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Ibrahim: “Sono arrivato in Italia con il barcone per dare un futuro ai miei figli”

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Silvia Lucchetti - pubblicato il 23/03/22 - aggiornato il 28/06/22

Ibrahim, un giovane padre eritreo, dopo aver attraversato il deserto e il Mediterraneo giunge a Roma, alla Casa della Misericordia di don Pietro Sigurani. Finalmente lì può sperare di riuscire ad ottenere pian piano il ricongiungimento con sua moglie e i loro tre bambini.

Quando hai 30 anni, una moglie e tre figli piccoli da sfamare, e sei in un Paese poverissimo dove vige una dittatura che ti costringe a vivere in un clima di guerra continua, sogni di fuggire in Italia. Una scelta necessaria per costruire un futuro migliore per te e la tua famiglia, che ti vede costretto ad affrontare un viaggio da cui molti non escono vivi.

Vi presentiamo la storia Ibrahim, un giovane padre eritreo che dopo aver attraversato il deserto e il Mediterraneo giunge a Roma, alla Casa della Misericordia di don Pietro Sigurani. Finalmente lì può sperare di riuscire ad ottenere pian piano il ricongiungimento con la sua Nura e i loro tre bambini.

La storia di Ibrahim

“Ibrahim, prima di parlare siediti e mangia”, mi ha detto mio nonno il giorno che sono andato da lui per dirgli addio. Volevo la sua benedizione perché avevo deciso di partire per l’Italia. Già da qualche giorno non mi facevo vedere in giro. Lui aveva capito tutto dal mio sguardo.

“Va bene abboi abi’ (nonno NdR.), vado a lavarmi le mani”.

Quella notte sono scappato da Asmara (capitale dell’Eritrea NdR.) insieme a Sami e ad altri tre del nostro gruppo. Siamo amici dai tempi della scuola, da quando mangiavamo la merenda al sole sugli scalini del cortile circondato dalle rose.

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Ne parlavamo da mesi del viaggio. Sempre sottovoce, di nascosto, per paura. Siamo tutti padri di famiglia, io e Nura abbiamo tre figli: Shadia, Fatma e Semir. Ho scelto di venire in Italia per loro, per dargli una vita migliore. Volevo dirlo a don Pietro la prima volta che l’ho visto a Roma. Quando sono arrivato alla Casa della Misericordia avevo bisogno di dirgli questa cosa, che ero lì per i miei figli. Ma non sapevo l’italiano, solo qualche parola d’inglese.

La sera della mia partenza ho guardato Nura mettere a letto i nostri bambini, e poi cuocermi in silenzio l’ambascià (pan dolce tipico dell’Eritrea NdR.) per il viaggio. È l’ultima cosa che ho messo nello zaino, mi ha tenuto la schiena al caldo durante la prima ora di cammino.

Ci siamo allontanati a piedi da Asmara restando muti. Erano fiorite le bouganville. Zitti e immobili ad ogni rumore, anche solo il passo di un cammello. Abbiamo preso un autobus per arrivare a Keren, poi Barentù, poi Tessenei. Da lì siamo scappati nascondendoci di continuo. Posti di blocco ovunque. Pensavo: “Ora ci trovano e ci mettono in prigione”. Invece dopo una settimana di cammino siamo arrivati a Kassala, in Sudan. Ci hanno registrato come rifugiati, e poco dopo mi sono messo a lavorare per mettere da parte qualcosa.

I giorni erano tutti uguali: tutti senza mia moglie e senza i miei figli. Ho lavorato più che potevo, facevo il muratore, ci ho messo sei mesi per fare un po’ di soldi e partire per la Libia.

Era notte quando siamo saliti su un pick up mezzo sfasciato, ammassati l’uno sull’altro come sacchi di farina al mercato. Avevo i crampi, non sentivo più le gambe. Fame, sete, paura. Sabbia e vento, sabbia e vento. Il deserto è così: quando soffia ti prende a schiaffi. Allora stringevo gli occhi, li strizzavo più che potevo per non farmi graffiare la vista.

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Ripensavo a mio nonno che dopo il nostro ultimo pranzo senza nemmeno farmi parlare mi aveva chiesto: “Sei sicuro, Ibrahim?”. “Eue” (sì, NdR.) gli avevo risposto soltanto.

Ad un certo punto mi ricordo che l’autista ha detto al compare: “Tra poco li scarichiamo”. Eravamo arrivati in Libia.

