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Quali sono i pregiudizi reciproci tra cattolici e pentecostali?

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Miguel Pastorino - pubblicato il 26/01/22

Molti pentecostali, ad esempio, pensano che i cattolici adorino la Vergine Maria e i santi, il che non è vero

La mancanza di incontro reale tra credenti cattolici ed evangelici, soprattutto con i pentecostali, che sono i cristiani che aumentano di più, oltre alla generalizzazione che parte da casi molto particolari o da esperienze personali negative da una parte e dall’altra, hanno consolidato nella letturatura apologetica di entrambe le parti caricature sull’altro che sono ben lontane dalla realtà.

Cosa pensano gli evangelici e i pentecostali dei cattolici?

In generale si crede che noi cattolici abbiamo sempre bisogno di una mediazione istituzionale per incontrare Dio, come se solo gli evangelici si dedicassero alla preghiera spontanea. Il rapporto intimo e diretto con Dio non è prerogativa di alcuna Chiesa, ma è qualcosa di comune all’esperienza cristiana.

Si pensa anche che i cattolici non credano che la salvezza sia gratuita e ricevuta mediante la fede. Questo aspetto è fondamentale nella fede cattolica: la salvezza è gratuita, non si compra con meriti. È un elemento essenziale del cristianesimo, ma la polemica per la fede e le opere con il luteranesimo ha creato una caricatura irreale dei contenuti della fede cattolica.

Anche se esistono alcune predicazioni troppo centrate sui meriti, sia Benedetto XVI che Francesco hanno denunciato delle forme di pelagianesimo nella vita ecclesiale.

Molti pentecostali pensano che i cattolici adorino la Vergine Maria e i santi, il che non è vero. Anche se a volte si trovano espressioni di religiosità che esagerano nella devozione, nella dottrina cattolica si adora solo Dio, e si venerano la Vergine e i santi. Se si includono nelle preghiera è per la comunione dei santi, per l’intercessione, non perché si attribuisca loro un potere salvatore.

Molti pentecostali pensano che i cattolici non leggano la Bibbia, non abbiano avuto un incontro personale con Cristo e non abbiano vissuto un’esperienza di conversione. Anche se è vero che tutto questo si può applicare a molti “cattolici nominali”, non è tipico della fede cattolica, perché la lettura della Bibbia e la conversione a Gesù Cristo sono pilastri di qualsiasi fede cristiana autentica, per cui necessariamente della fede cattolica.

È vero che in genere i pentecostali sono convertiti, e la mancanza di entusiasmo missionario nei cattolici viene considerata dai pentecostali un indice di fede e di conversione.

È interessante che in questo aspetto abbiano spesso ragione, in base al tipo di cattolicesimo che conoscono, ma generalizzazioni e caricature sui cattolici hanno portato ad atteggiamenti di disprezzo che hanno ostacolato il dialogo, soprattutto quando sono pentecostali, sono stati cattolici nominali e hanno avuto una brutta esperienza all’interno del cattolicesimo.

Cosa pensano i cattolici di evangelici e pentecostali?

Anche se i Papi – Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – hanno dedicato gran parte del loro pontificato al dialogo ecumenico e ci sono documenti importanti sull’importanza di lavorare e pregare per l’unità dei cristiani come esigenza di fedeltà alla dottrina cattolica, non è un aspetto profondamente interiorizzato dalla maggior parte dei cattolici.

La situazione è più difficile in America Latina che in Europa per via dei conflitti con i gruppi più fondamentalisti e per il proselitismo aggressivo di molte Chiese, come anche dell’emarginazione che hanno subìto gli evangelici nei contesti a maggioranza cattolica.

In generale, i cattolici credono che i pentecostali abbiano una fede puramente emotiva, senza contenuto e frutto dell’ignoranza religiosa. Da un elitismo intellettuale che privilegia un certo razionalismo teologico, i pentecostali vengono ridotti ideologicamente – e con non pochi pregiudizi – allo stereotipo di religiosità emozionale ed epidermica, fanatica, ignorante e fondamentalista.

Non si sanno neanche distinguere le Chiese che vivono onestamente la loro fede e il loro impegno missionario e i gruppi settari che con facciata pentecostale sono diventati nocivi per i loro fedeli, cosa che genera ingiuste generalizzazioni.

A sua volta, vista la complessità e pluralità delle esperienze pentecostali, il Magistero latinoamericano ha chiamato in vari modo lo stesso fenomeno: da “sette fondamentaliste” a “comunità cristiane pentecostali”, anche se in evoluzione positiva di riconoscimento.

Ancora oggi ci sono autori che continuano a credere che tutti i pentecostali siano nati negli Stati Uniti, quando in realtà nei Paesi latinoamericani c’è un pentecostalismo autoctono senza influenza straniera e con molti elementi tratti dalla religiosità popolare cattolica latinoamericana. 

Cosa possono imparare gli uni dagli altri?

Negli incontri ecumenici tra cattolici e pentecostali, è stato sempre sottolineato che il pentecostalismo sfida il cattolicesimo a recuperare aspetti della fede trascurati e dimenticati, soprattutto per quanto riguarda la conversione, l’esperienza vissuta della fede, la forza missionaria, l’amore per la Parola di Dio e la vita trasformata da una preghiera che non si riduce a momenti sporadici della giornata, ma al “vivere alla presenza del Signore” tutti gli aspetti della vita.

Dall’altro lato, i pentecostali si sono sentiti sfidati dai cattolici a recuperare tesori della tradizione, a conoscere i Padri della Chiesa e ad approfondire la fede con una riflessione teologica più solida e ricca.

Il vero dialogo ecumenico non consiste nel rinunciare alla propria identità, ma a valorizzarla e a offrire i suoi tesori nell’incontro con gli altri, sottolineando che quello che ci unisce è più di ciò che ci separa.

Il vero dialogo non è proselitismo né ignorare le differenze, ma concentrarsi sull’amore per i fratelli, che nelle differenze possono aiutarci a vivere meglio la nostra fede. L’amore per i fratelli non deve rinunciare alla verità, ma l’amore per la verità non può farci mancare alla carità.

La conoscenza profonda degli uni e degli altri non solo ci arricchirà come cristiani nella rivalorizzazione di molti aspetti che sono tesori dimenticati o aspetti trascurati della stessa fede cristiana, ma ci offrirà anche luci sulla conversione pastorale di cui hanno bisogno le nostre strutture pastorali, e soprattutto ciascuno di noi. Per evangelizzare con la freschezza della testimonianza, con la forza dello Spirito, senza paura di prendere troppo sul serio il Vangelo.

Al di là delle critiche oggettive che si possono avanzare da un lato e dall’altro, si può cambiare sguardo e scoprire l’opportunità che rappresenta l’incontro con gli altri.

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