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Suor Valentina Sala, seminare pace facendo l’ostetrica a Gerusalemme Est

SUOR, VALENTINA, SALA

TV 2000 | Youtube

Annalisa Teggi - pubblicato il 11/02/22

"Chiedo sempre che il Signore benedica le nostre mani perché sono il primo punto di appoggio che un bambino ha". Al Saint Joseph Hospital Suor Valentina si prende cura del mistero della nascita e aiuta un paese intero in travaglio.

Una suora con la vocazione di essere ostetrica, a servizio della vita senza essere madre. Un ospedale a Gerusalemme dove si partorisce, dedicato a San Giuseppe che è uomo e padre. Un ritaglio di terra dilaniato dalla guerra che ospita uno spazio di nascita. Davvero il paradosso è una sorpresa di senso per il cristiano, non solo un gioco retorico.

Alessandra Buzzetti ci ha regalato un prodotto giornalistico di grande qualità e bellezza, raccontando la storia della ‘doppia’ vocazione di Suor Valentina Sala. Il suo servizio è andato in onda a fine dicembre su TV 2000 (vi alleghiamo il video) ed è stato ripreso sull’ultimo numero di donne chiesa mondo. E’ la storia di un Dio fedele che mantiene tutte le promesse, e le moltiplica, a chi non teme il dolore del travaglio.

Anche una suora conosce il travaglio

Valentina Sala, lombarda, 45 anni, era felicemente fidanzata, quando si è ritirata per concludere la tesi in ostetricia in una una casa per ferie di suore dal nome strano. Congregazione di san Giuseppe dell’Apparizione. Ma è qui che le accade qualcosa di mai sperimentato in precedenza: nella preghiera e nel volto delle suore percepisce
la forza e la concretezza di una Presenza accanto a sé, che la chiama.
L’istante di corrispondenza totale è seguito dalla paura. Il travaglio è doloroso, brucia il desiderio di una vita feconda, di non sbagliare il proprio posto. Con la resa, arriva la pace nel cuore. Suor Valentina è pronta, come san Giuseppe, a seguire i sogni di Dio.

Da donne chiesa mondo

Una giovane ragazza di 18 anni viene travolta da una tempesta, l’intuizione di un Bene che le chiede per prima cosa di lasciare le cose buone che aveva per le mani. La vocazione alla vita consacrata si è fatta sentire in un momento in cui Valentina aveva le idee chiare su di sé: era innamorata del suo fidanzato e dopo la nascita dell’ultima sorella le era diventato chiaro che voleva fare l’ostetrica. Diventare suora poteva sembrare un tradimento di quelle preferenze che la stavano facendo fiorire.

La scelta di affidarsi alla chiamata sentita durante quel ritiro di studio in compagnia delle suore è stata in tutto e per tutto un travaglio, un dolore presente e una promessa incognita (ma pre-sentita). Il primo passo del suo sì implica la rinuncia all’amore e al desiderio di essere ostetrica. Che Dio strano, quello che tende la mano, sì, ma per mettere chi ama su una strada completamente diversa e lontana dai suoi desideri.

Nascere in pace in un paese in guerra

Durante una delle molte interviste Suor Valentina ha messo in ordine alcuni pezzi della sua storia. L’ordine temporale delle sue vocazioni non combacia con l’ordine di valore delle stesse. Mettendo al primo posto la chiamata venuta dopo, quella alla vita religiosa, ha dato senso anche alla prima. Ma solo nel tempo. Lasciando a Dio il tempo di seminare, nulla di ciò che un’anima desidera viene tradito.

La mia prima vocazione è stata quella di essere ostetrica, perché per me essere ostetrica non è stata solo la scelta di un lavoro, ma è stata la prima esperienza di vocazione. […] E poi dopo qualche anno è arrivata quella che in ordine di tempo è la mia seconda vocazione, ma in ordine di importanza è la prima: quella di essere una consacrata, una suora.

Da La Mangrovia

Dopo aver preso i voti, Suor Valentina Sala ha prestato servizio nella pastorale giovanile, la sua professione medica rimane in un angolo. Poi le viene chiesto di traferirsi a Gerusalemme Est per fare l’ostetrica nell’unico ospedale cattolico. Il Saint Joseph è, infatti, un ospedale in zona palestinese con un reparto di maternità. Durante gli scontri a Gaza è lì che arrivano i feriti. Ed è in questa collisione tra guerra e nascita che Suor Valentina intuisce che quella sua prima vocazione (temporale) si può compiere proprio grazie alla sua seconda e più importante vocazione.

L’estate del 2014 segna una prima svolta. Nei due mesi di guerra con Gaza, suor Valentina sperimenta anche la violenza del conflitto. Intuisce che il suo contributo a una terra martoriata è quello di rimuovere la violenza almeno nel momento della nascita.

