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Suor Małgorzata, la “madre Teresa polacca”, in campo per i rifugiati ucraini 

Soeur Malgorzata Chmielewska

courtesy of Malgorzata Chmielewska

Marzena Wilkanowicz-Devoud - pubblicato il 15/03/22

In Polonia da trent’anni suor Małgorzata Chmielewska dedica l’essenziale della sua vita ad aiutare i senzatetto. Da quando si è scatenata la guerra in Ucraina, il 24 febbraio, si occupa anche di rifugiati ucraini. Con la medesima determinazione e uguale calma interiore. L’abbiamo incontrata.

In Polonia tutti conoscono bene suor Małgorzata Chmielewska. Spesso chiamata “la Madre Teresa polacca”, questa laica consacrata gestisce con la sua comunità Chleb Zycia (Pane di Vita) undici case che oggi accolgono trecento persone senza domicilio. 

Una vocazione che nasce da un incontro personale con Cristo, trent’anni fa, seguito da diversi tentativi di mettere in pratica quel che la donna comprese dell’Evangelo. Scoprì allora che alcune cose sono state dette in maniera molto semplice: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare…». E poi, un giorno del 1988, Małgorzata incontrò dei senza-tetto che dormivano nelle chiese. Apprese che alla fine dell’ultima messa venivano scacciati via: 

Mi ricordo spesso di un’amica che vedendoli mi diceva: «Noi torniamo a casa nostra e troveremo i nostri letti belli caldi, e queste persone vanno tra le pattumiere e le fogne. 

Da questa frase nacque l’idea di fare per loro «qualcosa di concreto, qualcosa di grande». Non c’è da stupirsi che suor Małgorzata Chmielewska, vedendo scoppiare la guerra in Ucraina, il 24 febbraio, abbia reagito allo stesso modo: in un istante decise di accogliere i rifugiati ucraini. 

Marzena Devoud: Si aspettava questa guerra in Ucraina? 

Suor Małgorzata Chmielewska: No, non me la aspettavo. Quando un impiegato ucraino che lavora per la nostra comunità ha bussato alla mia porta, il 24 febbraio alle 7 del mattino, gridando “C’è la guerra!”, non riuscivo a crederci. Speravo che Vladimir Putin non arrivasse a tanto, anche se la mia intuizione mi diceva al contempo di prepararmi al peggio… 

Non molto tempo fa, abbiamo deciso di chiudere una delle nostre case di accoglienza, e non so perché non riconsegnai allora le chiavi al Comune, cui l’edificio appartiene. Mi sono forse detta che ne avrei avuto comunque bisogno. Ed eccoci qua! Adesso stiamo preparando questa casa per i rifugiati ucraini. Fin da questa settimana ci si potranno installare venti famiglie. In altre case della comunità abbiamo già ricevuto diversi rifugiati. Dove vivo io ci sono già sei famiglie. Si tratta il più delle volte di una madre coi figli, accompagnata dalla madre o dalla suocera. 

M. D.: Oggi come stanno? 

Sr. M. C.: Vedo che è molto importante che dispongano di uno spazio vitale relativamente confortevole, adatto a loro, e che i bambini possano giocare insieme in un posto a parte. Tutti questi dettagli mi sembrano essenziali perché queste madri e nonne sono traumatizzate. Quando vengono a trovarmi, ce n’è sempre una che piange. Alle volte sono in lacrime tutte insieme. 

Ognuna ha un marito, un figlio o un nipote nell’esercito. Facciamo di tutto per sostenerle, confortarle ed occuparle, ma come si fa a confortare una donna che sa di poter ricevere in ogni istante la notizia della morte del marito, del figlio o del nipote? 

M. D.: Ogni giorno lei si occupa di 300 senzatetto polacchi. Come si organizza per accogliere anche i rifugiati ucraini? 

Sr. M. C.: Abbiamo un duplice approccio. Anzitutto abbiamo, nelle due grandi città di Varsavia e di Cracovia, due case di passaggio per le famiglie che restano solo pochi giorni, il tempo di raggiungere i loro parenti o gli amici da qualche parte in Polonia. Bisogna sapere che c’è un milione e mezzo di Ucraini che vivono e lavorano qui. Una parte dei rifugiati ha dunque un piede a terra. Poi, nella casa in cui vivo io, che è in campagna, accogliamo quelli che non conoscono nessuno e che non sanno dove andare. Queste famiglie resteranno probabilmente più tempo con noi, perché faranno fatica a trovare un alloggio e un lavoro in una grande città – o perché hanno bambini piccoli o perché le madri sono troppo fragili per tenere insieme tutto quanto da sole. 

M. D.: Dal primo giorno di guerra si è potuto osservare un vero slancio di solidarietà dei Polacchi verso gli Ucraini. Come se lo spiega? 

