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Più che punizione, la sofferenza nasconde lezioni preziose

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Octavio Messias - pubblicato il 28/01/22

Per il Libro dell'Ecclesiaste, “dov'è molta saggezza c'è molto affanno”

Di tanto in tanto, guardo indietro e ricordo decisioni prese il cui epilogo non ha avuto gli effetti che speravo. È quello che chiamiamo pentimento, una volontà irrazionale di tornare al passato e cambiare le proprie azioni per ottenere risultati diversi. Come se non bastasse la sofferenza in sé, quindi, ho la tendenza a rimuginare sulle cose. Quello che doveva durare un periodo limitato finisce per estendersi in modo indefinito e dura molto più del necessario.

Credendo in Dio e avendo fiducia nel fatto che ciò che accade sulla Terra è sotto la Sua azione, come intendere odio, povertà, pandemia, crisi ambientali, guerre e conflitti, tra le tante sciagure del mondo in cui viviamo? Un modo per rispondere può essere trovato nel Libro dell’Ecclesiaste (1, 16-18): 

“Io ho detto, parlando in cuor mio: «Ecco io ho acquistato maggiore saggezza di tutti quelli che hanno regnato prima di me a Gerusalemme; sì, il mio cuore ha posseduto molta saggezza e molta scienza». Ho applicato il cuore a conoscere la saggezza, e a conoscere la follia e la stoltezza; ho riconosciuto che anche questo è un correre dietro al vento. Infatti, dov’è molta saggezza c’è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore”.

Cosa sta dicendo quella sofferenza?

C’è grande saggezza in queste parole, e cambiare il modo in cui intendiamo le sventure della vita può alleviare molto la sofferenza. Se smetto di reclamare e di insistere nel provare pena di me stesso, forse riuscirò a capire cosa sta cercando di dirmi la sofferenza.

Quando sono andato ad abitare da solo per la prima volta, ho subìto subito un piccolo incidente domestico. In una notte di pioggia in cui ero arrivato a casa tardi, stanco e zuppo, tutto quello che volevo era fare un bagno, mangiare qualcosa e dormire il sonno dei giusti. Quando sono arrivato alla seconda tappa, mi sono bruciato gettando qualche bocconcino di pollo nell’olio bollente. Mi è rimasta una cicatrice sullo stinco che ancora oggi, a 15 anni di distanza, mi fa pentire di quell’errore.

Anziché tornare indietro nel tempo e non commettere più l’atto che mi avrebbe lasciato la cicatrice, mi rendo conto che è più produttivo dedicare i miei pensieri e impiegare le mie energie a comprendere la lezione più grande che sta dietro a tutto questo. Nel decennio e mezzo che è trascorso da allora, ho letto notizie di persone che hanno avuto incidenti domestici che hanno lasciato loro conseguenze ancor più gravi di una cicatrice su una gamba. A mia volta, ho capito anni fa che si deve stare molto più attenti all’olio bollente e non ho mai più fritto niente in bermuda, il che ha impedito che subissi ancora quel tipo di incidente, magari in scala molto maggiore. Per il rischio implicato e l’importanza della lezione, un’ustione di primo grado non è stata niente.

Col passare degli anni, ho imparato a capire la sofferenza, a livelli e in sfere diversi, come anche per motivi differenti, come una serie di lezioni che dovevo apprendere arrivare dove sono oggi. Sono ancora vivo perché ho capito, già da quando sono caduto dalla bicicletta da bambino, che non sono onnipotente. Una lezione pratica delle leggi della fisica che può ad esempio avermi evitato di subire un incidente automobilistico da adulto.

E se oggi viviamo in un mondo in preda all’odio, la lezione è forse che dobbiamo difendere l’amore; la povertà richiama l’attenzione nei confronti di chi è in difficoltà; la pandemia mostra che respiriamo tutti la stessa aria e che quindi siamo uguali; le crisi ambientali esortano a curare meglio il pianeta, e le guerre mostrano storicamente che l’unica soluzione è la pace.

Anziché rimuginare eternamente sulla sofferenza, è più sensato trarne delle lezioni e non ripetere gli stessi errori. Perché ogni lezione esige un cambiamento di azione.

Tags:
sofferenza
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