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D’Avenia, nell’amore madre-figlio esiste l’argine ad ogni guerra

COLLAGE D'AVENIA

Shutterstock

Paola Belletti - pubblicato il 16/03/22

Ripercorrendo l'opera di uno scrittore ucraino, allora sovietico, Vasilij Grossman, D'Avenia ci accompagna a riconoscere quali sono le vere "forze in campo" nelle guerre che percorrono tutta la storia umana. E a scoprire la più invincibile.

Vasilij Grossman, la sua un’opera da riscoprire con urgenza

Per il fatto che spesso attingo a piene mani alle riflessioni di Alessandro D’Avenia trovo giustificazione nelle sue stesse parole. Le cose che vuole dire le trova di sovente espresse in opere di letteratura che con grande sapienza ripropone. Quasi sempre sono classici, di quelli che per sempre sapranno dire qualcosa di fondamentale all’uomo di ogni epoca.

Anche questa volta, dunque, grazie alla sua capacità di lettura e del presente e di testi che ci riconsegna vivi, che sembrano quasi respirare, anche io mi sento di poter respirare meglio guardando la realtà presente come suggerisce di fare.

Madre e figlio

La chiave magnifica che ritrova e ci consegna per questi tempi che sembrano chiusi come cancelli di ferro sulle speranze di interi popoli è quella della madre col bambino, con maiuscole e senza. Perché la madre a cui si rivolge Grossman e che D’Avenia chiama in suo e nostro soccorso è proprio sua mamma. E da quella, passandoci come attraverso, senza facili sublimazioni, si arriva alla Madre e al Bambino.

Lavorando al libro negli ultimi dieci anni ho pensato a te costantemente. Il mio romanzo è dedicato al mio amore per il popolo. Questa è la ragione per cui è dedicato a te. Per me tu sei l’umanità e il tuo terribile destino è il destino dell’umanità in questi tempi inumani.

Lettera alla madre di Vasilij Grossman, 1961

Nessun corpo da piangere

Di quella madre, ricorda D’Avenia, non era rimasto niente. Niente corpo, niente bara, nessuna sepoltura. Niente. Dicono sia impossibile elaborare davvero il lutto quando non ci venga restituito il corpo.

Con queste vicende davanti agli occhi della mente non posso far altro che pensare al Corpo per eccellenza e alla Madre per elezione. A Lei, cui il Corpo viene consegnato e su quello può piangere, parlare, affidare ricordi.

E poi a Lei stessa e a come muore, senza morire come noi e che dalla tomba non passerà nemmeno. Si può non essere pianti su nessuna tomba anche perché si è vivi, vivi come nessuno è stato ancora, tra noi.

Resistenza all’orrore: l’amore madre-figlio

Grossman, che io colpevolmente non conosco, non era credente eppure sembra non poter fare altro che concentrarsi sulla vita che passa per la maternità, dall’unica endiadi che sembra trapassare la morte e farsi possibile approdo di eternità, quella della madre col bambino, della sua mamma, con lui.

Ora siamo sommersi di immagini che documentano questa formazione minima e irriducibile: la madre col bambino. Dei profughi in fuga dall’Ucraina sono il simbolo più immediato. D’Avenia ha letto queste processioni angosciose e stanche di mamme-con-bambini in fuga in modo inedito e più alto di come si stia facendo fino ad ora, strumentalizzandole di qua e di là.

Le sue parole mi sono tornate in mente vedendo l’immagine di una madre con in braccio un bambino in fuga da Kiev o quella della madre incinta, ferita e scampata al bombardamento dell’ospedale di Mariupol in cui era ricoverata per l’imminente parto.

Corsera

Da comunista vide la radice dei totalitarismi

Noi cronisti-da-remoto corriamo il rischio ma Grossman no: il suo identificare nella madre l’umanità tutta non è sentimentalismo a basso costo. Perché un costo lo ha avuto, elevatissimo.