Non si tratta solo di far nascere bambini, ma di assistere un popolo intero nel suo travaglio.

Il mistero della nascita come fondamento della pace

Nei momenti della mia vita in cui ho avuto bisogno di affidarmi al sostegno psicologico mi è sempre stato chiesto cosa mi fosse stato detto o cosa ricordassi della mia nascita. Ricordi non ne ho, ma mia madre mi ha raccontato molto. Per quanto remoto e pressoché ignoto a noi stessi, il momento della nascita ci segna in modo cruciale al punto che anche traumi vissuti da adulti possono avere un legame profondo con l’evento della venuta al mondo.

Come siamo nati conta.

Quando si parla di violenza ostetrica ci si riferisce a una serie di pratiche invasive in cui la relazione madre e figlio durante la nascita viene violata. Non è detto che abbia forme aggressivamente forti, può anche essere il prevalere di certe semplici procedure mediche sulla naturalità del parto. E’ stata una delle prime premure che Suor Valentina ha avuto entrando all’ospedale Sain Joseph: rimettere il mistero della nascita al centro del lavoro svolto da medici e infermieri.

L’impresa è ardua, perché si tratta di cambiare una modalità di assistenza, radicata nel sistema culturale e sociale. A resistere non è solo il personale infermieristico, ma le donne stesse. In particolare le arabe, che arrivano in sala parto con le madri. È inconcepibile per loro considerare la puerpera parte attiva nella nascita del bambino, tanto da poter condividere le scelte delle ostetriche e dei medici che usano un po’ troppo spesso
ventose e tagli cesarei.

Da donne chiesa mondo

La madre e suo figlio, il centro. Medici, ostetriche e infermieri, alleati non invadenti. Questo sguardo sulla nascita come evento di relazione (tra madre e figlio) e non come procedura medica si è poi ampliato a tutta l’esperienza vissuta nelle corsie.

Non appena si sparge la voce che al Saint Joseph c’è questa attenzione al parto naturale anche alcune donne ebree cominciano a presentarsi in quell’ospedale palestinese. E’ un muro che crolla.

Suor Valentina ricorda che le sue colleghe chiedevano: “Ma questo bambino israeliano che faccio nascere ucciderà i miei figli?”. Questa specie di pensiero che alza barricate lo conosciamo bene anche noi che non viviamo in un paese in guerra. E’ il giudizio si priva della sorpresa dell’incontro. Nello stare ad assistere al travaglio donne che sulla carta erano nemiche, è maturata l’ipotesi di una pace molto più radicale di un trattato diplomatico. Quelle stesse colleghe oggi dicono: “Ogni volta che lavoro cerco di dare il meglio di me, in modo che possano insegnare ai loro figli ad amarci”.

Non solo Dio non ha tradito i sogni di Valentina, ma li ha piantati in un campo che lei non avrebbe osato immaginare.

La risposta alla promessa che Dio ha compiuto per me è quella di cercare di promuovere l’umanità sulla nascita. Perché, da quando ho cominciato a studiare, ho visto bambini nascere e donne partorire e per me è stato come contemplare un mistero. Professionalmente si sa come funziona, però è vero che un bambino che nasce è qualcosa che va al di là di noi, delle nostre capacità. Per cui io vorrei preservare questo e non permettere che la medicalizzazione e il nostro potere professionale prenda il sopravvento sulla relazione madre-figlio e sulla vita.

Da La Mangrovia

Imparare da Giuseppe a stare a fianco

Ostetrica, parola prettamente femminile anche se esistono figure maschili che esercitano questa professione. Mi ha colpito che questo ospedale cattolico a Gerusalemme Est fosse dedicato a un padre. “Vado a partorire al San Giuseppe”, il paradosso è solo apparente. Giuseppe è stato presente alla nascita di Gesù e ha accudito la partoriente Maria. E simbolicamente il suo ruolo ostetrico va anche oltre i momenti nella grotta di Betlemme. Nessuno più di Giuseppe è l’attore non protagonista a servizio della nascita dell’evento cristiano nella storia. Con il suo silenzio operoso ha dato tutto per favorire la venuta di Dio tra gli uomini.

E nella benedizione che ogni giorno Suor Valentina chiede per svolgere il suo compito non si può non pensare che la mano di Giuseppe porti la sua carezza su chi è così vicino al posto che lui stesso ha occupato:

Semplicemente rimanere come seconde, come seconde. E servire la vita che sta nascendo. Chiedo sempre che il Signore benedica le nostre mani perché sono il primo punto di appoggio che un bambino ha. E pensavo a questa terra. Se si può mettere un po’ più di pace quando un bambino viene al mondo si aiuterà, forse, quel bambino e quella famiglia a essere una persona di pace.

Da La Mangrovia
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