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L’esame di coscienza per non essere degli incoscienti

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CONFESSION, PRIEST, WOMAN

Antoine Mekary | Godong

Padre Bruno Esposito, O.P - pubblicato il 19/03/22

Introduzione

            La Quaresima è da sempre il tempo privilegiato, ma non l’unico, per ritrovarci abbracciati da un Dio che in Cristo si è rivelato “… ricco di misericordia …” (Ef 2,4). Interessante al riguardo è notare che misericordia in ebraico si dice rahamìn, legato al termine utero, viscere. Con ciò si è inteso esprimere la qualità della specifica ed unica relazione tra padre, madre (genitori) e figlio/a: un amore ‘uterino’, del quale solo le donne sono capaci, e allo stesso tempo un amore ‘viscerale’, del quale sono capaci solo i genitori. Quindi indica allo stesso tempo la protezione materna e quella paterna, il rapporto di amore incondizionato, tra genitori e figlio/a, che si concretizza nel modo più pieno e significativo nella relazione che Dio ha con ogni suo figlio/a, membro dell’unica famiglia umana.

            “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” (2 Cor 6,2). Personalmente convinto di questa verità proclamata il passato mercoledì delle Ceneri, soprattutto nel momento presente, quando tra pandemia, guerre e crisi economica/energetica, sembra che stia uscendo fuori il peggio da ciascuno di noi, mi sembra importante riproporre di seguito alcuni spunti di riflessione per fare un onesto esame di coscienza, per vivere pienamente il sacramento della Riconciliazione, in particolare in vista della celebrazione della prossima santa Pasqua. Un esame di coscienza di fronte a Dio, a se stessi e al prossimo che se fatto, però, seriamente ogni giorno che Dio ci dona, e non soltanto in qualche occasione o circostanza, sicuramente cambierebbe il mondo in quanto convertirebbe la nostra vita a quel bene, a quel vero e a quel giusto che desideriamo o addirittura pretendiamo dagli altri, ma che molte volte noi non riusciamo a realizzare (cf Rm 7,21-23).

Il Vangelo di domani, III domenica di Quaresima dell’anno C, ci ricorda che Gesù non risponde sul perché succedono certe disgrazie e sulla colpevolezza di chi fa del male, ma invita tutti alla conversione. Questa non consiste nel desistere dal commettere qualche peccato, ma nella scelta della logica del Figlio di Dio. Ci ammonisce che dobbiamo fare presto, il tempo stringe in quanto gli anni a disposizione di ognuno sono limitati. Per questo dobbiamo sapere come viverli al massimo e l’esame di coscienza ci aiuta proprio in questo cammino di conversione. Ecco l’invito a cogliere i ‘segni del tempo nuovo’ e non illuderci che le cose cambieranno per un uomo o per un’ideologia: è necessario cambiare il proprio cuore confidando nella grazia di Dio.

Perché confessarsi e soprattutto perché a un sacerdote peccatore come me?

La cosa più importante, prima di tutto, è il rendersi conto di che cosa è veramente il Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione (Confessione) e quindi della necessità che ci accosti dopo un onesto esame di coscienza. Esso è l’incontro con la misericordia di Dio, del suo amore ‘viscerale’, grazie alla morte e risurrezione di Cristo (cf Formula dell’assoluzione). Quindi non ci troviamo di fronte ad un padrone, ma ad un Padre – direi a un genitore: a un Dio che è Padre e Madre allo stesso tempo – che vuole il vero bene e la vera felicità dei propri figli. Se non è chiaro questo aspetto, sarà impossibile vivere pienamente e con senso questo canale della grazia istituito da Cristo ed offerto a ciascuno di noi. Altrimenti, facilmente, e quasi inesorabilmente, saremo portati a sentirlo o come un momento da evitare per vergogna ovvero come uno sfogo psicologico, quasi uno scaricare materialmente ciò che sentiamo come dei ‘pesi’ o delle ‘macchie’ da lavare/levare con quella ‘lavatrice’ che per qualcuno è il Sacramento della Penitenza. Un realizzare, in altri termini, ciò che Freud chiamava ‘impulso a confessare’ o attuazione di una sorta di ‘cerimoniale nevrotico’, ma continuando a rimanere ostaggio e vittime del nostro ‘ego’. Quindi, è importante comprendere l’importanza di passare dal ‘senso di colpa’, che proviamo quando abbiamo fatto od omesso qualcosa che avevamo coscienza che dovevamo fare o evitare, con il ‘senso del peccato’, che è riconoscere di avere sprecato un dono Dio, di averlo tradito e ferito. Nel primo caso siamo in un contesto psicologico, nel secondo ci muoviamo in un contesto di amore dove sono in gioco il mio‘io’ ed il ‘tu’ di Dio, in un rapporto personale, intimo.