Cronista di guerra

Lo scrittore ucraino di Vita e Destino assistette e raccontò infatti l’assedio di Stalingrado, documentò le

imprese dell’Armata rossa contro Hitler, aderì con convinzione al progetto imperialistico sovietico di Stalin, lo stesso rievocato da Putin. Ma quando, nel 1944, tornò nella sua città natale, Berdicev, in Ucraina, scoprì che la madre era stata uccisa dai nazisti insieme ad altri trentamila ebrei, con la collaborazione di molti ucraini in cui covava la stessa violenza.

Ibidem

Ingegnere chimico poi diventuo scrittore, seguì per più di mille giorni l’Armata Rossa al fronte e ne scrisse come corrispondente di guerra per il quotidiano della Stella Rossa, Krasnaya Zvezda. Credeva nel comunismo, documentò minuziosamente i crimini di guerra dei nazisti ma quando assistette alla campagna antisemita che l’Unione Sovietica portò avanti in patria non potè più identificarsi totalmente nel regime che pure aveva servito.

Dissidente e perseguitato dal partito

Nella tragica disillusione a cui si dovette arrendere vivendo nella Russia di Stalin comprese che ogni totalitarismo germina dallo stesso ceppo. Due nemici che sembravano agli antipodi come nazismo e comunismo sono rami dello stesso tronco che si nutre della linfa della volontà di potenza, a malapena camuffata nelle utopie che vogliono costringere gli uomini a infernali paradisi in terra. Grossman, a queste terribili condizioni, con la forza che la letteratura mostra forse solo in situazioni tanto estreme, comprese che…

Ciò che salva il bene sono le persone buone

ciò che salva l’umanità non sono le «ideologie del bene» ma «i buoni». Lo narra in ogni pagina di Vita e destino, il capolavoro dedicato proprio alla madre che, sequestrato dalla polizia sovietica, fu preservato dall’amico fisico Andrej Sacharov nei microfilm dei suoi esperimenti di laboratorio e portato fuori dai confini sovietici: uscì in Svizzera nel 1980, in Italia nel 1984, quando l’autore era morto in disgrazia ormai da vent’anni.

Ibiem

La morte della madre

Nella prima delle due lettere alla madre Grossman scrive:

«Carissima Mamma, sono venuto a sapere della tua morte nell’inverno del 1944. Sono arrivato a Berdicev, sono entrato nella casa dove avevi vissuto e ho capito che eri morta. Eppure già dal settembre 1941 sentivo nel mio cuore che te ne eri andata.

Mentre ero al fronte, una volta ho fatto un sogno: entravo in una stanza, che sapevo essere tua, e vedevo una poltrona vuota. Sono stato a lungo a osservare la poltrona vuota e quando mi sono svegliato sapevo che eri morta.

Non conoscevo la terribile morte che avevi patito. Ne venni a conoscenza dopo aver chiesto a quelli che sapevano del massacro avvenuto il 15 settembre 1941. Ho provato a immaginare il tuo assassinio centinaia di volte e il modo in cui sei andata incontro alla tua fine. Ho provato a immaginare l’uomo che ti ha uccisa.

E’ stata l’ultima persona che ti ha vista viva. So che hai pensato a me per tutto il tempo… Oggi ti penso proprio come se fossi viva, come quando ci siamo visti per l’ultima volta e come quando da piccolo ti ascoltavo mentre leggevi ad alta voce. E sento che il mio amore per te e questa terribile agonia sono ancora oggi uguali e rimarranno con me fino alla fine dei miei giorni».

Possono solo ucciderti, non sconfiggerti

Restano presenti al figlio lo sguardo d’amore della mamma e il suo morire. La Madre col Bambino e l’Addolorata. E poiché lei vive in lui è sempre alla madre che scrive ed è a lei che dedica la sua opera più importante e più sovversiva per il regime che tenta di distruggerla.

