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Perché i monaci di clausura si “rinchiudono” nei loro conventi?

Moine bénédictin.

© Catherine Leblanc / Godong

Moine bénédictin de l'abbaye de Montivilliers (Seine-Maritime).

Monsignor Jesús Sanz - pubblicato il 14/03/22

Sapete cosa fanno i religiosi contemplativi? Ecco il senso dei “polmoni verdi” della Chiesa

In alcuni luoghi, per un po’ di tempo si è usata una definizione tremenda per parlare delle suore chiamate alla vita contemplativa: le “rinchiuse”. Alla fine del Medioevo era in uso anche un altro epiteto che suonava quasi crudele: le “incarcerate”.

Questo modo di indicare la loro vita e i loro monasteri non ha certo reso giustizia, perché non stavano e non stanno tuttora nel chiostro come frutto di una fuga dal mondo che non capiscono e non le capisce.

Non sono lì neanche come conseguenza di una pena carceraria da scontare in quella reclusione.

E allora, chi sono e cosa fanno le monache e i monaci contemplativi?

La discrezione del loro cammino vocazionale fa sì che apparentemente non si facciano notare, e tuttavia svolgono una missione preziosa, che vale la pena di conoscere con tutto il nostro interesse e di sostenere con il nostro affetto, la nostra preghiera e il nostro aiuto nelle loro necessità.

La nostra Chiesa dev’essere in uscita, come ci ricorda spesso Papa Francesco, e andare fino a tutte le frontiere in cui i poveri afflitti da tante povertà vivono e sopravvivono nella loro penuria, nell’abbandono e nella disperazione.

La penuria affligge tanti uomini, come anche l’abbandono e la perdita della speranza.

In questa situazione, e andando incontro ad essa, i cristiani sono chiamati ad annunciare la gioia del Vangelo, una Buona Novella che avvicini la beatitudine a tanti dolori. Ciascuno con la sua età, nel suo contesto e in base alla vocazione che ha ricevuto nella vita.

Sorge allora la domanda: cosa fanno al riguardo i contemplativi? Non starebbero meglio fuori dai loro monasteri, nelle trincee quotidiane in cui si combatte la battaglia per la vita, per la verità, la bontà e la bellezza?

No, abbandoniamo questo discorso demagogico di non molto tempo fa, e riconosciamo il bene della gioiosa evangelizzazione che questi fratelli e queste sorelle offrono pregando.

Evangelizzano con il loro silenzio essendo ascoltatori e al contempo portavoci di una Parola di vita. E nella pace del loro chiostro non si lasciano trasportare da vuote chimere, ma scoprono e adorano una Presenza che li costituisce portatori di quella dolce e divina compagnia.

Quando stanchi ed esausti bussiamo alla porta di un monastero, entriamo improvvisamente in un ambito che è anche nostro, perché vi troviamo chi ci accoglie come ospiti fraterni, ci lava le ferite del cammino, mette il balsamo della pace nei nostri conflitti, ci nutre con il cibo che non perisce mai e ci introduce con la sua attenta liturgia all’ascolto di un Dio che parla sempre e all’adorazione della sua bellezza divina che non sfiorisce mai.

Nessun cammino cristiano può esaurire le varie possibilità che Gesù ha introdotto nel mondo proponendoci di vivere il Vangelo e di costruire il suo Regno con la Chiesa.

Le monache e i monaci contemplativi hanno questo incarico di accogliere, ascoltare, adorare e intercedere come testimoni del loro modo concreto di seguire il Signore che fa tanto bene agli altri.

Evangelizzano essendo quello che sono, evangelizzano pregando.

E come diceva Papa Paolo VI, rappresentano in un mondo asfissiante e asfissiato da tanti motivi una zona verde in cui la vista riposa, l’aria che si respira è buona e il cuore torna a battere speranzoso per poi continuare a lavorare con decisione e gratitudine.

Tags:
clausuracontemplazione
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