L’ulteriore differenza, sulla quale è bene riflettere, è che il senso di colpa è sterile o il più di volte porta ad una colpevolizzazione che preclude alla speranza, alla possibilità di cambiare in quanto fissa lo sguardo e rimane prigioniero del proprio ‘ego’, quindi getta nella tristezza che porta alla morte (cf 2 Cor 7,10), mentre il senso del peccato porta all’incontro con la grazia di Dio che ci apre e ci aiuta a guardare avanti, nella certezza che non siamo soli (cf Fil 4, 13). In questo contesto è utile rileggere le così dette Regole di vita Cristiana elencate da sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali (nn. 313-336), e soprattutto quanto riguarda l’esperienza della consolazione, frutto del compimento di quanto Dio vuole, che mi fa sperimentare la felicità, e della desolazione, effetto del peccato che può solo darmi un piacere momentaneo. Spunti che aiutano a riflettere sul fascino e la seduzione del peccato e sulla sua capacità d’illudere, e che alla fine lascia solo tristezza e rammarico di aver ancora una volta sprecato qualcosa di bello e di prezioso.

            Sul perché confessarsi ad un ministro di Dio, riporto qui quanto detto da Papa Francesco durante una catechesi: “Nel tempo, la celebrazione di questo sacramento è passata da una forma pubblica – perché all’inizio si faceva pubblicamente – a quella personale, alla forma riservata della confessione. Questo però non deve far perdere la matrice ecclesiale, che costituisce il contesto vitale. Infatti, è la comunità cristiana il luogo in cui si rende presente lo Spirito, il quale rinnova i cuori nell’amore di Dio e fa di tutti i fratelli una cosa sola, in Cristo Gesù. Ecco allora perché non basta chiedere perdono al Signore nella propria mente e nel proprio cuore, ma è necessario confessare umilmente e fiduciosamente i propri peccati al ministro della chiesa. Nella celebrazione di questo sacramento, il sacerdote non rappresenta soltanto Dio, ma tutta la comunità, che si riconosce nella fragilità di ogni suo membro, che ascolta commossa il suo pentimento, che si riconcilia con lui, che lo rincuora e lo accompagna nel cammino di conversione e maturazione umana e cristiana. Uno può dire: io mi confesso soltanto con Dio. Sì, tu puoi dire a Dio ‘perdonami’, e dire i tuoi peccati, ma i nostri peccati sono anche contro i fratelli, contro la chiesa. Per questo è necessario chiedere perdono alla chiesa, ai fratelli, nella persona del sacerdote. ‘Ma padre, io mi vergogno …’. Anche la vergogna è buona, è salute avere un po’ di vergogna, perché vergognarsi è salutare. Quando una persona non ha vergogna, nel mio paese diciamo che è un ‘senza vergogna’: un ‘sin verguenza’. Ma anche la vergogna fa bene, perché ci fa più umili, e il sacerdote riceve con amore e con tenerezza questa confessione e in nome di Dio perdona.” (Udienza generale, del 19 febbraio 2014). Nella certezza che: “Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento. Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata” (Sap 11,23-24).

