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7 film per 7 sacramenti: “Il Ritorno dello Jedi” e l’Unzione dei malati

STAR WARS

Lucasfilm

Enrique Anrubia - pubblicato il 04/03/22

Un dramma di famiglia intergenerazionale dalla cui conclusione dipende tutto l'universo. È semplicemente, ma anche in modo complesso, una storia familiare

Acquisisce senz’altro le sfumature epiche della lotta tra bene e male, delle forze oscure di questo mondo contro la luce, della libertà contro la schiavitù… ma tutto questo si gioca su una tavola della domenica con una famiglia che ha disaccordi franchi e profondi.

Il primo film di Star Wars è stato uno svago di George Lucas e Steven Spielberg che poi è andato oltre. Dopo l’enorme successo, Lucas ha iniziato ad amare tutta la storia, che si sviluppa ne L’Impero Colpisce Ancora e ne Il Ritorno dello Jedi, due film che in fondo sono uno solo. In questa sede ci concentreremo sul secondo.

Quello che ha ottenuto Lucas è stato non solo un universo pieno di immaginazione e di fantasia, di personaggi iconici, scherzi e avventure, ma anche l’invenzione del cattivo più famoso della storia del cinema fantascientifico: Darth Vader. Il fatto che il cattivo della pellicola sia protagonista quanto i suoi eroi dice molto della sceneggiatura.

Darth Vader è colui che si è venduto al lato oscuro, che è, con le parole di Yoda, un lato “più rapido, più facile, più seducente”. È il luogo in cui convivono “la paura, l’ira e la distruzione”. Ancora, è il luogo in cui si crede che “solo l’odio può distruggere” il male.

Di fronte a questo, però, c’è una spiritualità. La frase “La forza sia con te” (May the force be with you) è una licenza letteraria della preghiera giudaico-cristiana “Il Signore sia con te” (May the Lord be with you). Anche se è vero che nei film successivo Lucas toglierà peso al senso spirituale e ne aggiunge a quello “scientifico”, all’inizio l’aspetto religioso è molto presente.

La storia tra Darth Vader e Luke Skywalker, tra padre e figlio, è una corsa controcorrente rispetto al mondo. Tutti – da Yoda a Leia, all’Imperatore e a Obi Wan Kenobi – credono che l’unico modo per porre fine a Vader sia ucciderlo. Di più: che la redenzione di Vader consista nel fatto che il suo stesso figlio lo uccida. Lo vuole Yoda e lo vuole, anche se con intenzioni diverse, anche l’Imperatore.

Né quest’ultimo né Yoda, però, sanno che quando Vader dice a Luke “Sono tuo padre” gli offre di governare insieme l’universo. Vader non vuole uccidere suo figlio, ma governare con lui. In un modo ancora da svelare, Vader ha detto qualcosa che senza che se ne renda conto gli cambierà la vita, come cambia ogni cristiano la voce di un Nazareno su una croce: “Il tuo destino è unito al mio”.

È in quel momento, ancora tenue ma sufficientemente chiaro, che si può verificare la redenzione da una vita di malvagità, in cui un altro può intuire e sanare quello che una persona di per sé non sa sanare. Luke lo ha visto, o, in parole “Jedi”, lo “ha intuito”. Sa che può “controllare la sua paura”, che “Obi-Wan lo ha istruito bene”, che in lui la forza è intensa.

Controllare la paura o tutte le capacità Jedi non basta però a guarire un cuore ferito. Scoprire la nostra unione è poter essere riscattati da un Altro, è poter indovinare quello che resistiamo ad affermare: che c’è ancora speranza, anche nel momento più delicato, perché c’è un’unione che precede ogni male. Nessuno lo dice bene come il profeta Geremia: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato” (Geremia 1, 5).

