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Maïti Girtanner, il perdono è più forte della tortura

MAITI GIRTANNER

Itaca edizioni - Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 25/01/22

"Non avevo smesso di pregare per quell’uomo. Avevo paura che morisse con il cuore abitato dall’odio e mi auguravo che incontrasse Colui che l’aveva creato per amore e per amare". Così dopo 40 anni la pianista cattolica Maïti perdonò il medico nazista che l'aveva torturata per 4 mesi.

Si legge d’un fiato il libro della pianista cattolica Maïti Girtanner appena edito da Itaca e intitolato Maïti.Resistenza e perdono. Si trattiene anche il fiato leggendo, perché il tema del perdono – così piantato nell’anima – è però alieno alla nostra misura. In effetti, il perdono è rottura di ogni misura e perciò, come scrive Maïti, è uno spartito che si suona a quattro mani con Dio.

Il Giorno della Memoria è alle porte e questa storia ci fa stare con un piede nel nostro presente e con l’altro nei panni di una giovane diciottenne che per quattro mesi, tra il 1943 e il 1944, fu torturata da un medico nazista.

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Il perdono non è naturale, è divino

«Ebbi l’impressione che la casa mi stesse crollando addosso». Questa fu la reazione di Maïti Girtanner di fronte a una richiesta folle. A quarant’anni dalle torture subite durante la Seconda Guerra Mondiale, il medico nazista Léo responsabile di quelle azioni, si fa vivo. Un tumore terminale lo spinge a fare un passo enorme: chiedere il perdono alla sua vittima.

Maiti è ormai una donna molto adulta, sui 60 anni, e con il corpo profondamente leso dalle torture subite durante la prigionia (quando aveva appena 18 anni). Accetta l’incontro, ma soprattutto accetta la sfida più grande posta dall’ipotesi del perdono:

L’incontro con Léo dovevo allora viverlo, non prepararlo.

Ecco che qui lo scorcio non è più solo un passato remoto da rievocare, ma qualcosa che parla al nostro incandescente presente. La mossa del perdono, come ogni tratto del cristianesimo, è un’esperienza e non un sentimento. Non è una posa ma è relazione. Addirittura ipotesi scandalosa di relazione, quella con il carnefice.

Dopo quarant’anni, non avevo smesso di pregare per quell’uomo. Avevo paura che morisse con il cuore abitato dall’odio e mi auguravo che incontrasse Colui che l’aveva creato per
amore e per amare. Non potevo accettare di vedere il male trionfare definitivamente su una persona e mi sembrava che una vittima fosse nella posizione migliore per intercedere in favore del suo carnefice. In fondo, questo incontro avrei dovuto augurarmelo, ma non l’avevo mai immaginato possibile, per questo non mi ero preparata.

SOLDIER, SECOND WORLD WAR

Resistere sul confine, vivere le circostanze

Questo tempo di pandemia sembra rendere sempre più opaca la nostra vista, e contemporaneamente sentiamo la smania di aver capito cosa stiamo vivendo. La storia diMaïti Girtanner ci è compagna di viaggio, aiutandoci a mollare la presunzione della sintesi e della verità mentre si affrontano le incognite. La vera urgenza è vivere le circostanze come una chiamata in cui Dio non si sottrae.

Negli anni in cui il regime hitleriano comincia a spargere terrore in Europa Maïti è una ragazzina di origini svizzere che vive in Francia. Ha una passione e un talento per la musica, ereditati dal nonno. Dal padre, scomparso prematuramente, ha invece accolto il tesoro della fede cristiana cattolica. Quando scoppia la guerra lei vive con la sua famiglia a Bonnes (vicino a Poitiers) sulle sponde del fiume Vienne, che si trova sulla linea di demarcazione tra Francia libera e territorio occupato. Non solo il suo paese, i Tedeschi occupano anche casa sua, luogo strategico di controllo sul confine. E lei, pur con il nemico in casa e pur giovanissima, non cede ai conquistatori.

