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Mia, nata nella metropolitana di Kiev sotto le bombe

MIA, NEWBORN, KIEV

Hanna Hopko | Twitter

Annalisa Teggi - pubblicato il 28/02/22

La madre di 23 anni è entrata in travaglio dopo essersi rifugiata nella metropolitana di Kiev. I presenti hanno accompagnato la nascita, chi assistendo la donna e chi pregando.

Le vere rivoluzioni cominciano sottoterra, disse Chesterton parlando della nascita di Gesù in una grotta. Immaginò il vagito del bimbo che nasce in un antro buio come la vera bomba messa sotto terra da un complotto divino. Una bomba di vita, però.

Questa stessa trama è riaccaduta nel pieno del conflitto ucraino e da ieri fa il giro del mondo la foto della piccola Mia, nata nella metropolitana di Kiev dove la madre si era rifugiata per sfuggire alle bombe.

La mamma di Mia ha 23 anni, e quando si è nascosta nei sotterranei della metropolitana per sfuggire ai bombardamenti ha iniziato ad avere le doglie. Un poliziotto ha chiamato un’ambulanza e, nel mentre, le ha fatto portare acqua e coperte.

Da SkyTg24

Nascere sotto le bombe

Qualcuno di voi ricorderà il film – verrebbe da dire profetico – I figli degli uomini. Si ipotizzava che in un futuro non remoto non nascessero più bambini. E non siamo ad anni luce da questo scenario, non solo per il gelo demografico ma anche perché in molti modi si voltano le spalle alla nascita come evento naturale. In quel film un bambino nasceva in mezzo alla guerra e il suo vagito per qualche minuto interrompeva il conflitto, facendo scendere il silenzio dell’adorazione sulla scena. Poi tutto, tragicamente, riprendeva: urla, esplosioni, morti.

Il vagito di Mia nella metropolitana di Kiev non ha fermato la guerra, chi era lì però è rimasto in silenzio. Il Ministero della Difesa ucraino ha diffuso un’istantanea di questa nascita sulle piattaforme social per mandare un messaggio al proprio popolo e al mondo. E l’opinione pubblica – noi – si è messa a contemplare la presenza di una neonata, così apparentemente fuori luogo. Anzi, Mia era al posto giusto – nata da sua madre -, mentre lo scenario umano è apparso del tutto inadeguato ad accoglierla. Il commento più rilanciato sul web è questo:

Benvenuta Mia che il resto della tua vita sia più degna della vergogna in cui ti abbiamo costretto a nascere.

A ben vedere, si potrebbe osare fermarsi a: benvenuta Mia. La tentazione da respingere è quella che verrebbe più spontanea: perché mettere al modo un bambino in un mondo che infligge morte e male? Il criterio della nascita è proprio quello rivoluzionario che suggeriva Chesterton. È un benvenuto che viene da lontano e da prima delle nostre voci. Mia non è venuta alla luce nel momento e nel luogo peggiore possibile. È nata punto e basta. Il sigillo della vita è scritto nel libro della Creazione prima di tutti i peccati dell’uomo, e il passo della vita incede con un ritmo che ripete: ci sei, benvenuto.

In travaglio in mezzo alla guerra

Per quanto possiamo sforzarci di immaginare, non possiamo davvero sapere cosa accada a chi è costretto a scappare e trovare un rifugio improvvisato in tempo di guerra. Che specie di comunità umana si sia raccolta nei corridoi sotterranei della metropolitana di Kiev è difficile da descrivere. Tutti sconosciuti, ma qualcuno avrò intravisto amici o conoscenti. Tutti sconosciuti, ma con la stessa paura scritta nel volto. Tra loro c’era questa giovanissima ragazza di 23 anni arrivata a fine gravidanza. Perché non c’era posto per loro nell’albergo. Viene spontaneo pensare a un’altra Madre che partorì fuori casa, in un rifugio malmesso, in un posto tutt’altro che adatto per affrontare un travaglio e una nascita.

Gli sconosciuti attorno sono diventati la sua famiglia davvero allargata, e davvero unita rispetto all’evento che tutti ci identifica come simili:

Chi era con lei l’ha fatta adagiare su una panchina destinata fino a qualche ora prima ai passeggeri, e il medico, insieme a tanti volontari, l’hanno aiutata a partorire. Intorno il silenzio di tutti gli altri che, per un attimo, hanno dimenticato la guerra e con le mani giunte hanno pregato perché la vita vincesse, seppure in quelle condizioni. Un piccolo riscatto racchiuso in pochi chili di nome Mia. Il miracolo alla fine c’è stato, la mamma ha emesso il grido più forte quando la testa della piccola era ormai fuori.

Da Ansa

La pace nasce in travaglio

Il tempo giusto per Mia, forse, è tempo giusto anche per noi. Lei nasce mentre noi ripetiamo incessantemente pace. Cos’è poi che intendiamo chiedendo la pace? Il deflagrare del conflitto tra Russa e Ucraina non ha portato la guerra nel mondo. Semmai ha evidenziato in modo tragicamente attuale qualcosa che dal mondo non se ne va mai. Noi siamo sempre in guerra. Come persone e come umanità. La cronaca nera ci informa ogni giorno di conflitti cruenti tra mogli e mariti, fratelli e sorelle, vicini di casa. E, guardando sotto i titoli appariscenti, non si sono mai interrotte notizie di conflitti bellici a ogni latitudine del globo. Pochi giorni fa in Somalia una donna kamikaze ha fatto una strage in un ristorante, per dire.

C’è un desiderio di pace che può essere subdolamente fuorviante. Ed è quello di voler mettere a tacere i rumori di una guerra particolare per tornare a illuderci di non essere in guerra.

Se invochiamo la pace, lo sguardo abbraccia di più, e va più fondo. Nel pregare per la risoluzione del conflitto ucraino, preghiamo per l’umanità che è in travaglio da sempre. L’ipotesi della pace ci costringe a pensare che la traiettoria del nostro destino è monca se consideriamo solo la parte terrena. Nei travagli del mondo – conflitti di ogni specie – è in gioco la nostra nascita eterna, quella di una coscienza che si desta e risponde alla domanda essenziale: a chi appartengo?

Ogni anima sotto le bombe, o sotto mille altre specie di attacchi mortali, è una coscienza chiamata a rispondere del suo destino. La nostra preghiera di pace è che chiunque sia dentro la guerra possa riconoscersi creatura dipendente da un Padre (il quale dentro ogni circostanza ha a cuore di riportare tutti a Casa) e non dalle trame di ogni potere in terra. Che ogni anima senta la vulnerabilità e al tempo stesso la calma di un figlio adagiato sul grembo di una madre – come Mia.

Mani esperte l’hanno presa in braccio e lei ha gridato il suo primo inno alla vita, che per qualche secondo ha sovrastato il rumore delle bombe. Tra gli applausi e le lacrime di tutti, una copertina bianca e calda l’ha avvolta; c’era anche una cuffietta con orsetti e cicognisegnate pronta per Mia che si è calmata quando l’hanno adagiata sul grembo di sua madre e le ha stretto subito la mano.

Da Ansa

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