Vita e Destino, l’opera salvata (e capace di salvare)

Vita e destino è un tributo alla madre. Indimenticabile il capitolo in cui immagina che il suo alter ego narrativo, Viktor Strum, riceva l’ultima lettera proprio da sua madre, non a caso ebrea mandata nel ghetto di Berdicev come quella di Grossman e consapevole della fine ormai vicina: «Sento piangere delle donne, per strada, sento i poliziotti che imprecano; guardo queste pagine e mi sento in salvo da questo mondo tremendo e pieno di dolore. Come posso finire questa lettera? Dove troverò le forze, figlio mio? Ci sono forse parole d’uomo in grado di esprimere il mio amore per te? Ti bacio, bacio i tuoi occhi, la tua fronte, i capelli. Ricordati che l’amore di tua madre è sempre con te, nella gioia e nel dolore, e che nessuno potrà mai portartelo via. Viktor, mio caro… È l’ultima riga dell’ultima lettera che ti scrive tua madre. Vivi, vivi per sempre».

Ibidem

E’ sovversivo il pensiero di Grossnam perché è vero, comprensibile da ogni madre e figlio in ogni guerra e orrore che con trista monotonia coprono il mondo e la storia.

Non c’è pensiero, filosofia, scoperta, nè appartenenza che possa placare il cuore umano, mai, tantomeno quando stia in bilico sull’orlo dell’orrore e del nulla.

Il mondo si stava sbizzarrendo in un caleidoscopio di torture, genocidi e stermini e lui resisteva dentro il ricordo vivo della madre, del suo amore, delle sue lacrime. E anche della sua agonia.

L’amore che toglie la paura

«Piango sulle tue lettere perché in esse vedo la tua bontà, la purezza del tuo cuore, il tuo destino terribile e amaro, la tua onestà e generosità, il tuo amore per me, la tua attenzione nei confronti del prossimo e la tua stupenda intelligenza. Non ho timore di nulla, perché il tuo amore è con me e perché il mio amore rimarrà con te per sempre».

Ibidem

Non è una pietosa consolazione in attesa della fine, è l’argine alto e pieno di senso, l’avamposto dell’eterno che spicca come promontorio nel mare della storia, anche quando è rosso del sangue di tutti i morti di tutte le guerre e le persecuzioni, della fame e delle malattie.

La forza dell’umano vince anche la violenza più brutale

C’è un’altra opera di Grossman che D’Avenia ci invita a leggere e lo farò subito: La Madonna Sistina, del 1955.

(…) guardando il famoso quadro di Raffaello della Madonna con in braccio il bambino, custodito a Dresda, ricorda le donne che ha visto proteggere i figli nell’orrore della guerra, madri che restarono madri, pronte a «ri-dare» la vita, e così scopre ciò che salva l’uomo e preserva la vita dal destino: «La forza della vita, la forza dell’umano nell’uomo è enorme, e nemmeno la forma più potente e perfetta di violenza può soggiogarla. Può solamente ucciderla. Per questo i volti della madre e del bambino sono così sereni: sono invincibili. In un’epoca di ferro, la vita, se anche muore, non è comunque sconfitta… E accompagnando con lo sguardo la Madonna Sistina, continuiamo a credere che vita e libertà siano una cosa sola, e che non ci sia nulla di più sublime dell’umano nell’uomo. Che vivrà in eterno, e vincerà».

Non temete

non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima, ci incoraggia Gesù. Uccidere è il peggio che possano farci, ma che moriamo davvero, anche nell’anima non è in loro potere.

Una mamma, anche la più incostante e sciatta, quella che può avere tradito il proprio compito, in qualche modo sa che la vita che comincia in fondo è fatta per durare e che dal momento che suo figlio c’è, ci sarà misteriosamente per sempre. La maternità, biologica o meno, insegna che la vita è il bene più prezioso e che a ogni costo, persino della vita stessa, va difesa.

Che non sia proprio questo istinto di protezione, anche ferina, nei confronti della vita che noi donne possiamo insegnare agli uomini perché smettano di cedere al fascino della guerra?

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Tags:
guerramadrevita
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