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Doc, finale di stagione: e dunque siamo nelle Sue di mani?

DOC LUCA ARGENTERO

Doc Nelle tue mani|Rai!Youtube

Paola Belletti - pubblicato il 18/03/22

Ieri sera gli ultimi due episodi della fortunata serie Lux Vide, Doc-Nelle tue mani, seconda stagione. Colpi di scena e riflessioni originali su temi di soliti evitati come la peste: il senso del dolore e la morte. E bravo il Dottor Fanti (e la sua squadra)

Il gran finale. Che sembra un nuovo inizio

Il discorso di Doc al matrimonio (occhio allo spoiler per chi non si è ancora messo in pari col finale di stagione) di Elisa e Gab sembra la risposta, anzi no, il passo più avanti che questi colleghi di reparto, che si scoprono compagni di vita, compiono rispetto al primo epico discorso sulla missione del medico.

Un discorso che aveva emozionato il pubblico che si è fatto via via sempre più numeroso della serie Lux Vide per la Rai.

Il compito dei medici

“Non oggi”, era la scritta marchiata a fuoco sugli scudi da opporre agli assalti della stronza. La medicina, nella persona dei medici, ha secondo Doc questo eroico scopo: frapporsi tra la morte e i propri pazienti aggrediti da una delle innumerevoli malattie a disposizione nel suo arsenale in continuo aggiornamento.

In mezzo tra il malato e la morte

Sotto tutti i protocolli, alla fine dei trial clinici, nelle cure sperimentali, in ogni mossa, strumento e principio attivo a disposizione di chi esercita l’arte medica sulla scacchiera della vita c’è quest’unico obiettivo: difenderla, la vita. Strapparla a quella che sembra solo la sua radicale negazione, la morte.

Ed è così che si fa, anche noi, compiendo ogni atto quotidiano, vestendoci, obbedendo al bisogno di riposo, imbarcandoci in nuove avventure nutrizionali, promettendo di assumere un adeguato apporto di vitamina D, coprendoci il viso con la crema solare anche d’inverno: si custodisce la vita, anche egoisticamente, persino pateticamente a volte.

O anche al loro fianco?

Ma la morte è e resta inestirpabile e i medici, come ogni uomo, non potrebbero campare a lungo sapendo di essere piccoli titani col camice, impegnati in un’impresa fallita in partenza, disperante perché disperata.

Fine del sermone personale non richiesto.

Medical Drama

La trama ha portato a risoluzione tutti i conflitti principali, costretto i personaggi, protagonisti e comprimari, a dimostrare per che cosa valesse la pena sacrificarsi e in certi casi anche morire e a scegliere la difficile via della verità e quella ardua ma liberante del perdono.

Niente male, niente male davvero. Nei toni resta leggero il giusto e anche un po’ legnoso in certi passaggi di recitazione (abbracci di gruppo di cui si sente l’imbarazzo del cast fino a qui, per esempio), ma sempre godibile e positivo.

Molto human

Sono una fedelissima di Doc – Nelle tue mani fin dalla prima stagione che avevo accolto con il doveroso sospetto di chi è costretto ad abbandonare la prima serie del cuore, Don Matteo; sono seguita in questa passione da una sola delle mie figlie che però proprio ieri è crollata presto e non ha visto quasi nulla dei colpi di scena, del prevedibile lieto fine raggiunto in modo non così prevedibile, dei caduti sul campo.

Lo sviluppo della sceneggiatura cerca di tenere conto di dimensioni umane spesso trascurate se non addirittura censurate: il desiderio di fedeltà, l’amore esclusivo per qualcuno, la capacità di perdonare, il valore del sacrificio, la dedizione al lavoro e alla missione medica come fine in sé stesso perché a servizio della vita e non come mezzo per raggiungere il successo.

Il Covid riletto in modo originale

Il solo successo, per i medici di Doc sembrava essere quello di strappare quante più persone alla morte; ma ora siamo nella seconda stagione e dalla loro maturazione individuale e corale si vede che hanno compiuto un passo in più, fosse anche solo stato pilotato dall’uscita dal cast dell’attore Gianmarco Saurino prima e di Silvia Mazzieri poi.

C’è stato il Covid, ci sono state migliaia di morti e quelle morti che ancora non si accettano.

Doc in questa seconda stagione affronta il mono-tema della pandemia da un punto di vista originale e molto più digeribile che non quello di Grey’s Anatomy che mette troppa enfasi sul “non avete idea di cosa abbiamo passato noi”. In Doc il Covid diventa un capitolo della storia che procede e si evolve e non il colossal che si è preso tutti gli altri racconti e se li è mangiati.