Seduti sul bordo di una strada in un paese sconosciuto. I vestiti mi pizzicavano, il sole batteva sulla testa. Si avvicinò un uomo come noi, un eritreo. Cominciò a parlare, ed io dissi subito: “Devo andare in Italia”. Era iniziata così la trattativa con il mio intermediario. Mi fece un po’ di domande. Voleva sapere se avessi qualcuno che mi aspettasse, parenti, amici. Ma io non avevo nessuno.

Mi chiese i soldi sorridendo, convincendomi che ormai era fatta:

“La barca, fratello mio, arriverà tra pochi giorni. Sì, una barca nuova, sicura, e poi guarda il mare come è calmo. Domani ti presenterò lo scafista, fratello mio. Fatti trovare qui”.

Il giorno dopo ero davanti allo scafista e ormai non potevo più tornare indietro.

Ancora soldi, tanti soldi, domande, e poi ci buttano in un capannone abbandonato vicino alla spiaggia. Siamo tantissimi, più di cento persone. È tutto sporco, siamo tutti sporchi. Quando entrano gli scafisti e iniziano a prendere a botte qualcuno, mi sento un mezz’uomo perché sto zitto e resto seduto nel mio angolo. Che vergogna, merito di morire. Ho 30 anni e sono già morto. Prego solo che arrivi presto la barca e immagino Nura al mercato che compra le spezie, i bambini che corrono, le rondini di Asmara.

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Ci siamo imbarcati di notte, il mare era piatto e noi in fila uno dopo l’altro siamo saliti sul barcone. Sami mi stava dietro, sentivo la sua paura. Ho nascosto una borraccia con l’acqua dentro i pantaloni. I sandali mi pesavano ad ogni passo.

Chissà perché mi viene presto il fiatone. Il mare dopo qualche ora comincia a far ballare la barca. Notte fonda, buio come quando al cinema Impero (principale cinema di Asmara NdR.) deve iniziare il film. Non avevo mai visto un buio così.

Nessuno del mio gruppo sa nuotare, e non abbiamo il salvagente. Guardo la luna e prego. Prego e guardo la luna. L’acqua sembra petrolio. I bambini piangono. C’è una donna con il pancione che piange, sta raggiungendo suo marito che ha trovato lavoro come meccanico. Anche io sono un meccanico le dico. Lei per un attimo sorride.

Il sole è alto, dopo due giorni di navigazione finalmente vediamo terra, non ho le allucinazioni: è la costa italiana. È come se tutti ci risvegliassimo all’improvviso, siamo tante voci che parlano, ringraziano, benedicono. “Sono vivo. Dopo il deserto e il mare tutto quello che mi aspetta sarà solo un peso leggero”, penso.

Sul molo c’è molta gente, alcuni in divisa, altri sono volontari: siamo tutti bagnati, ci coprono, ci fanno bere, ci offrono qualcosa da mangiare.

Siamo a Pozzallo. Guardo Sami e mi pare che gli zigomi gli escano fuori dalla faccia. Iniziamo la procedura di identificazione: impronte digitali, foto, domande. Le dita si macchiano, e penso all’henné sulle mani di mia moglie il giorno del nostro matrimonio. Sono le sue dita lunghe e affusolate che mi hanno fatto innamorare di lei.

Mi sembra tutto facile e bello qui, pure il centro di accoglienza. Mi addormento di colpo finalmente pulito, e quando apro gli occhi Sami sta ingoiando lacrime di gioia: ha telefonato a suo cugino che vive a Roma. “Ci aiuterà”.

“Ibrahaim, cammina da questa parte, Ibrahim stai attento a non inciampare”. Siamo arrivati alla stazione Termini: non ho mai visto tanta gente in vita mia. Il parente di Sami ci porta in un posto dove danno da mangiare, possiamo farci una doccia – dice – e lavarci i vestiti. Conosce il kescì (prete NdR.) che si occupa dei poveri. Ha aiutato anche lui qualche anno fa. Trascino i piedi, i calli mi fanno male.

Appena vedo don Pietro sento un fuoco nel cuore, ho la speranza che qualcuno possa aiutare mia moglie e i miei figli. Lo spiego ad Astier, la mediatrice culturale. “Devo parlare subito con lui, ad Asmara ho lasciato Nura e i bambini…” dico con tono agitato. Don Pietro si avvicina, mi guarda calmo come se avesse già capito, mette una mano sulla mia spalla. Astier mi traduce quello che dice: “Ibrahim, prima di parlare siediti e mangia”.

Sorride, io finalmente posso piangere.

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