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Godiamo meno perché siamo educati meno al sacrificio?

PADRE MAURIZIO BOTTA

Oratorium | Youtube

Annalisa Teggi - pubblicato il 09/02/22

Mettendo a tema di uno dei Cinque Passi il piacere, Padre Maurizio Botta lo innesta a ciò che lo riempie di senso, il sacrificio: "Tutte le cose che danno più piacere nella vita sono processi dolorosi e complicati".

Gesù mangiava e beveva con pubblicani e prostitute, e i farisei lo chiamavano “mangione e beone”. Comincia da questo scandalo evangelico il passo di Padre Maurizio Botta intitolato La società dei magnaccioni. Il Figlio di Dio sta con chi fa festa, condivide la tavola e non solo metaforicamente. Ma che tipo di piacere propone oggi Cristo a un mondo bulimico di divertimenti, e sempre a digiuno di gioia vera?

Il cristiano gode quando fa festa

Guardando la catechesi di Padre Maurizio (gustatevela tutto, fino all’ultimo secondo) mi è frullato il testa, fin dalle prime parole, il ritornello quasi amletico della pubblicità:

E se l’attesa del piacere fosse essa stessa il piacere?

Eh? A ben vedere è una dichiarazione terribile, che più pessimista non si può. Perché nega l’esistenza del vero godimento e sposta indietro il discorso, fermandosi alla possibilità di provare l’ebrezza di un’aspettativa di piacere…che forse verrà tradita dai fatti.

Il cristiano è agli antipodi, e si gode davvero la festa. Cana, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, l’Ultima Cena, i pesci mangiati sulla riva dopo la Resurrezione, il cibo condiviso coi discepoli di Emmaus. Gesù si mette al centro di questi banchetti e gode del piacere della compagnia e del cibo. Mangione e beone, dunque?

Non proprio. C’è un punto particolare del Vangelo a cui Padre Maurizio riconduce il senso della festa cristiana e del vero piacere, ed è la parabola del figliol prodigo. Un figlio lascia il padre e dissipa i suoi averi in piaceri in tutto simili a quelli che oggi chiamiamo festini. Ma è solo quando ritorna a casa, dopo essersi perduto, che c’è la vera festa.

C’è un elemento che distingue la festa dal festino orgiastico. La festa è sempre celebrazione di qualcosa. È un piacere sensato, ricco di senso. Ha un motivo, non è semplicemente il godere per il godere, ricercare il piacere per il piacere. […]. Cercare il piacere per il piacere non è un valore di per sé. Mentre una festa che dà grande piacere è sempre legata a un fatto, a un avvenimento.

Padre Maurizio Botta
The Supper at Emmaus – Caravaggio (1573–1610)

La nostalgia della purezza dopo l’orgia

Non è il dito del moralista ad additare certi piaceri come vani, capaci solo di esaurirsi in una istantaneità e istintività brevi e amare. I più famosi personaggi, additati sommariamente come edonisti, hanno messo nero su bianco il fallimento di una condotta libertina e disinibita. Il piacere per il piacere non dà nessun vero piacere, anzi. Non a caso festino è un diminutivo di festa, è la festa a cui qualcosa è stato tolto, l’essenziale.

Padre Maurizio cede la parola ai grandi nomi della letteratura che hanno celebrato questo piacere disinibito e istintivo. Baudealaire, ad esempio, è spudoratamente onesto ne L’alba spirituale in cui racconta il risveglio da un’orgia:

[…] per chi ha toccato il fondo e sogna ancora e soffre

lancinante si apre per un’attrazione abissale,

l’inaccessibile azzurro dei cieli spirituali

Il risveglio triste da un’orgia mette nel cuore di Baudelaire il desiderio più forte di un amore innocente. Più forte è la nostalgia della purezza.

Nell’ascoltare questa parte di catechesi ho ricordato certi momenti vissuti da giovane, e anche pensato ai miei figli. Certo, non c’è bisogno di aver partecipato a feste a base di alcol, sesso e droga per dire che non c’è niente di buono e lieto. Basta meno, tipo quelle festicciole da adolescenti che aspettavi con ansia e poi tornavi a casa con una tristezza pesante.

MAN, AFTER PARTY

Oggi in tempo di pandemia abbiamo sentito spesso il ritornello sul bisogno dei giovani di tornare a ritrovarsi, a divertirsi insieme. Ma cosa ci stiamo augurando per loro? Che si tuffino senza paracadute in una giostra di stordimenti?

