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Tania: l’amore che ho incontrato vince la rabbia e l’odio della guerra

TATIANA BARANOVA

Emmaus - La casa volante

Annalisa Teggi - pubblicato il 24/03/22

Tania perde i genitori da piccola, è invalida e trascorre l’infanzia in un orfanotrofio ucraino. Ci parla a cuore aperto di come l’incontro con amici cristiani le abbia dato una nuova famiglia. Qualche settimana fa è scappata, il bar di Kharkov dove lavorava è stato distrutto dai bombardamenti, ma lei dice: “Ho messo in valigia poche cose ‘calde’ come l’icona di Maria, Madre di Gesù”.

Ero a Brescia, ospite a casa degli amici Laura e Francesco. A cena ho ascoltato con una commozione profonda il racconto di Francesco, che insieme a un gruppo di amici ha fatto il lungo viaggio fino al confine slovacco per accogliere alla frontiera alcune ragazze ucraine disabili in fuga. Erano i primi giorni della guerra, non eravamo ancora travolti – con il rischio di una tremenda assuefazione – dalle immagini sconcertanti dei profughi alle frontiere polacche e rumene.

Queste ragazze hanno alle spalle storie pesanti. Sono cresciute in orfanotrofio e poi hanno incontrato la carezza di Cristo nell’esperienza che è il progetto Casa volante di Emmaus. Lo scopo di questa ‘impresa umana’ è quello di accompagnare chi ha vissuto il dolore e la disabilità a prendere coscienza del suo valore unico di persona, e a cercare la propria vocazione.

Dove sono ora queste ragazze fuggite? – ho chiesto a Francesco. Erano a un’ora di macchina da dove mi trovavo. Ho capito che sarebbe stato un bene per me incontrarle, perché la faccenda della guerra stava già diventando un grande calderone astratto di piani militari e commenti politici. Avevo bisogno di guardarle e basta, stando zitta in effetti. Comunicazione possibile non c’era. Io non parlo né russo né ucraino, loro non potevano venirmi incontro usando l’inglese.

Laura Rodella è stata l’interprete tra noi. Ha fatto un lavoro enorme e straordinario anche per l’intervista che leggerete. I traduttori sono vere figure di pace e speranza: per quanto precario sia, trovano il modo di costruire un ponte di parole tra sponde lontane. Grazie di cuore, Laura, di averci aiutato ad ascoltare la voce di Tania in italiano.

TATIANA BARANOVA, LAURA RODELLA
Tania, sulla sinistra, e Laura

Per raggiungere questo gruppo di ragazze nella bergamasca (dove sono ospitatate) sono passata per Nembro, uno dei luoghi più colpiti dalla pandemia. E ho pensato che le ferite aprono la pelle, e forse spalancano di più la fessura da cui far entrare il bene. Mi pareva non così assurdo constatare che lì – tra gente che è stata ferita a morte dal Covid – si facesse spazio per ospitare chi era ferito a morte dalla guerra.

Sono stata zitta, dunque. Ma tra le ragazze c’era chi aveva voglia di raccontare. Quella che leggerete ora è la storia di Tatiana Baranova, ma per i tantissimi amici è semplicemente Tania. La sua voce è un pugno nello stomaco di realtà e insieme una roccia di fede. Qui il punto non sono le tante etichette possibili – l’orfanotrofio, la disabilità, la guerra -, ma l’evidenza che di cosa accade quando Dio entra come compagno di strada nel cammino di ogni persona. Neppure le circostanze più avverse possono cancellare tutto l’amore di cui è capace ogni anima.

Cara Tania, nascere e vivere in Ucraina per te non è stato facile. Mi racconti un po’ della tua vita?

Sono nata nel 1992, un anno difficile per l’Ucraina; c’erano problemi con il lavoro e con la nutrizione. Nella mia famiglia sono nati tre figli: due fratelli e io. Noi (Tania e uno dei due – Ndr) fino ai 7 anni non potevamo camminare con le nostre gambe per via della malnutrizione. Abbiamo avuto un’invalidità a causa di una malattia per la quale le ossa rimangono deboli e funzionano male. Ecco, noi a causa di ciò non potevano camminare.

Io amavo molto i miei genitori, mia mamma e mio papà. Loro a quel tempo non potevano lavorare, per il fatto di avere figli invalidi. Il maggiore era sano. Mio padre beveva, ma non mi ha mai picchiata. Mi prendeva sempre in braccio, e io sentivo il calore del suo abbraccio. Poi per il fatto che mio padre beveva costantemente, mia mamma si è legata a un uomo giovane e per mio padre è stata una ferita enorme. Non ha potuto sopportarla. Io penso che questo fatto, più il fatto che noi fossimo invalidi, sia il motivo per cui lui si è impiccato.

