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Roman: anche le mie vecchie mani servono ancora a qualcosa

UOMO ANZIANO

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Annalisa Teggi - pubblicato il 13/04/22 - aggiornato il 23/04/22

Arrivato in Italia dall'Albania per fare l'artigiano, è stato tradito e derubato. Anziano, ora vive per strada alla giornata. Alla Casa della Misericordia di Don Pietro Sigurani trova in un pasto caldo l'abbraccio di una famiglia.

Un uomo anziano, solo e senza una casa. Roman passa le giornate a rimediare qualcosa da mangiare e a rimuginare sugli errori della sua vita. Sentirsi scarti da vecchi pesa e fa male, può sigillare un’anima nella gabbia della rabbia. Solo chi ha provato sulla propria pelle la povertà che chiude lo stomaco può farsi compagno di un uomo che non vuole accanto nessuno. Don Pietro è una voce che Roman ha riconosciuto amica.

Quando è ospite alla Casa della Misericordia Roman sente che il tempo della sua vita non è vuoto, perso e inutile.

La storia di Roman

Mi chiamo Roman e ho 72 anni. So lavorare bene il ferro, me l’ha insegnato mio padre. Da piccolo lo guardavo piegare il metallo duro, faceva cancelli e letti soprattutto. Però lui piegava me allo stesso modo, con la forza. E sono diventato così anch’io, alla fine sto bene solo con le cose dure. Qui in Italia dormo sui marciapiedi attorno alla stazione Termini, niente cartoni. Schiena sul muro e gambe sul cemento. Ho imparato nel vostro paese il detto “mi spezzo ma non mi piego”: sono proprio così, perché preferisco rompermi e morire, ma lasciarmi piegare ancora no.

Le mie mani sono diventate di ruggine, fanno male a chi le tocca e non ho voluto stringerla a Don Pietro il giorno che l’ho conosciuto. Allora lui mi ha abbracciato. Mi ha invitato alla Casa della Misericordia e ogni tanto ci vado. Guardo gente che serve e sorride. Lì si chiede «permesso» e si dice «per piacere», ma non è la dolcezza dei rammolliti.

Per strada non si parla, si sopravvive a botte. In stazione è pieno di gente e tutti s’ignorano, è pieno anche di occasioni per chi tira a campare. Mi piacciono i binari dei treni, ognuno dritto per conto suo. Passo molto tempo a fissarli, se ho delle briciole le butto ai piccioni. Siamo tutti bestie affamate, solo che loro possono volare via. Dove volo io? Tornare in Albania, impossibile. Me ne sono andato 20 anni fa, speravo di cambiare ed è finita male.

TRENI, BINARI, ROMA

Ero diventato un marito e un padre duro come il ferro, che si beveva e giocava i suoi soldi. Mia moglie mi ha lasciato e ha fatto bene, ma mio figlio mi è sempre mancato. Non sono capace di amarlo, però pensavo che potevo dargli delle cose. Vado in Italia e divento ricco, dicevo. L’Italia la vedevo in TV, i quiz in cui c’erano tante ragazze belle attorno a Gerry Scotti e avevo sentito che c’era lavoro per uno come me. Faccio i soldi, abbastanza per portare mio figlio a vedere il Milan o la Juventus allo stadio. Così lui può dire di avere un padre bravo.

Mi hanno fregato una sera che avevo bevuto forte, mi hanno offerto un bicchiere e poi un altro. Erano in due, ho vuotato il sacco su tutto. E loro mi hanno detto che potevano portarmi in Italia a lavorare, che gl’italiani non fanno più lavori pesanti, che c’era da fare fortuna. Tutto organizzato: dovevo fare le valigie, portare i miei risparmi e loro ci guadagnavano i soldi del viaggio col pulmino. Lo avevano fatto tante volte, ci ho creduto. E il giorno che siamo partiti c’erano altri con me, anche un ragazzino che voleva diventare come Vieri. Sua madre lo ha baciato mille volte prima di partire, gli aveva infilato soldi ovunque anche nelle mutande. Era solo un bambinetto con le scarpe bucate e parlava delle macchine che si sarebbe comprato facendo il calciatore. Si è addormentato sul sedile col pallone in mano.

Un viaggio tranquillo, un paio di giorni, e poi la botta. Avevo già visto il cartello di Roma, quando il pulmino si è fermato in uno spiazzo. Pensavo avessimo bucato, invece hanno tirato fuori una pistola e ci hanno bendati e legati. Ci hanno scaricati in posti diversi, forse sono stato l’ultimo o il penultimo. Gli altri urlavano insultando, e quelli ridevano. Non ho detto nulla, sono sceso e mi hanno riempito di calci per far capire che non scherzavano e sono filati via. Le mie borse e i soldi perduti. Sono rimasto lì senza niente, quando ho tolto la benda ero in mezzo a un campo con delle pecore. Rivedo la scena dentro di me con rabbia continuamente e più ci penso più sono capace di fare del male. Quel ragazzino dove sarà? O è morto o è diventato uno pericoloso.

Racconto questo perché Alberto dice che aiuta a togliere il rancore. Lui è il ragazzo che mi serve a tavola quando vado da Don Pietro a mangiare. E ascolta.

Ho passato 20 anni in giro da quando sono in Italia. Solo posti dove stare e soldi da rimediare, nessun amico e poche parole. Una volta ho perso un lavoro buono perché ho menato il capo. Ma anche i soldi e un buco per dormire a un certo punto non c’erano più. E pure la forza la perdo ogni giorno che passa. Son finito per strada e a volte ho rubato, a Termini però si arriva a sera con lo stomaco a posto senza fatica. La gente butta panini quasi interi e due gocce di caffè restano sempre nei bicchierini di carta. L’angolo riparato quando fa freddo me lo so guadagnare.

Due mesi fa ho trovato dei guanti sotto una panchina e ho riso forte. Uno che passava ha detto che dovevo bruciare, ma mi è rimasto il buonumore addosso e ho fatto una cosa strana. C’era una ragazza confusa, si muoveva a scatti e girava in tondo. Le ho detto dove prendere la metropolitana e il biglietto. Lei dopo poco è tornata. Mi ha portato dell’acqua e una focaccia, si è fermata a parlare. Parlava lei, io non riuscivo neanche a guardarla. È tornata il giorno dopo insieme a Don Pietro e due ragazzi.

Già altri ci hanno già provato a portarmi via dalla strada e mettermi da qualche parte, ho sempre mandato tutti a quel paese e se non capivano erano pugni. Don Pietro ha parlato della fame che ha patito da bambino, usava le parole di chi sa com’è uno stomaco vuoto e una testa a pezzi. Quelli che erano con lui non si sono messi a farmi storie, avevano portato pasta calda e del cioccolato. Abbiamo mangiato assieme, fuori da Termini in mezzo alla gente che ci guardava.

«Mangiare seduti a tavola è meglio, però» ha detto la ragazza del giorno prima. Da allora ogni tanto vado a pranzo alla Casa della Misericordia perché ho fame, sì. Uso anche il bagno, qualche giorno fa si era rotto lo scarico e Alberto non riusciva a sistemarlo. Ci ho messo due minuti, perfetto. «Tu hai le mani buone» mi ha detto. Ma no, io sono cattivo. Poi ho capito che «buone» significa anche «capaci», e quello è vero. Ho ancora delle mani che si ricordano bene come tirare, piegare e aggiustare. Da troppo tempo le uso solo per prendere quello che gli altri buttano e colpire chi vuole prendere quel che è mio. Servono ancora le mie mani? Alberto dice di sì, e che mi aspetta domani.

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