Quei dati allarmanti su depressione e suicidi degli adolescenti forse contengono anche dato sommerso. Non può essere che i giovani sentano, anche inconsapevolmente, che manca loro un motivo di far festa? Che non basta essere allegri perché è finito (o finirà) l’isolamento? Divertirsi non basta, è un verbo dispersivo, etimologicamente parla di qualcosa che va in mille direzioni. E non approda a niente. Più che mai quel desiderio di innocenza e purezza e gioia cantato da Baudelaire è piantato nella carne, e tradito dalle circostanze.

Il mito della grande tetta

Il bambino attaccato al seno materno è immagine di un rapporto totalmente appagato. Il neonato dipende interamente dal nutrimento materno. Diventare adulti è abitare lo strappo di allontanarsi dal seno che nutre, da quel gettonatissimo allattamento a richiesta. (Niente orari, appena il neonato piange gli offri il seno). Non sarebbe il nostro sogno nel cassetto quotidiano? A ogni bisogno, una risposta immediata. A ogni vagito, una carezza.

Il mito della ricchezza ci solletica, in fondo, perché è la strada apparentemente più facile per ritornare alla condizione infantile di poppanti, che succhiano e sono felici.

“Se io avessi tanti soldi, vivrei…” Come? Ritornando bambino in questo senso: attaccato a una grande mammella a succhiare. Si pensa che il più grande piacere sia suggere, prendere. Tu hai nostalgia di quella tetta gigante e, allora, pensi che se avessi tanti soldi potresti tornare a godere dell’unico piacere che il neonato concepisce, prendere in continuazione. Come se ci fosse piacere solo nel prendere. Come se il dare non desse piacere o gioia.

PAY, CREDIT CARD

Il passaggio dall’infantilismo del prendere all’adulto che scopre la gioia di dare si compie facendo esperienza del limite, e del di più che arriva in dono facendo fatica.

Per fare qualunque cosa noi cerchiamo una motivazione piacevole e a volte questa motivazione non c’è. C’è una maledizione scritta dentro la vita, c’è un limite. Tutto costa fatica. Tutto.[…] C’è un momento in cui tu nell’incertezza fai delle cose, è l’ora penosa del non senso, in cui ti sembra che non servirà a niente. È il momento drammatico del contadino che semina, e butta per terra il seme che potrebbe essere pane immediato (piacere immediato). Lo butta a terra con dolore, attendendo il momento successivo del raccolto che viene dopo.

Un’educazione che renda lode al sacrificio

Ma tutto non era partito da Gesù che mangiava e beveva con chiunque? Sì, e proprio perché amava quelli con cui stava non si è limitato al piacere sincero e occasionale di un banchetto. Il piacere più compiuto che Cristo ci ha insegnato è quello di dare la vita per gli amici. L’appagamento robusto che passa dal sacrificio si capisce nella concretezza dell’esempio che Padre Maurizio fa in proposito:

C’è un piacere, che è quello di vedere nascere un figlio, che è molto più decisivo del piacere che lo ha generato. E comporta nove mesi di attesa e il dolore del travaglio.

Queste poche parole gettano una luce nuova sulla società contemporanea, così sesso-centrata e assiderata dal gelo demografico. Il piacere immediato, istantaneo, occasionale, ci lascia al freddo, letteralmente senza vita.

La mancanza di sincerità educativa nel dire che il sacrificio è necessario non ha forse come conseguenza il fatto che ci sono piaceri sempre più meschini? Godiamo meno perché siamo meno educati al sacrificio? È un’ipotesi di lavoro. L’istantaneità è nemica dei grandi godimenti. Non ho risolto questo problema, parlo come uno che si rende conto che l’impazienza è il problema principale. Tutte le volte che seguo l’impazienza sono portato a rovinare le cose più belle. […] Tutte le cose che danno più piacere nella vita sono processi dolorosi e complicati.

Questa sfida, che vince l’impazienza e scommette sul sudore della perseveranza, è un bene di prima necessità. Non è vero che le parole fatica e sacrificio sono assolutamente respingenti. Lo sono solo in astratto. Di fronte all’esempio e alla testimonianza di chi scala l’impresa quotidiana di andare oltre l’istinto di un piacere immediato, il cuore si accende anche in altri. E su questo Padre Maurizio ha un bell’asso nella manica da giocare, la voce di chi ha sacrificato tantissimo tempo per un’impresa colossale come la Sagrada Familia:

La vita è amore e l’amore è sacrificio. […] Un matrimonio in cui due coniugi hanno spirito di sacrificio è caratterizzato dalla pace e dall’allegria, che ci siano figli o no, ricchezza o no. Se coloro che si sacrificano sono più di due la casa brilla di mille luci che abbagliano chiunque si avvicini.

Antoni Gaudì
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fedepiaceresacrificio
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