Luke lo dice a Vader: “Ascolta i tuoi sentimenti, padre. Non puoi farlo. Sento il conflitto dentro di te”. E Vader risponde con la disperazione del cieco abbattuto dalla propria cecità, di colui che ha vissuto intrappolato in un male che lo ha soggiogato fin quasi a uccidere l’amore per suo figlio: “È troppo tardi per me, figlio mio”.

È possibile la redenzione in un luogo di tanto male e disperazione? La redenzione totale non può provenire da un momento esclusivo nella nostra vita. L’ultimo respiro non è l’ultimo per il fatto di essere posteriore a un altro, ma perché dopo di lui la libertà viene meno.

Sbagliano con mentalità infantile coloro che credono che il pentimento finale all’ultimo momento sia di nostra proprietà. Sbagliano perché alla fine la forza della nostra libertà acquisisce consapevolezza del fatto che nulla è nelle sue mani. Vader non ha forse visto che non è più quel grande jedi e che anche suo figlio è più grande di lui? Sbagliano quelli che confidano nelle proprie forze, perché il riscatto possibile non riguarda quel momento, ma la totalità della vita, che la morte chiude nell’ultimo capitolo permettendo di intenderla nella sua totalità: questa è la mia vita, questo sono stato io.

L’aspetto esclusivo del riscatto non deriva tanto dalla nostra supplica, quanto dallo sguardo attento che Qualcuno ha su di noi. Si è mendicanti bisognosi di una misericordia pura simile a quella di chi non ha il dominio del proprio destino, di colui che si rende conto che il suo destino finale non è mai stato totalmente solo nelle sue mani, e quindi si è solo collaboratori protagonisti di un progetti più grande. 

Solo un altro può dirci: “C’è del bene in te, lo sento”. Noi possiamo solo dire di essere stati salvati, perché è la consapevolezza del fatto che qualcuno è venuto a riscattarci anche senza il nostro permesso. Quando questo accade, quando ci prepariamo alla morte, bisogna dire la stessa cosa che Vader dice prostrato nel grembo di suo figlio:

“Luke. Aiutami. Toglimi la maschera”.

“Ma morirai”.

“Niente può impedirlo ormai. Per una sola volta lascia che ti guardi con i miei veri occhi. Ora, va, figlio mio. Lasciami”.

“No. Ti porto con me. Non ti lascerò qui, devo salvarti”.

“Lo hai già fatto, Luke”. 

“Lo hai già fatto”. Quel momento di lucidità svela la luce di fronte all’oscurità. Cos’è la lucidità se non questo? Uscire e portare alla luce. “È una macchina”, aveva detto Obi Wan a Luke. Neanche la bontà migliore di questo mondo raggiunge i luoghi e i momenti di questo finale.

La morte non diventa meno morte né meno definitiva per noi, ma non ci definisce più: c’è qualcun altro, ma non tanto dopo la morte, perché c’era già prima. Per questo, e di fronte a quella risposta di Vader, redimere è poter dire “Non è mai tardi”, o meglio, “È sempre prima”.

L’Unzione dei malati, non è solo l’ultima cosa, ma il “Prima di tutti i tempi”; è pura lucidità: “luce di luce”. Stare prima del dopo. Questo è Dio. Questa è la fiducia che ci viene ricordata: siamo già stati salvati.

Per questo, l’olio dell’Unzione è anche un ricordo benedetto del fatto che siamo stati unti. Segnati e contati. Scelti prima della nostra scelta. Vader era l’Eletto, ma si sono sbagliati sia l’oscuro imperatore che i cavalieri Jedi pensando che lo fosse per il suo potere. Vader è l’Eletto perché è il compimento redento del fatto che l’amore per suo figlio non può essere strappato da alcun potere oscuro, del fatto che c’è qualcosa di più forte anche della Forza Jedi.

E allora basta solo affermare che c’è un’unione più forte della morte, o, detto in altri termini, che c’è una comunione, come mostra il film e come dicono i cristiani, tra vivi e morti.

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