Molto presto aiutai alcuni soldati evasi a passare quella frontiera proibita che era divenuta la Vienne. Non sopportavo di vedere la Francia tagliata in due, e i francesi divisi.
È così che entrai progressivamente nella Resistenza contro gli occupanti: attraversamento della linea di demarcazione, instradamento di corrieri, passaggio di cartine, individuazione di movimenti di sottomarini, protezione di professori di musica ebrei…

FRANCIA, OCCUPATA, GUERRA

Quello che stupisce è la chiarezza d’animo di una ragazza di appena 17 anni. Il confine non è solo quello imposto dalla guerra, non è una mera circostanza storica. Dentro ogni evento è in gioco il destino eterno di ogni persona, il vero confine – che siamo in guerra, in pandemia, in un giorno qualunque – è tra il nulla e l’eterno. Ogni giorno non è in gioco solo la sopravvivenza ma la vita eterna. Così la Resistenza vissuta da Maïti è un gesto politico intero, inteso come ipotesi di vera salvezza per la comunità delle anime che incontra.

Si sarà capito da tempo, credo, che la fede nel Dio dell’amore è il cuore della mia vita e ho sempre avuto la preoccupazione di condividerla con chi era attorno a me, semplicemente
perché non mi sento in diritto di tenere per me, per egoismo, un tesoro ricevuto gratuitamente. A quanti erano candidati all’attraversamento della linea di demarcazione, avevo tentato di mostrare la forza e il conforto donato da Dio.

Dunque non offre solo la sua disponibilità a mettere in salvo i corpi, ma a quanti chiedono il suo aiuto porta la testimonianza della vera posta in gioco: il destino della vita eterna.

Il tempo del patire è poco

Dopo un’intensa attività a servizio della Resistenza, Maïti viene arrestata. A nulla vale la sua cittadinanza svizzera.

Nell’autunno 1943 fui arrestata a Parigi e poi trasferita in una villa requisita dalla Gestapo nel sud ovest della Francia.
È là che caddi nelle mani di un giovane medico di ventisei anni, soprannominato Léo, incaricato di sperimentare dei nuovi trattamenti con lo scopo di far confessare i prigionieri. Una serie di bastonate, dirette alla spina dorsale della colonna vertebrale, distrussero i miei centri nervosi.

La scelta editoriale dell’autrice e protagonista della vicenda è quanto mai sovversiva. E perciò esemplare. Siamo in un tempo in cui si freme per esibire il dolore, telecamere e microfoni non aspettano altro che dare in pasto al pubblico l’orrore inquadrato dettaglio per dettaglio. Maiti, con la sua tempra irriducibilmente coraggiosa, salta a pié pari quello che la comunicazione scandalistica cercherebbe. Racconta molto della sua passione per la musica, dei suoi giorni di guerra e resistenza. Arrivata al punto delle torture, tace.

Se io, io come altri, dopo altri, ho un messaggio da dare, non si basa affatto sulla classifica delle sofferenze subite. Mi si perdoni il fatto che non dica di più riguardo ai cosiddetti “trattamenti” sperimentati dal nostro medico e la sua équipe. Il dolore,
credo, si accompagna bene al pudore.

Che spazio diamo al nostro patire? Anche solo nel nostro intimo, ci crogioliamo. Lo dilatiamo, ci indulgiamo. E’ sempre utile? Queste domande mi sono sorte con il fastidio di una puntura, leggendo questo libro. Dilatare il tempo della croce può causare un errore madornale di coscienza. E’ audace scegliere di dedicare poche parole a 4 mesi di tortura che saranno sembrati un’eternità. Ecco di nuovo la parola giusta che incombe. Se l’orizzonte complessivo è il destino eterno di ciascuno, non si può cadere nella trappola di rimanere chiusi in un’esperienza tragica ma di durata finita. Piuttosto, la sfida cristiana – che Maïti ha compreso radicalmente – è guardare il tempo della passione come chiamata a una nuova costruzione di sé.

Dopo la svolta degli anni 1943-1944, vissi la sofferenza quotidianamente. Molto rapidamente, compresi che le limitazioni delle mie capacità fisiche non erano solo una
tappa, ma uno stato permanente. Fu difficile da accettare.
Viviamo sempre nella speranza che le nostre ferite passeranno, nell’attesa che tutto ritorni ad essere come prima, che i fili della nostra storia si ricolleghino. Nel mio caso andò in
modo diverso. Alcuni centri nervosi erano stati distrutti e non li avrei mai recuperati. Non c’era dunque da ricostruire ciò che era stato distrutto, come si fa rimontando a uno
a uno i mattoni di una casa crollata. Era semplicemente questione di costruire su fondamenta nuove, che non avevo scelto io.

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Tags:
donnegiornata della memoriaseconda guerra mondiale
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