Il significato vero di alcuni termini  

            Prima di presentare i principi guida dell’esame di coscienza, sono convinto dell’opportunità, se non della necessità, di riprendere il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) su alcuni aspetti che ci aiutano a contestualizzarlo in relazione soprattutto a Dio.

Prima di tutto è importante evidenziare che il sacramento della Penitenza fa parte dei così detti ‘Sacramenti di guarigione’, cioè di quei canali della Grazia che Cristo ha previsto tenendo conto della fragilità della natura umana, della mia peccabilità, nonostante la redenzione da Lui operata attraverso la Sua morte e risurrezione. Al riguardo il CCC afferma: “Attraverso i sacramenti dell’iniziazione cristiana, l’uomo riceve la vita nuova di Cristo. Ora, questa vita, noi la portiamo ‘in vasi di creta’ (2 Cor 4,7). Adesso è ancora ‘nascosta con Cristo in Dio’ (Col 3,3). Noi siamo ancora nella nostra abitazione terrena (cf 2 Cor 5, 1), sottomessa alla sofferenza, alla malattia e alla morte. Questa vita nuova di figlio di Dio può essere indebolita e persino perduta a causa del peccato” (CCC, n. 1420). “Il Signore Gesù Cristo, medico delle nostre anime e dei nostri corpi, colui che ha rimesso i peccati al paralitico e gli ha reso la salute del corpo (cf Mc 2, 1-12), ha voluto che la sua Chiesa continui, nella forza dello Spirito Santo, la sua opera di guarigione e di salvezza, anche presso le proprie membra. È lo scopo dei due sacramenti di guarigione: del sacramento della Penitenza e dell’Unzione degli infermi” (CCC, n. 1421).

Però è importante non dimenticare che nell’economia della salvezza, tra i sacramenti: “… l’Eucaristia occupa un posto unico in quanto è il ‘sacramento dei sacramenti’: ‘Gli altri sono tutti ordinati a questo come al loro specifico fine’ (San Tommaso, Sum. Teol., III, q. 65, a. 3)” (CCC, n. 1211). Infatti: “L’Eucaristia è ‘fonte e culmine di tutta la vita cristiana’. ‘Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua’” (CCC, n. 1324). Riguardo al rapporto Eucarestia-peccato, è importante soprattutto tenere presente le seguenti verità: “Come il cibo del corpo serve a restaurare le forze perdute, l’Eucaristia fortifica la carità che, nella vita di ogni giorno, tende ad indebolirsi; la carità così vivificata cancella i peccati veniali. Donandosi a noi, Cristo ravviva il nostro amore e ci rende capaci di troncare gli attaccamenti disordinati alle creature e di radicarci in lui: …” (CCC, n. 1394). “Proprio per la carità che accende in noi, l’Eucaristia ci preserva in futuro dai peccati mortali. Quanto più partecipiamo alla vita di Cristo e progrediamo nella sua amicizia, tanto più ci è difficile separarci da lui con il peccato mortale. L’Eucaristia non è ordinata al perdono dei peccati mortali. Questo è proprio del sacramento della Riconciliazione. Il proprio dell’Eucaristia è invece di essere il sacramento di coloro che sono nella piena comunione della Chiesa” (CCC, n. 1395). Quindi, l’Eucarestia rientra nei ‘Sacramenti dei vivi’, proprio a sottolineare che solo chi è in stato di grazia (quindi spiritualmente in vita) può accedervi, cosa che non è possibile per chi si trova in stato di peccato mortale, quindi spiritualmente morto e, fino a prova contraria, i morti non mangiano!

