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Se non sono credente o ho una fede debole, il mio matrimonio in chiesa è valido?

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Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 12/02/22

Il teologo Nicola Reali spiega quali sono i matrimoni che la Chiesa considera "sacramento". E chiarisce su alcune domande, oggi sempre più comuni tra gli sposi

Quando la Chiesa considera un matrimonio “valido”? Per esempio, se i futuri coniugi non hanno una grande fede, o se addirittura non sono credenti, possono comunque sposarsi in Chiesa? Il sacramento avrebbe un senso? Ci aiuta a chiarire le risposte più corrette un teologo esperto di teologia sacramentale.

Quattro “prerogative” per la validità del matrimonio

Don Nicola Reali, docente incaricato di Teologia Pastorale dei Sacramenti presso il Pontificio Istituto Redemptor Hominis (Pontificia Università Lateranense), fa una premessa ad Aleteia: «Un matrimonio è valido e, quindi, è un vero matrimonio quando rispetta le cosiddette prerogative naturali: anzitutto che sia eterosessuale (tra un uomo e una donna), che sia “uno” (cioè che respinga ogni forma di poligamia o di poliandria), che sia “indissolubile” (quindi, che escluda ogni forma di divorzio) e che sia fecondo (ovvero, aperto alla trasmissione della vita). Ora, quando queste caratteristiche sono rispettate un matrimonio è valido e – se celebrato, nelle forme previste dal diritto, tra due battezzati cattolici – è ipso facto anche un sacramento. Questo tecnicamente si chiama “principio dell’identità tra contratto e sacramento».

La differenza tra “sacramentale” e naturale

Nella sostanza, prosegue il teologo, «non c’è alcuna differenza tra un matrimonio naturale e uno sacramentale». O meglio, «l’unica differenza è che quello naturale può essere chiamato anche sacramentale solo se è celebrato tra due battezzati». L’affermazione di Don Nicola Reali potrebbe generare un dubbio: allora anche le cosiddette coppie di fatto possono essere un “vero matrimonio”?

Quando il matrimonio è un sacramento

Il docente ribatte: «Il problema è che nel Decreto Tametsi del Concilio di Trento la Chiesa ha deciso di rendere obbligatoria (dunque, ad validitatem) per i fedeli cattolici la forma canonica della celebrazione matrimoniale». Questo vuol dire che due battezzati cattolici «solo se si sposano secondo una forma riconosciuta dal diritto canonico (che non è necessariamente quella liturgica in chiesa) celebrano un vero e valido matrimonio che può essere chiamato sacramento. Se non si sposano con questa forma, il loro matrimonio, non solo non è sacramento, ma non è neppure valido».

Il rito in Comune

Il teologo evidenzia: «Un matrimonio civile celebrato in Comune, benché rispettoso della natura, non è un sacramento per il semplice fatto che non è stato celebrato secondo la forma canonica prescritta. Di conseguenza, esso non vale e non può neppure essere chiamato “vero matrimonio”, perché il principio dell’identità contratto/sacramento impedisce di pensare che ci possa essere un matrimonio naturalmente valido di un battezzato che non sia – per usare le parole del Codice – per ciò stesso (eo ipso) sacramento».

Credenti e non credenti

Questo è però un aspetto che crea confusione, disorientamento. «Non lo sa quasi nessuno e in effetti il disorientamento è grande. Ma, quello che maggiormente appare problematico in questa disciplina (specialmente dal punto di vista pastorale) è il fatto che tra gli elementi che rendono un matrimonio naturale sacramento non ci sia la fede personale dei nubendi. Questo significa che per sposarsi in chiesa, di per sé non è necessario essere credenti: è sufficiente essere battezzati e affermare di voler fare un matrimonio naturale. Poi, se si crede o non si crede in Gesù Cristo, in Jhwh o in nessuno, non fa differenza. Questa è una prassi che risale, appunto, al Concilio di Trento (XVI secolo) e che è rimasta da allora inalterata».

Una prassi da preservare

Reali ne parla anche nel libro Quale fede per sposarsi in chiesa? Riflessioni teologico-pastorali sul sacramento del matrimonio(EDB, Bologna 2014).«Il mio ultimo libro è dedicato proprio a questo problema, da una parte per aiutare chi è interessato al problema a capire meglio i termini della questione, dall’altra per sollecitare una discussione franca e libera sull’opportunità di mantenere in vigore questa prassi. Anzitutto, partendo dalla constatazione che quanto finora affermato è la posizione del diritto canonico, non della Chiesa in quanto tale».

L’adesione della fede alla chiesa

Secondo il teologo «il diritto canonico, come ogni diritto, è la legge che regola la vita della Chiesa nei suoi aspetti fondamentali, ma la vita della Chiesa non si riduce alle sue leggi canoniche, è più ampia. Pertanto, non è del tutto corretto affermare che la Chiesa non considera la fede un elemento essenziale per la celebrazione del matrimonio cristiano, ma unicamente il diritto canonico. Prova ne è che la pastorale ordinaria delle parrocchie viceversa punta molto sulla fede di chi si vuole sposare in chiesa. Tanto è vero che chiunque, per esperienza propria o altrui, sa benissimo che sposarsi in chiesa significa partecipare a dei corsi di preparazione al matrimonio, i quali in maniera esplicita sottolineano il valore dell’adesione personale alla fede della Chiesa».

Problema pastorale da risolvere

Pertanto, sottolinea Reali, il contenuto centrale del libro «va nella linea di voler mettere in evidenza come l’azione quotidiana di tutti coloro, sacerdoti e laici, che s’impegnano per favorire un approccio al sacramento del matrimonio che tenga conto della fede di chi si sposa, non sia un cammino totalmente parallelo – io, nel mio libro parlo di “due mondi separati” – rispetto alla disciplina canonica che, al contrario, non considera la fede un elemento essenziale per la valida celebrazione del matrimonio. Forse – conclude – è venuto il momento che i problemi della pastorale non siano considerati solamente come “problemi pastorali” che devono risolvere i parroci, mentre i cultori della disciplina canonica continuano ad affermare una normativa (che tra l’altro risale a cinque secoli fa) per salvaguardare la giuridicità del diritto».

Tags:
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