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I buoni sentimenti di Houellebecq e i cattivi sentimenti di Mauriac

ANEANTIR

Thomas COEX / AFP

Henri Quantin - pubblicato il 10/01/22

L’anno letterario comincia con l’uscita dell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, occasione per lo scrittore di difendere «i buoni sentimenti in letteratura». Henri Quantin torna su questa allusione nella controversia che oppose Mauriac e Gide in merito alla descrizione del Male in letteratura. 

L’anno letterario comincia con l’uscita dell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, occasione per lo scrittore di difendere «i buoni sentimenti in letteratura». Henri Quantin torna su questa allusione nella controversia che oppose Mauriac e Gide in merito alla descrizione del Male in letteratura. 

Contrariamente a quanto pretende una celebre formula, penso che sia con i buoni sentimenti che si fa della buona letteratura. 

La dichiarazione è di Michel Houellebecq alla vigilia dell’uscita del suo nuovo romanzo, Anéantir [“Annientare”, N.d.T.]. La frase di André Gide, il quale al contrario affermava che con i buoni sentimenti si fa della cattiva letteratura è effettivamente celebre, ma un po’ meno lo sono le circostanze nelle quali essa è stata scritta. Essa vede in scena due cattolici che hanno giocato un ruolo decisivo nello sguardo portato dalla Chiesa del XX secolo sulla letteratura: il romanziere Mauriac e il filosofo Maritain. 

Romanziere e cristiano 

Nel 1928 Mauriac attraversò una sorta di crisi di mezza età, che toccò tanto la sua vocazione di romanziere quanto quella di cristiano. Come romanziere che rendeva conto della realtà, si sentiva tenuto a non dissimulare alcunché delle tentazioni della carne e dell’oscurità del Male. Come cristiano, temeva di diffondere lo scandalo e soprattutto di turbare le anime. Fu allora che Gide, campione di quel che Bernanos avrebbe chiamato “il magistero dell’ironia”, versò benzina sul bruciore interiore di Mauriac e gli rivolse queste parole: «È con i buoni sentimenti che si fa della cattiva letteratura: la sua, caro Mauriac, è eccellente!». Difficile immaginare una osservazione più perfida. 

Sul versante clericale, Mauriac non trovò purtroppo un interlocutore che prendesse sul serio il suo dilemma: confondendo letteratura e morale (e questa in un’accezione quanto mai miope), alcuni lo accusarono anche di scrivere oscenità per far soldi. Ci basti questa nota, tanto divertente quanto disillusa: 

Quando ero ancora ingenuo ho voluto aprire il mio cuore sull’argomento ad eccellentissimi ed eminentissimi personaggi. Fin dalle prime parole, però, ho avuto la certezza che non vedessero alcuna differenza essenziale tra me e, ad esempio, un autore della rivista delle Folies-Bergère. 

Amare i propri personaggi 

Fu allora che entrò in scena Maritain. Al termine di un inedito approfondimento della maniera in cui un romanziere può rendere conto, senza compiacenze, della lotta fra la natura e la grazia, riuscì a rassicurare Mauriac e insieme a salvare il romanzo dai frettolosi anatemi clericali. Maritain non esitò a impiegare l’espressione “romanziere-teologo” per designare un autore capace, pur affrontando la profondità del Male, di amare abbastanza i suoi personaggi da non omettere mai la possibilità che in loro lavori la Grazia: 

Se il romanziere – domanda Maritain – è il Dio dei suoi personaggi, perché non potrebbe amarli di amore redentore? 

Mauriac aveva presentito in anticipo, senza esplicitarla, l’analogia possibile tra l’autore e Cristo. Contro il modello naturalista di un romanziere che guarda i propri personaggi dall’alto, come uno scienziato osserva delle cavie, Mauriac rivendicava un’estrema prossimità con i personaggi che la sua immaginazione creava: 

Il romanziere non si cura di prendere quota: egli cede alla tentazione di confondersi, e in qualche modo di annientarsi nella propria creatura; identificarsi con la creatura, spingere la connivenza fino a diventare essa stessa. 

L’analisi è forte: designa la creazione letteraria, ma sembra descrivere inconsciamente l’Incarnazione e la kènosi. 

Approcciarsi al Male 

Non sappiamo se Houellebecq abbia in testa questa storia, nel momento in cui relega in cantina la formula di Gide. Il seguito della sua intervista tende a far pensare di no: 

Per tutto il corso del XX secolo, la letteratura è stata attraversata da un fascino per la trasgressione, per il Male. Non c’è bisogno di celebrare il Male per essere buoni scrittori. 

Questo Mauriac e lo stesso Gide lo ammetterebbero senza esitare. Invece, la loro querelle letteraria ha permesso di rivelare una linea di cresta più feconda di quella di tanti manichei: la possibilità di avvicinarsi al Male senza celebrarlo, evitando al contempo l’indifferenza distante e la fascinazione complice. Si potrebbe chiamare tutto questo “l’arte del riscattare la carne”, quella a cui consacrarono la vita Péguy, Bloy e Huysmans, tre scrittori presenti in Soumission, il romanzo in cui il narratore houellebecquiano falliva il proprio tentativo di conversione al cattolicesimo. 

La lettura di Anéantir permetterà di sapere se “i buoni sentimenti” di cui parla Houellebecq l’hanno aiutato a fare della “buona letteratura”, ma forse anche a cercare a che punto sia in lui il lavoro della grazia. Nel corso dell’intervista ha dichiarato: 

Per Natale, dei cattolici conservatori mi hanno inviato dei messaggi dicendo che avevano pregato per me, e fra l’altro penso che sia vero… non lo trova commovente? Ci sono quindi delle persone che si interessano alla mia anima, lo prendo come un fortissimo segno di amicizia. Sperano che io sia toccato dalla grazia… ma può davvero accadere alla mia età? 

Si può dubitare che sia una questione di età… a parte questo, però, nessun dubbio: l’amore redentore, anche se può aiutare un romanziere a scrivere, non è una mera questione letteraria. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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