L’altro concetto che mi sembra importante chiarire previamente è quello del peccato e la differenza tra peccato veniale peccato mortale. “Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. È stato definito ‘una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna’” (CCC, n. 1849). Con questo numero, sapientemente, viene ricordato a coloro che, per il fatto di non uccidere o di non rubare, si autoconvincono che non hanno peccati. Le cose sono ben diverse nella realtà, il Signore c’invita ad uno scatto di onestà – memori che il giusto cade sette volte e che se diciamo di essere senza peccato, facciamo di Dio un bugiardo (cf Prov 24,16; 1 Gv 1,10) – invitandoci a sottoporci, a quel piccolissimo, ma allo stesso tempo il più alto e sovrano tribunale che ci sia su questa terra, che è appunto la nostra coscienza (cf san J. H. Newman). “’Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi. L’accoglienza della sua misericordia esige da parte nostra il riconoscimento delle nostre colpe. ‘Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa’ (1 Gv 1, 8-9)” (CCC, n. 1847).

Peccato veniale

“Si commette un peccato veniale quando, trattandosi di materia leggera, non si osserva la misura prescritta dalla legge morale, oppure quando si disobbedisce alla legge morale in materia grave, ma senza piena consapevolezza o senza totale consenso” (CCC, n. 1862). “Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali. Il peccato veniale deliberato e che sia rimasto senza pentimento, ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non rompe l’alleanza con Dio. È umanamente riparabile con la grazia di Dio. ‘Non priva della grazia santificante, dell’amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine eterna’” (CCC, n. 1863).

Peccato mortale

“Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore” (CCC, n. 1855). “Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione: …” (CCC, n. 1856). È importante al riguardo ricordare, vista la molta confusione, anche le condizioni che si devono realizzare affinché una persona possa commettere un peccato mortale. “Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: ‘È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso’” (CCC, n. 1857). Vediamoli uno per uno.

“La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: ‘Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre’ (Mc 10, 19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo” (CCC, n. 1858).

“Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono” (CCC, n. 1859).

“L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave” (CCC, n. 1860).

Esame di coscienza o d’incoscienza?

            “Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: ‘Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto’. Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: ‘Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso’. C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: ‘Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!’. Ma l’altro lo rimproverava: ‘Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male’. E aggiunse: ‘Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno’. Gli rispose: In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso’(Lc 23, 35-43).

Ho scelto questo dialogo tra Cristo e uno dei malfattori, che solo san Luca riporta, in quanto mi sembra che esprima in modo eloquente quelle che sono delle vere e proprie esigenze della misericordia, senza le quali è fuori luogo il solo invocarla. Infatti, ciò che è fondamentale è il cuore di ciascuno che prende atto dell’amore infinito di Dio, e si rende conto allo stesso tempo di avere sprecato i suoi doni, le relazioni con le persone e le situazioni quando, con il peccato, ha di fatto rifiutato questo amore ripiegandosi egoisticamente. Scoprendo che di fronte al peccato non è tanto importante il reprimersi, ma quanto il rendersi conto di non sprecare qualcosa di vero, di bello e di grande che si è ricevuto in dono e che siamo chiamati ad amministrare. Una vita che ciascuno di noi in questi ultimi due anni in particolare, sta riscoprendo come non scontata e, soprattutto, che si gioca durante un solo tempo, non dandosi tempi supplementari nella partita della vita: basta una malattia, una guerra …Relazionandosi con la morte non come una realtà da esorcizzare pensando che tocca sempre gli altri, ma come qualcosa con cui fare i conti sul momento. Gli effetti dannosi e devastanti di cui ci stiamo rendendo conto in questi giorni a tutti i livelli – anche se nessuno o pochi ne parlano – ed in tutti gli ambienti sociali, derivano da una soggettività concepita come assoluta, che diventa soggettivismo etico, prigioniero del suo ego, che perciò vanifica o strumentalizza ogni tipo di relazione. Siamo arrivati a voler quasi giustificare l’assurdo: l’uomo, essere finito, che pretende di avere una libertà infinita di fare tutto e il contrario di tutto, dove è solo importante che vengano posti limiti di sorta! Se siamo onesti dobbiamo prima di tutto riconoscere una tale assurdità che l’autore sacro ha lucidamente individuato nel libro della Genesi: il desiderio dell’uomo di farsi Dio! (cf 3,5).

