanzo di Manzoni accade nel lazzaretto, e forse oggi riusciamo a immaginarcelo meno astrattamente. Abbiamo negli occhi e nella memoria recente i nostri ospedali al collasso, storie di persone che non hanno potuto dire addio ai loro cari. Abbiamo anche negli occhi i centri di accoglienza alle frontiere con l’Ucraina. Il bisogno e la vulnerabilità diventano il fulcro su cui Manzoni fonda l’ipotesi provvidenziale del suo romanzo. E non è solo una storiella.

Franco Nembrini ha deciso di affidare il nodo di questo paradosso alla voce di Rose Busingye, un’infermiera nata e cresciuta a Kampala, in Uganda. Lì da tantissimi anni ha costruito un’opera per aiutare chi vive negli slums, curando la piaga ancora devastante dell’Aids. Nel tempo ha creato una comunità di donne che lavorano e l’aiutano a portare la fede cristiana in mezzo alla povertà assoluta. Quando Rose cominciò la sua missione, quelle stesse donne – malate di Aids – buttavano via le medicine che lei portava loro. Se non hai una speranza, perché guarire? Meglio morire il più in fretta possibile.

A lei, che assomiglia tanto a un Fra Cristoforo nel lazzaretto, Nembrini ha chiesto cosa significa portare la croce in un luogo dove Dio sembra assente. E Rose ha risposto:

Io faccio quello che riesco a fare, ma guardandoli con gli occhi di Cristo. Guardando con Lui, perché sono certissima che Dio li sta guardando. Se Dio avesse voluto sconfiggere la povertà, poteva farlo con uno schiocco di dita. In un attimo l’avrebbe fatto, è come nel caso della guerra. Se Lui volesse, in un attimo la farebbe cessare. Perché la lascia lì è un mistero. Devo starci davanti, lasciare a Dio lo spazio di fare.

Se Dio avesse voluto che Renzo e Lucia si sposassero subito, ci sarebbe riuscito con uno schiocco di dita. E ciascuno di noi ha e ha vuto la tentazione di dire la stessa cosa riguardo alle prove di cui è disseminata la vita. Il Calvario è Dio che si fa spazio dentro le strade della nostra città-anima. Lasciagli spazio e camminagli dietro. Dio non ha pratiche da chiudere alla svelta, ma cuori da spalancare e occhi da purificare.

Quello a cui ci stiamo richiamando stasera non è una scelta eroica. È la scelta di ogni giorno, ma non la scelta ‘da che parte stai?’ nel senso del partito. Nel senso invece delle domande da cui siamo partiti tre mercoledì fa: chi cercate? che cosa guadagnamo noi qui? E allora uno diventa operoso, inventa, trova strade di solidarietà, di bene, di perdono, che non avrebbe mai neppure immaginato. E finalmente può essere lieto davvero.

Franco Nembrini
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