Tensione da spaghetti crime

Il giallo della bombola ceduta da Lorenzo Lazzarini o forse tolta (ma da chi? e perché? lo dico per i pochi che leggono senza aver visto); la ricaduta di Carolina nei suoi disturbi del comportamento alimentare, amori travagliati che sembrano spenti e invece rinascono; e anche la figura della psicoterapeuta interpretata da Giusy Buscemi: molti sono i personaggi che hanno contribuito a muovere il paesaggio umano della serie e a offrire l’occasione per immaginare che esista un mondo interiore complesso e non solo la giostra delle emozioni. Per cui bravi, per me (come per gli altri 6 milioni abbondanti di persone incollate allo schermo) siete decisamente promossi.

Il discorso di Doc

All’ultimo paragrafo dedicherò lo spazio per alcune rimostranze, ma ora voglio farvi gustare alcuni passaggi del discorso del Dottor Andrea Fanti, (occhio che ve lo dico, torna primario) perché ci sono contenuti che vengono da una visione cristiana della vita, anche se un po’ diluiti o in incognito.

Vi devo confessare una cosa: non sono mai stato un gran secchione, Cecilia e Agnese possono confermare – però non ho mai studiato tanto come negli ultimi mesi e ho scoperto una cosa: i virus arrivano, picchiano duro e noi li sconfiggiamo, sempre; sembra una catena di tragedie senza senso e invece non è così perché quei virus ogni volta hanno modificato il nostro DNA, ci hanno fatto evolvere. Anche il nostro cervello ha imparato a immagazzinare i ricordi grazie a una di queste mutazioni.

I virus ci fanno soffrire anche in modo atroce, ma non è mai un dolore senza senso. Ci hanno reso quello che siamo e io davanti a me vedo persone meravigliose. Quindi, non importa cosa ci porterà il futuro perché la vita è fatta di mutazioni , la morte è una vita mutata e l’unica cosa certa è che non dobbiamo avere paura. Al futuro!

Mutazioni

La morte è una vita mutata“: che bella immagine di ciò che sappiamo per fede e pregustiamo nella speranza. Noi cristiani dovremmo dirlo sempre, ricordarlo a tutti che la vita ha un senso eterno, senza cadere nel tranello dei fiorellini futuri concimati da chi è morto ieri; certo c’è anche questo beneficio, ha ragione Fanti. Ma anche per i caduti, per chi “non ce l’ha fatta” c’è un senso. La loro vita non è semplice gradino per consentire ai posteri un’evoluzione, ma è parte del prezzo che l’amore paga all’amore, che Cristo di fatto ha già saldato per tutti.

Debiti estinti

Siamo sdebitati, per questo e per il fatto che la vita mutata ce l’ha portata Cristo, non dobbiamo avere paura.

Su Vanity Fair ho letto che la morte di Alba è stato un escamotage frettoloso per giustificare il suo abbandono legato alla sua maternità. Mi spiace ma non sono per niente d’accordo: lei dimostra che morire non è finire, che crede nella vita oltre questa vita e che è certa di incontrare e conoscere, come mai ha potuto fare fino ad allora, la sua mamma.

Non è una bella allusione alla comunione dei Santi? Che si muore a fare? per entrare in una grande sala d’aspetto in attesa della fine dei tempi o per finalmente sperimentare la pienezza di ciò che qui ci conquista ma è solo parziale, l’amore?

Il prete ridotto a comparsa

Peccato invece per la riduzione finale della presenza del sacerdote. Don Massimo nella messa per il matrimonio dei due ex-specializzandi è costretto a dire un televisivo e protestante “Vi dichiaro marito e moglie” e non la formula del meraviglioso rito cattolico “Non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito”; e non è presente alla morte di Alba, o a quella di altri pazienti la cui situazione precipita per l’aggravarsi di un batterio antibiotico-resistente (e anche qua, il riferimento alle pessime abitudini soprattutto di noi italiani è inequivocabile: gli antibiotici si prendono solo quando è strettamente necessario, altrimenti diventiamo addestratori involontari di super-batteri).

Peccato; nelle puntate della serie era stato costruito con una certa cura, evitando i soliti luoghi comuni sulla vocazione che si svuota e mostrando il valore anche sociale della presenza del sacerdote. Va bene, vorrà dire che ci rifaremo con Don Matteo 13.

Il prezzo da pagare

Anche se è il discorso di Doc ad avviarci alla fine è quello di Giulia che trovo più emblematico e – azzardo – cripto-cattolico: lo riporto parafrasando un po’, nel suo passo più significativo

la morte di pochi è il prezzo della vita di molti e noi medici dobbiamo accettarlo.

(ma questa morte di pochi non è mai intenzionale, solo accettata come eventualità a fronte di un beneficio maggiore e per più persone. Ndr).

Da “stronza” a sorella

La morte allora non è più la stronza da respingere entro le sue linee, è diventata o sta per diventare quasi una sorella.

Se è la porta per entrare in quella vita mutata che dice Doc non può che essere così. La cosa importante, allora, sarà non farsi trovare da lei fuori dalle “Tue santissime voluntati” così la morte quella veramente, ma veramente “stronza” non ‘l farrà male.

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