Quindi l’atteggiamento che dobbiamo chiedere al Signore e che dobbiamo impegnarci ad assumere per poter fare un buon esame di coscienza e non d’incoscienza (cf A. Cencini, Vivere riconciliati. Aspetti psicologici, Bologna 2004, pp. 43-44), è quello, prima di tutto, di essere onesti con Dio e con noi stessi, di non illuderci di fare i ‘furbi’ in questo, o di autoconvincerci di poter barare con Dio e con noi stessi. Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1 Gv 1, 8). “Riconoscersi peccatori è già un dono di Dio, un atto possibile solo alla luce della fede, una difficile vittoria sulla tendenza alla autogiustificazione” (CEI, Catechismo degli adulti, n. 926).  Ecco perché ho scelto il presente brano di san Luca, per il sottoscritto uno dei più belli e toccanti della Sacra Scrittura, in quanto mi sembra che sia la migliore introduzione a questa prospettiva che individua nell’onestà la condicio sine qua non senza la quale è impossibile mettersi di fronte alla propria coscienza, quindi prima di tutto a Dio ed a noi stessi. Di fatto, dal dialogo tra il Cristo e colui che dalla tradizione è indicato come il ‘buon ladrone’, emerge una verità impregnata di speranza: non importa cosa si è potuto fare o non fare nella vita (“Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto …”: Is 1,18), l’importante è di riconoscerlo onestamente, confessarlo: “Ognuno ha il proprio peccato – chiamiamolo per nome – e Lui non si spaventa dei nostri peccati: è venuto per guarirci. Almeno facciamoglielo vedere, che Lui veda il peccato. Siamo coraggiosi, diciamo: “Signore, io sono in questa situazione, non voglio cambiare. Ma tu, per favore, non allontanarti troppo”. Bella preghiera, questa. Siamo sinceri oggi” (Papa Francesco, Angelus, 2-I-2022). Con un sincero pentimento che include necessariamente il rifiuto di quanto di sbagliato si è compiuto, la disposizione a riparare, con tutto quello che ciò comporta, la volontà di non ricommettere lo stesso peccato (“… fuggire le occasioni prossime …”: Atto di dolore). Infatti, sarebbe accettabile che qualcuno andasse a confessarsi di aver svaligiato una banca e chiedesse al sacerdote di dargli subito l’assoluzione perché deve fare un’altra rapina?  Quindi nient’altro che i così detti atti del penitente ricordati dal Catechismo, di cui ho già parlato nella Parte Prima: “Gli atti del penitente sono: il pentimento, la confessione o manifestazione dei peccati al sacerdote e il proposito di compiere la soddisfazione e le opere di soddisfazione” (CCC, n. 1491). Tali atti pur essendo esterni, come corrisponde ad un Sacramento (cf CCC, n. 1131), devono essere segno e manifestazione della penitenza interiore e soprattutto animati da essa. In caso contrario sono falsi (ipocriti) se non addirittura intesi come gesti/riti magici. Infatti, questi atti del penitente fanno parte integrante del Sacramento, in quanto si richiede il coinvolgimento e l’impegno della persona interessata per riacquistare lo stato di grazia, analogamente che per guarire, un paziente deve cooperare con il medico che lo cura.

Allora la cosa più importante è l’essere onesti quando facciamo l’esame di coscienza, che il buon senso e la tradizione della Chiesa c’invita a fare, come ho già accennato all’inizio, oltre che in preparazione della confessione o dell’atto di contrizione perfetta, anche alla fine di ogni giornata, con, nonostante tutto, un profondo sentimento di gratitudine in quanto destinati a vivere con l’Eterno. Un esame di coscienza che deve essere fatto alla luce delle Beatitudini e dei Comandamenti e riguardare il nostro rapporto con Dio, il modo in cui usiamo i doni che ci ha dato, le relazioni con il nostro prossimo.

