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Nei campi di sterminio si compose musica tuttora più forte dell’orrore

PIANO; ELECTRIC WIRES

Hi JOE - Guitarfoto | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 24/02/22

Più l'uomo soffre, più moltiplica il suo impegno in nome della speranza. Da 3 decenni il maestro Francesco Lotoro raccoglie spartiti che provengono dai lager e dai gulag.

Stamattina ci siamo svegliati con la parola guerra sulle labbra. Quando comincia una guerra noi da che parte stiamo? E non intendo in senso politico. Stamattina mi sono soffermata su una notizia che non è di stretta attualità, ma che forse rispondeva al mio bisogno di una voce che andasse al cuore del paradosso di ogni guerra.

Nelle situazioni di più abominevole disumanità e sopruso, lo stesso uomo che è capace di gesti ferali e violenti verso i propri simili è anche capace di atti di rivoluzionaria speranza e bellezza. Ignoravo che nei campi di sterminio nazisti e nei gulag sovietici fosse stata composta musica. E non poca. Il maestro Francesco Lotoro in quasi tre decenni di ricerca ha recuperato oltre 8mila spartiti e 10mila documenti. La settimana scorsa ha incontrato il Papa e gli ha fatto dono del frutto di questi anni di lavoro.

A Buchenwald c’era un’orchestra di 80 elementi. Auschwitz, nelle sue tre declinazioni, il campo principale (I), Birchenau (II) e Monowitz (III) contava ben sette orchestre. 

Da Tgcom24

Suonare oggi quella musica composta nei luoghi dell’orrore dello scorso secolo è un gesto di carità per il risveglio della nostra coscienza.

Musica Concentrazionaria

Si fa fatica a pronunciarne il nome, musica concentrazionaria. Significa musica composta nei campi di concentramento o di prigionia sotto i regimi totalitari del Novecento, nazisti e comunisti. La nostra fatica nella pronuncia è forse una pallidissima eco del travaglio vissuto da chi la compose. Davvero si stenta a concepire possibile che tra i detenuti dei lager ci sia stato chi ha trovato le risorse per scrivere degli spariti musicali.

Quello che sta compiendo il Maestro Francesco Lotoro è un lungo cammino di liberazione che ha preso il via nel 1988, da quando cioè ha iniziato a “liberare la musica”, a recuperarla, a restituirla all’umanità. Suoni, storie, partiture, documenti. Da più di trent’anni il pianista e compositore di Barletta recupera la musica scritta nei Campi di concentramento e nei luoghi di cattività civile e militare tra il 1933, anno dell’apertura del Lager di Dachau, e il 1953, anno della morte di Stalin e graduale liberazione degli ultimi prigionieri di guerra detenuti nei Gulag sovietici.

Da Vita.it
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Pianista, compositore e direttore d’orchestra, Lotoro ha dedicato molto del suo lavoro a viaggi e incontri. Non si è trattato solo di recuperare e archiviare del materiale inedito, ma di ascoltare le storie di chi ha composto questo tesoro di musica nato negli epicentri dell’orrore. Il maestro è riuscito a parlare con musicisti sopravvissuti ai campi di sterminio, negli ultimi anni gli incontri che continuano a fiorire sono per lo più con figli e parenti dei sopravvissuti.

In alcuni casi si tratta di testimonianze che lasciano senza fiato.

Un’opera in tre atti su carta igienica

Guardare l’orrore dei campi di sterminio attraverso la lente d’ingrandimento della musica è scardinare la propaganda del male. L’umano può essere vessato, abusato e straziato, ma l’estrema prostrazione può portare in dote l’opposto dell’annichilimento dello spirito. Un caso tra i molti:

Per realizzare le loro composizioni, quindi, deportati e prigionieri si affidavano a tutto ciò che capitava sotto le loro mani, a volte tirando una semplice linea su un pezzo di carta per fare un pentagramma. Ma c’è stato anche chi come «Rufold Karel, che soffriva di dissenteria, scriveva sui fogli di carta igienica con la carbonella. Con questa tecnica – rileva – nel carcere di San Pancrazio a Praga ha scritto un’opera intera di tre atti»

Da Vita.it
AUSCHWITZ, OBÓZ

In altri casi lo spartito era scritto sulla terra dei campi in cui si lavorava, e poi imparato a memoria dai detenuti e cancellato.