Poi il giovane uomo di mia mamma ha voluto che noi andassimo tutti in orfanotrofio, voleva vendere il nostro appartamento per comprarsi una macchina. Mia mamma non voleva e per questo motivo è stata picchiata forte da lui. È finita in ospedale e quando è uscita dall’ospedale è stata uccisa. Mio papà è morto quando avevo cinque anni e mia mamma è morta quando ne avevo sette.

Ho vissuto in un orfanotrofio di bambini con invalidità e senza genitori. Ritengo che il nostro orfanotrofio non fosse cattivo, rispetto ad altri di cui ho avuto notizia. Certamente quando vivi in orfanotrofio ti viene la domanda: perché non ho una famiglia? Certamente avresti voluto una famiglia e hai queste domande. Per dieci anni ho cercato risposte a queste domande. Poi ho capito che la mia famiglia è l’organizzazione Emmaus, gli italiani che ci sono nella mia vita, gli amici in Ucraina, la Comunità Volante.

Ognuna di queste è per me una forma di famiglia. Qualcuno ha una famiglia che ha la forma di madre e padre, e qualcuno ha la forma che passa tramite gli amici. Elena Mazzola è per me come una mamma. Io ho risposto così alla domanda su chi sia la mia famiglia. Elena è per me l’esempio di amore, lo sono anche Silvio Cattarina, lo è Oda, un’amica di Leopoli, lo è Vasilij Sidin, il direttore del teatro Timur, tramite il quale ho conosciuto gli italiani, le persone che adesso mi circondano.

Lui è stato per noi come un padre. Non ha lasciato la sua famiglia, ma ha amato noi allo stesso modo in cui amava i suoi figli. Lui ci insegnava a guardare chi è vicino a noi e ad aiutare gli altri, a essere uomini. Tramite questo direttore del teatro e la sua famiglia direi che mi è accaduto l’incontro con Dio. Ho visto che quando hai attorno delle persone come queste, ti viene voglia di vivere, di migliorare, rendere migliore il mondo. Quando hai intorno degli esempi così ti viene voglia di avere un grande cuore e fare per gli altri quello che loro hanno fatto per te.

Cos’è la Casa Volante? Come hai conosciuto questi amici? Cosa è cambiato per te?

Il direttore del teatro Timur, Vasilij Sidin, ha sempre desiderato costruire una casa per ragazzi senza genitori. Si è confrontato con Aleksandr Filonenko, dicendogli di questo desiderio enorme, e che per questi ragazzi, provenienti dagli orfanotrofi e con disabilità, era importante soprattutto che avessero una casa. A loro si sono aggiunti Lali e altri, che sono le prime persone che hanno fondato Emmaus e che, prima ancora, avevano iniziato a venire in orfanotrofio ad aiutarci con l’istruzione, con l’iscrizione all’università. Tramite loro abbiamo conosciuto poi Vasilij Sidin. Così, da loro, è nata la Casa Volante, che inizialmente era un appartamento preso in affitto.

La vita nella Casa Volante è diventata per me come la presenza di una famiglia. Ho imparato a cucinare, il mio cuore è diventato più aperto all’accoglienza degli altri. Io amo molto ricevere ospiti; nel corso degli anni abbiamo invitato diversi amici. Abbiamo fatto anche degli incontri su diversi temi, la musica, il Natale, ecc. Grazie alla vita in Casa Volante ho imparato a vivere in modo indipendente. Ma essere indipendente non vuol dire fare le cose da solo, ma che puoi fidarti di chi hai attorno, e tu puoi accogliere il loro aiuto.

Hai lasciato l’Ucraina in fretta, quando il conflitto è cominciato. Quali immagini ricordi, e vuoi ricordare, del viaggio fino alla frontiera? Che cosa hai visto di bello e doloroso nel tuo popolo in mezzo alla guerra?

Quando eravamo in attesa, in coda al confine con la Slovacchia, c’erano molte macchine, e le persone dell’Ovest dell’Ucraina, che vivono vicino al confine, hanno fatto sì che potessimo andare in bagno, ci hanno dato da mangiare, ci hanno dato dei panini, la zuppa, dolci, pannolini per i bimbi. Mi resta anche l’immagine negativa di noi che andiamo via dal nostro paese, lasciando là degli amici. C’erano dei bambini che piangevano perché volevano stare vicino ai propri genitori.

L’immagine più bella che mi rimane è quella di questi ucraini che ci aiutavano. La guerra ha mostrato un esempio positivo, tramite queste persone, del fatto che l’Ucraina dell’Est e quella dell’Ovest sono unite. C’era persino un volontario, che portava aiuti umanitari, che voleva ringraziare coi soldi gli abitanti del posto che aiutavano. Loro non volevano ricevere i soldi, tanto che una signora di loro ha detto: “Meglio dare questi soldi ai nostri soldati”. Il volontario gli ha risposto che sarebbero arrivate molte macchine ancora e molte persone a cui dar da mangiare. La signora gli ha risposto: “Dio provvede per tutto, ci darà cibo”. Io sono grata a queste persone che si sono prese cura di noi.