Conclusione

Molti in questi giorni di guerra, con lo spettro di un’escalation imprevedibile riguardo alle possibili conseguenze, che seguono gli anni della pandemia, ripetono che il mondo non sarà più lo stesso. Al riguardo mi vengono in mente le parole realistiche, e non pessimistiche, dell’autore dell’Ecclesiaste: “Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole” (1, 9). Del resto, basta solo dare uno sguardo a quanto sta avvenendo in questo tempo, per vedere accanto a tanta solidarietà, generosità e sincera fraternità – purtroppo pubblicizzata in favore di alcuni e ideologicamente nascosta per altri – tanto egoistico opportunismo, una mancata sensibilità al rispetto e al bene comune, una esagerata moltiplicazione d’ingiustizie che gridano vendetta al cospetto di Dio, il moltiplicarsi della riduzione delle persone ad oggetto (v. internet), una sempre maggiore diffusione della volgarità, quasi istituzionalizzata attraverso giornali, radio, televisione, la mancanza di educazione o semplice rispetto degli altri. Quasi un piacere a trasgredire pubblicamente ogni regola minima di socialità: portare la mascherina, non mettere silenzioso il proprio cellulare anche se si è scelto di viaggiare in treno nel vagone ‘silenzio’, di non parlare ad alta voce quando si è un luogo pubblico. Un vero e proprio delirio di onnipotenza che sacrifica sull’altare della volontà di voler dominare innumerevoli vittime! Questa onesta presa di coscienza deve richiamare ogni persona di buona volontà hic et nunc alla conversione! “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” (2 Cor 2, 6), per me e per te. Il rischio di non volersi rendere conto o di giustificare l’ingiustificabile può essere evitato, o almeno limitato, solo se ci mettiamo davanti alla nostra coscienza formata alla luce della ragione e della fede e non degli impulsi e dei desideri del momento, non dimenticandoci la verità che ci è stata ricordata all’inizio della Quaresima: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai!”.

Boris Cyrulnik, psichiatra e psicanalista francese, sopravvissuto alle persecuzioni dei nazisti durante l’ultimo conflitto mondiale, spiega, attraverso l’applicazione alla psicologia del concetto di resilienza, mutuandolo dalla fisica meccanica (la capacità di un metallo di resistere agli urti senza spezzarsi), come è possibile usare anche le più inenarrabili sofferenze per essere migliori. Nella presa di coscienza che quando si è protagonisti di una qualsiasi catastrofe che ha modificato irreversibilmente l’esistenza, non bisogna perdere il tempo nel tentare di ristabilire l’ordine precedente, ma impegnarsi nella costruzione di uno nuovo (cf Costruire la resilienza, Trento 2005). Recentemente Cyrulnik (cf Psicoterapia di Dio, Torino 2018), sviluppa la sua tesi vedendo proprio nella fede in Dio, tra le possibilità, un fattore di resilienza ed equilibrio spirituale-psichico. Tra l’altro egli evidenzia anche che la prima cosa che dà più forza ad una persona che vive una crisi, è quella di poter essere amata così com’è. La seconda, consiste nel poter raccontare, anche solo a se stessi, il proprio vissuto, perché ciò consente di distanziarsene e dargli un senso. Aspetti psicologici interessanti che occorre non dimenticare, in quanto la persona è essenzialmente unità spirituale-psichica-fisica. Per un credente in Cristo questo significa la conferma dell’urgenza nel realizzare il Regno di Dio e non diventare complici, almeno per omissione, dei prepotenti e degli ingiusti di turno. Forti di una fede che san Paolo ha come sempre magistralmente sintetizzato: “Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20). Infatti, il passato è passato e non ritorna, il futuro non è nelle nostre mani, l’unica cosa è vivere pienamente e consapevolmente il presente come dono da non sprecare.