Quale criterio di urgenza ci mostrano queste istantanee di prigionia? Nel momento della vulnerabilità estrema, dello sfacelo corporeo e del terrore, un uomo raccatta quel che può per scrivere un canto. E uno spartito è pieno di righe e barre verticali, il pentagramma è apparentemente simile alla gabbia di un prigioniero. La musica, forse, è anche questo: il paradosso del canto libero dell’uomo, che ha bisogno del limite e del dolore come trampolino. L’armonia si sprigiona dall’urto della nostra mortalità con l’evidente bisogno di un orizzonte che lo superi.

Più l’uomo soffre, più centuplica il suo impegno

Grazie al maestro Lotoro esiste a Barletta dal 2014 la Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, un archivio che raccoglie tutto il materiale musicale ad oggi recuperato e che va dal 1933 al 1953, dall’ascesa del nazionalsocialismo alla fine dello stalinismo sovietico. Per completare questa ‘missione’ Lotoro immagina che ci vogliano ancora 15-20 anni.

Intanto questa musica vive, e viene suonata in giro per il mondo. Se si può definirlo un gesto di pace, lo è non nel senso che semplicemente fa memoria di capitoli di indicibile violenza della storia umana. Si fa memoria di qualcosa di ancora più originale ed essenziale: proprio nella cornice della guerra (che può essere un evento bellico, ma anche ogni altro gesto che incide un segno di divisione tra noi e chi ci è accanto) si fa spazio nell’uomo il bisogno di non essere ridotto a bestia.

La riscoperta della letteratura musicale nata nei luoghi della catastrofe umanitaria deve portare a riflessioni che vanno al di là della musica. La bestializzazione della guerra da cui è nata quella completa disumanizzazione che ha caratterizzato il Novecento, ci deve portare a riflettere su più fronti. Più l’uomo soffre, più centuplica il suo impegno. La musica che ci arriva è un testamento del cuore e dell’intelletto.

Da Bonculture

Non musica dell’orrore

Naturalmente anche i carcerieri sfruttarono i talenti musicali dei prigionieri che torturavano e ammazzavano. Le orchestre dei campi di sterminio servivano anche come altoparlante per il veleno della propaganda nazista. Alcuni musicisti rinchiusi nei lager furono costretti a suonare la domenica nei villaggi dei militari per rallegrare le passeggiate pomeridiane dei nazisti con le loro famiglie. E magari uccisi poco dopo.

Ma questo dato è marginale. Ciò che contraddice le nostre ipotesi è che la musica composta nei lager e nei gulag non è triste né disperata.

Il musicista, in genere, non canta il lager, non canta il gulag, non mette in musica la prigionia o la deportazione. Il compositore sovverte, capovolge, esorcizza il luogo. E’ raro trovare musica dalla quale desumere direttamente quel clima di terrore. Il dolore c’è, come c’è la tragedia, ma è implicito nelle partiture. […] Il dolore quindi esiste, è vero, vivo e bruciante, ma è in filigrana in queste opere. La vita è a rischio, ma l’ingegno in questo flusso musicale non è in pericolo perché viene sollecitato e stimolato dal disagio che prova l’uomo.

Da Bonculture

Quando la vita è a rischio, la voce umana sa dare ragione in modo più chiaro della speranza. E questo ci riporta attoniti al punto di partenza, che è il paradosso della nostra umanità. Siamo dentro una contesa, e quando scoppiano le guerre se ne enfatizza la cornice. Il seme del male e della divisione è piantato dentro di noi, che siamo però in grado di prodigare i nostri sforzi anche su azioni che sono un anticipo di Paradiso.

L’uomo che canta nei lager non è solo il vero oppositore del regime nazista o stalinista, ma è testimone della nostra speranza quotidiana: infangati fino al collo di rabbia, invidie e malizia, non si spegne il desiderio di ricucire il nostro legame col Cielo.

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