Sr. M. C.: È uno slancio del cuore, completamente spontaneo e meraviglioso, verso chi è in grande bisogno. Questa guerra non è più la guerra in Siria, che abbiamo visto in tv: si svolge sotto i nostri occhi, proprio di fianco a noi. È visibile ed è palpabile. Come non aiutare? 

È grazie ai social network che le persone si sono immediatamente raccolte in un movimento popolare incredibile: persone comuni, ONG e autorità locali… Con pochi clic, sui gruppi Facebook, si sono organizzati scambi di informazioni e di mezzi “in diretta”. Le faccio un esempio: degli studenti cercavano un mini-bus per andare alla frontiera Polonia-Ucraina. Vedendo il loro annuncio, ho risposto che potevamo prestare loro il nostro mezzo. Sono partiti praticamente subito per passare una settimana come volontari alla frontiera. E poi ho suggerito loro di andare sul versante ucraino, perché lì c’è gente che aspetta tre, certe volte quattro giorni congelandosi al freddo prima di riuscire a passare sul versante polacco. 

L’idea era dunque quella di offrire pasti caldi, medicine e la possibilità di scaldarsi nel nostro mini-bus. Quei giovani studenti hanno potuto aiutare così diverse migliaia di persone. Ecco, con pochi clic e qualche messaggio si è disposto che potessero farlo. Proprio questa mattina, un vescovo protestante di Cracovia mi ha chiamata perché ha bisogno di un lettino da viaggio per neonati per una famiglia di rifugiati. Mi ha chiesto di mettere la sua domanda sui social. In una mezzoretta, aveva a disposizione già più di un lettino. 

M. D.: Lei non ha l’impressione che questo slancio di solidarietà sia accompagnato da un risveglio spirituale? 

Sr. M. C.: Ogni gesto verso una persona nel bisogno è un gesto che viene da Dio, perché Dio è amore. Che quanti aiutano se ne rendano conto o meno, il loro gesto viene da Dio. Sì, penso che ci sia un risveglio spirituale. Le parrocchie, gli ordini religiosi, le associazioni cattoliche lavorano giorno e notte per aiutare i rifugiati. I monasteri maschili, come quelli femminili, hanno aperto le loro porte. Accade qualcosa di straordinario, che certamente porterà i suoi frutti. Non soltanto un aiuto concreto alle persone nel bisogno, ma anche una trasformazione spirituale: è uno sguardo nuovo, che va al di là del “campanile”. Di questo sono sicura. È un grande risveglio e un’apertura ai bisogni degli altri. 

Lei conosce le tre “destinazioni” di Cristo? La prima è l’Eucaristia, la seconda è la Chiesa come comunità, e la terza è il prossimo. Secondo me quest’ultima l’abbiamo spesso dimenticata, negli ultimi tempi, nella Chiesa in Polonia, a differenza di quanto accade nella Chiesa in Francia. 

M. D.: Come fronteggiare la paura dell’avvenire, oggi tanto incerto? 

Sr. M. C.: Dovremo probabilmente rinunciare a buona parte delle nostre piccole comodità, e forse anche a un livello odi vita al quale noi europei ci siamo abituati. Le sanzioni economiche contro la Russia avranno un impatto anche per noi. Non avremo dunque i mezzi per offrirci questa o quella cosa. Allora sì, probabilmente saremo tutti più poveri, ma saremo migliori. So che Dio colmerà tutte queste mancanze, a condizione che facciamo lo sforzo di «stringerci sulla panchina della vita» e lasciare un po’ di posto al prossimo. Dal punto di vista cristiano, ci vuole soprattutto del coraggio. 

M. D.: Lavoro, stress e fatica… Che cosa fa per ritrovare le forze? 

Sr. M. C.: Per le forze spirituali, cerco di stare con Cristo da mane a sera. E quando dormo so che Egli veglia su di me. Per quanto riguarda le forze fisiche, mi ripeto e ripeto ai giovani che in questa nuova situazione legata alla guerra e all’accoglienza dei rifugiati, non si tratta di una quattrocento metri ma di una maratona. Per reggere, cerco di accordarmi dei momenti di riposo, di mollare la presa ogni tanto. Nel mio lavoro coi senzatetto vale lo stesso anche “in tempi normali”: ci sono situazioni che sono terribilmente difficili. Per reggere, bisogna prendersi cura di sé: dormire, mangiare e poi passare all’azione. Abbiamo centinaia di telefonate al giorno, centinaia di cose da coordinare, centinaia di problemi da risolvere. Per farvi fronte, è essenziale mantenere la calma interiore. 

M. D.: Ma come fare a non lasciarsi invadere dalla paura, dalla rabbia o dalla disperazione? 

Sr. M. C.: Io penso che la chiave stia nella preghiera: quando ho qualche minuto, prego per la pace. E cerco di vivere con Cristo con la consapevolezza che è Lui a inviarmi. Il mio lavoro è solo di essere pronta a servire.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

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