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Il giorno in cui il cristianesimo fu bandito dal Giappone 

MARTYRS JÉSUITES JAPON

© Leemage via AFP

Gesuiti martiri in Giappone.

Thérèse Puppinck - pubblicato il 26/01/22

Francesco Saverio, missionario gesuita, lasciò l’india nel 1549 per andare a evangelizzare il Giappone. Fu da principio accolto bene dalle autorità, che gli permisero di predicare. La fioritura del cattolicesimo fu relativamente rapida, fino all’editto di bando del 27 gennaio 1614. Cominciarono allora più di due secoli di persecuzione violenta e crudele.

Nel XVII secolo la mentalità giapponese riguardo al mondo esterno era molto aperta. I gesuiti approfittarono della curiosità intellettuale dei Giapponesi per pubblicare e distribuire molte opere cattoliche, libri di formazione e di pietà, ma anche studi comparativi fra buddismo, filosofia scintoista e cattolicesimo. Queste pubblicazioni didattiche sono utilissime perché permettono di mettere in esergo la ricchezza del cattolicesimo in rapporto alle filosofie orientali. La religione cattolica conquistò rapidamente tutti gli strati della società, dai grandi signori feudali agli umili contadini. Le chiese fiorirono in tutto il sud del Paese. I primi due preti giapponesi furono ordinati nel 1601. 

Quando già si contavano circa 300mila cristiani, nel 1603, uno sconvolgimento politico sbarrò brutalmente la strada all’espansione del cattolicesimo. Il potere infatti fu carpito da armigeri che progressivamente conquistarono tutto il Paese per farne uno Stato centralizzato. Il cattolicesimo, religione nuova e che non riuscivano ad asservire al progetto, apparve come un ostacolo. Cercarono allora con ogni mezzo di proibirlo e di eliminare i cristiani. Cominciarono quindi le persecuzioni, che si fecero via via più intense. 

Il decreto di bando, del 27 gennaio 1614, ordinò la distruzione di tutte le chiese e il bando di tutte le religioni, occidentali o giapponesi. Ciononostante, alcuni missionari decisero di restare clandestinamente nel Paese per non abbandonare i fedeli. La repressione, dapprima lieve, si amplificò in capo a qualche mese, e divenne violentissima a partire dal 1618, data a partire dalla quale essa fu condotta da funzionari cristiani apostati. L’amministrazione costruì un efficace sistema che premiava le delazioni. Nel mese di ottobre 1619 cinquantatré cristiani furono bruciati vivi. 

Come ha limpidamente illustrato padre Pierre Dunoyer (Missione Étrangères de Paris), grande specialista del Giappone, l’anticristianesimo giapponese non sorgeva dal popolo, fu anzitutto una costruzione politica. Le misure repressive furono disposte nel contesto di un cambiamento di regime. Per consolidare il proprio potere e mettere a tacere eventuali oppositori, il nuovo governo utilizzò sistematicamente una tattica totalitaria evocando a ogni piè sospinto lo spettro di un comune nemico esterno, comune a tutti, che il cattolicesimo ben si prestava a interpretare. Il metodo fu talmente efficace che lo Stato finì per applicare a tutta la società questo sistema repressivo di sorveglianza generalizzata. 

Le persecuzioni si accentuarono ancora dopo il 1633, in particolare con l’istruzione di una polizia segreta che sorvegliava in particolare gli apostati e le loro famiglie. Il governo utilizzava l’e-fumi per braccare cristiani: ogni persona sospettata di cattolicesimo doveva calpestare un’immagine della Vergine Maria o di Cristo davanti alle autorità locali. Chi rifiutava veniva arrestato, torturato e poi gettato nel cratere del vulcano Uzen. I supplizî furono particolarmente atroci nella prima metà del XVII secolo. A complemento delle persecuzioni, lo Stato allestì una propaganda scritta commissionando e diffondendo numerosi testi anti-cristiani. La repressione dei cattolici è tale che gli osservatori stranieri ritennero non potersi rinvenire in Giappone un solo cristiano vivente. 

240 anni più tardi, la situazione politica era cambiata parecchio e alcuni preti furono autorizzati a entrare in territorio giapponese. Essi costruirono una chiesa, a Nagasaki, che dedicarono ai martiri del paese. Un giorno dell’anno 1865 un gruppo di una quindicina di persone si presentò davanti alla chiesa, cercò il prete e gli chiese una statua della Vergine Maria: erano i discendenti dei cattolici del XVII secolo. I sacerdoti francesi furono molto impressionati di incontrare quei fedeli che avevano custodito intatta la fede dei loro antenati, trasmessa di generazione in generazione con molto rispetto e fedeltà grazie a qualche libro e a delle immagini devote tenute ben nascoste… ma soprattutto grazie a una efficace tradizione orale. Quei cattolici nascosti non avevano mai assistito a una messa, naturalmente, ma sapevano dell’esistenza del Santissimo Sacramento; festeggiavano la nascita di Cristo il 25 dicembre, praticavano un tempo di Quaresima, veneravano la Croce. Avevano una nettissima coscienza del peccato, della contrizione e della grazia. Battezzavano i bambini con l’esatta formula latina, piamente conservata, e pregavano il rosario. 

Presto i cristiani nascosti affluirono nella chiesa di Nagasaki: i preti, che non sapevano a chi ridare i resti, ne contarono circa 50mila. La storia di questi Kakure Kirishitan, dei cristiani nascosti del Giappone, impressionò molto fortemente i missionari occidentali. Essa rappresenta effettivamente una magnifica ed eroica testimonianza di trasmissione della fede cristiana attraverso i secoli e malgrado le prove. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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