Già a livello di dinamiche psicologiche, tutti sappiamo per esperienza, che solo la scoperta di un qualcosa che mi motiva e mi attrae maggiormente, ci permette di staccarci, di slegarci da ciò a cui eravamo legati in modo sbagliato in precedenza: solo ciò che è percepito come un piacere ed un bene maggiore, mi dà la forza di staccarmi da ciò che ormai sento insufficiente a riempire il vuoto che è dentro di me. Tutto questo lo realizza solo il vero bene e non le passioni ed il sentimentalismo che durano solo per un soffio di tempo e creano dipendenze alla fine monotone. Solo la scoperta di un amore più grande, che mi realizza e mi completa pienamente, mi aiuta a fare le scelte giuste ed a decidermi nel voler rinunciare al mio egoismo che sistematicamente rende arida la mia vita e fa del mio cuore un pezzo di pietra. L’indurimento del cuore è ciò che va evitato, perché il cuore deve essere di carne per pompare sangue e dare vita! (cf Ez 11, 19). Il punto fondamentale è allora proprio questo: la scoperta di un qualcosa d’incredibilmente più vero che mi motiva, mi dà la vera speranza e mi conferma nel perseverare in un cambiamento che non è di un momento, ma dura tutta la vita. Un desiderio di cambiamento che trova la sua prima ragione nel desiderio di vivere in pienezza la vita, di non sprecarla – e non nel reprimersi o nel semplice rinunciare –  perché scopro che la vera libertà è scegliere anche di essere liberi da tutto ciò che non mi permette di conseguire il vero bene. Ha scritto A. de Saint-Exupéry: “Una volta sbocciato l’amore, mette radici che non finiscono più di crescere. [… ma] Bisogna cominciare col sacrificio per fondare l’amore. L’amore, in seguito, può sollevare altri sacrifici e impiegarli in tutte le vittorie.” (Pilota di guerra/La morale dell’inclinazione, Milano 2015, Kindle e-book, posizioni 1877; 2191). Coscienti che nella realtà, quando diciamo di ‘amare’ questo è possibile perché è l’amore che ci ha scelti!

Interessante, in questo contesto, è lo scoprire dall’etimologia del termine ‘sacrificio’ che viene dal latino sacrum facere, ovvero “compiere un’azione sacra“. Il sacrificio correttamente inteso, anche se genericamente, è quindi il compimento di un’azione che serve a manifestare il mio affetto e la mia riconoscenza a qualcuno o qualcosa che ha grande valore per me. Si decide e si fa di tutto per cambiare in meglio, non solo per se stessi, ma soprattutto per qualcuno o per qualcosa che si è scoperto si deve il cambiamento. Oggi che crediamo che tutto ci è dovuto dagli altri e siamo così accecati dal nostro infantile egoismo, forse recuperare questa dimensione della vita ci aiuterebbe ad essere donne e uomini maturi. Solo quando s’incomincia ad intravvedere un qualcuno od un qualcosa che risponde alle mie attese più pure e più vere di pienezza e felicità, che si fa strada il sincero desiderio di cambiare. Un momento, un’esperienza che, nella fede, sappiamo è sempre la manifestazione della tenerezza di Dio per noi. La possibilità della conversione personale (come ritorno a Dio) deve, allora, aprirci alla speranza come c’invita a fare il racconto dell’adultera perdonata: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11). Il giudizio di Cristo è differente da quello degli uomini, non è un giudizio che condanna e uccide, all’adultera è dato un giudizio che libera e salva, è consegnata una parola di speranza che dà vita responsabilizzando. Allora, nel combattimento per la nostra felicità, che Dio primo tra tutti la desidera per noi, non dimentichiamo mai, neanche per un attimo, che: “… Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori …” (1 Tm 1, 15), quindi noi, e soprattutto che non saremo mai soli, dobbiamo solo avere perseveranza e coraggio e questo perché Cristo è con noi e per noi: “… tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

Basilica Santuario di Santa Maria del Sasso, Bibbiena (Arezzo), 19 marzo 2022 – Solennità di san Giuseppe, Patrono della Chiesa universale

Qui l’articolo originale di padre Bruno Esposito

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