WAR IN UKRAINE

Dentro di te quali emozioni provi? C’è dolore? Hai paura? Sei triste?

Provo dolore per i bambini, per gli aiutanti che sono morti. C’è odio per Putin, per chi lo sostiene, soprattutto quando ho visto un certo video. Si chiedeva alla popolazione russa, facendo vedere le foto di quello che stava accadendo nelle città dell’Ucraina: “Cosa ne pensate? Sembra normale ciò che sta accadendo?” e uno degli interpellati ha risposto: “Noi ci fidiamo di Putin, è una persona intelligente; sa cosa fa”.

Io in realtà volevo rimanere a casa mia, perché avevo un lavoro. Ora non ce l’ho più perché a causa della guerra il mio bar é stato distrutto. Ho lasciato i miei colleghi, non volevo  andare via da Kharkov, ma non potevo rimanere. Una collega di Kharkov era diventata come una mia sorella e mi preoccupo molto per lei. A Kharkov avevo mio fratello, amici che sono dovuti rimanere lì. Ovviamente mi preoccupo per loro. Io sono al sicuro, ma l’anima fa male per loro in Ucraina.

In valigia ci sono delle cose, in realtà cose calde. Ho dei libri, uno si intitola La scelta. Poi ho portato con me il pigiama, giacca, scarpe, giochi. Non ho potuto prendere i miei giochi preferiti, sono tre orsetti. Quando a casa a Kharkov andavo a dormire abbracciavo questi pupazzi e dormivo con loro. Con me ho anche un’icona, la madre di Gesù Cristo, e anche cose estive, come pantaloncini e vestiti. Fino alla fine non ci credevo, non pensavo che iniziasse la guerra e di dovere andare via da Kharkov e dall’Ucraina, ma mi fido di Elena e di Emmaus, loro sanno più cose e hanno più esperienza. Solo perché mi fido di loro sono andata via dalla mia casa.

Per cosa preghi?

Prego per la pace in Ucraina, perché questa guerra finisca, perché Dio dia la ragione ai soldati russi, a Putin, perché nelle loro anime non viva la cattiveria. Perché Dio dia loro la lucidità di vedere la verità. Perché i soldati russi abbiano il coraggio di opporsi al regime di Putin, non uccidere la popolazione, non distruggere le città dell’Ucraina. E certamente prego affinché nel nostro cuore ci sia la verità, la libertà e la felicità.

Di cosa dici grazie?

Sono grata all’organizzazione Emmaus, sono grata agli italiani, alle persone polacche, alle persone dell’Ucraina dell’Ovest che ci hanno dato da mangiare. Sono grata agli italiani che ci hanno aiutato ad andarcene da Kharkov, sono grata agli italiani della casa in cui viviamo adesso. Si sente che il loro amore vince la rabbia, l’odio. Quando vedi che non sei solo, che sei amato, importante, questo amore vince tutta la cattiveria del male. E certamente si prova mancanza per i propri cari, per la propria casa, ma io sono grata agli italiani che ci hanno trovato una casa in cui vivere, e le persone che ci hanno accolto, ci hanno aiutato coi vestiti, cibo.

Inoltre abbiamo conosciuto un sacco di persone nuove. Noi abbiamo amici in Italia e abbiamo conosciuto altri, amici dei nostri amici. Queste persone ogni giorno ci aiutano con la cucina, trascorrono del tempo con noi. Vedi negli occhi di queste persone quello che è successo in Ucraina, vedi che loro si preoccupano per te, soffrono e sentono con te, pregano per te e per l’Ucraina.

Cosa vuoi dire ai ragazzi italiani della tua età che sono così lontani dalla guerra che tu hai visto?

Voglio dire agli italiani della mia età, io ho 29 anni, che quello che adesso vede tutto il mondo … ecco … la guerra può arrivare velocemente, inaspettatamente, improvvisamente. Ed è importante in questa situazione rimanere uomini, aiutare quelli che sono vicini, gli anziani, le persone invalide, le persone sole, unirsi. Quando siamo uniti si può superare tutto. Desidero che ci sia coraggio, che abbiano la libertà come l’hanno i nostri soldati ucraini, i quali sono pronti a morire per la libertà del loro territorio. Nel loro cuore c’è proprio l’amore alla patria, la responsabilità verso la famiglia, gli amici, fare il bene.

Anche quelli che non attraversano la guerra, ma vedono tutto questo, non devono aiutare per forza coi soldi. La cosa più importante è pregare per l’Ucraina e, certo, se questi miei coetanei italiani hanno dei conoscenti in Ucraina, voglio dirgli di sostenerli, infatti è già dimostrazione di amore il chiamarli e chiedere se sono vivi, come si sentono. Questo è già dimostrazione di amore e del fatto che sono preziosi e importanti.

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