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Santa Fabiola, moglie umiliata e… patrona dei divorziati

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Anne Bernet - pubblicato il 30/12/21

La vera Fabiola non fu una martire, ma visse un matrimonio difficile prima di sposarsi, e di mortificarsi per la salvezza dell’anima del suo secondo marito. Vedova dedita ai malati, discepola di san Girolamo, è festeggiata dalla Chiesa il 27 dicembre.

“Fabiola” fu un nome di moda negli anni in cui venne pubblicato il romanzo del cardinale Wiseman (Fabiola ou l’Église des catacombes, London 1854), in cui viene narrata fra un nugolo di peripezie edificanti la conversione, al tempo della persecuzione di Diocleziano, di una patrizia fiera, altera e crudele. 

Diversi film di successo ispirati al libro lasciarono credere nell’esistenza di una santa contemporanea dei martiri, amica di Sebastiano e di Agnese. Di fatto, anche se nel calendario si trova una santa Fabiola festeggiata il 27 dicembre, non ha nulla a che vedere (a parte il nome) con la celebre eroina romanzesca. Ecco una santa dalla vita poco edificante (almeno da principio). 

Moglie di un pendaglio da forca 

La vera Fabiola è nata a Roma, probabilmente alla fine degli anni 340 o all’inizio dei 350, in una delle grandi famiglie dell’aristocrazia romana, la gens Fabia che all’Impero aveva dato generali, consoli e molti altri grandi uomini. I Fabii, come la maggior parte dei patrizi, si sono convertiti al cristianesimo quando Costantino, dopo l’editto di Milano del 313, non ha più nascosto la sua simpatia per la religione della madre Elena. 

Di fatto, molte conversioni sono state dettate da ragioni di opportunità, e conseguentemente non hanno comportato in chi le millantava veri cambiamenti morali. Fabiola, ancora giovanissima, ne pagò le spese: giunse in età da marito quando i suoi genitori la sposarono a un uomo del loro ceto – ricco, giovane e anche avvenente… cristiano, perlomeno di nome. Solo che, come Fabiola non avrebbe tardato ad apprendere a proprie spese, questo bel marito tanto colmo di pregî è una canaglia come poche. Ubriacone, giocatore e debosciato… era un continuo tradirla, anche pubblicamente, senza neppure il velo dell’ipocrisia. Di male in peggio: molto presto si mise a picchiarla. 

Fabiola sopportò le sevizie e le umiliazioni con tutta la fierezza delle donne del suo rango e del suo ceto, cercando di dissimulare quel che mandava giù. Aveva più o meno diciott’anni, giorno più giorno meno, quando comprese che la resilienza non l’avrebbe portata lontano, e che già da un pezzo era la favola dell’Urbe, e in particolare delle amanti di suo marito. In un sussulto di fierezza – indubbiamente anche perché i suoi genitori erano appena morti e lei aveva ereditato da loro i mezzi che le garantivano l’indipendenza – la giovane donna ritenne allora che fosse stato raggiunto il segno, e che non avrebbe sopportato quella vita un giorno di più. Chiese il divorzio. 

Arriva la sanzione ecclesiastica 

Fino a questo punto, niente di straordinario: nel diritto romano, le donne potevano chiederlo quanto gli uomini, a maggior ragione in caso di adulterio e di maltrattamenti. Fabiola ottenne il divorzio senza difficoltà, e la Chiesa non ebbe alcunché da obiettare: mai essa ha esatto che una donna picchiata e tradita resti in compagnia di un marito indegno. Soltanto il convolare a nuove nozze – cosa che, vivente il coniuge, equivale a un adulterio – ha sempre giudicato non ammissibile. Fabiola lo sapeva bene, e senza dubbio in un primo momento ebbe intenzione di rispettare la legge del Signore. 

Quel che non aveva previsto fu il suo incontro, pochi mesi dopo il divorzio, con un uomo meraviglioso: bello, gentile, tenere, attento… se ne innamorò pazzamente. In casi simili (la cosa non le sfuggiva), alcuni cristiani (e pure qualche “vergine” consacrata) trovavano piccoli ambigui compromessi col Cielo e, per continuare ad assistere agli uffici e ricevere i sacramenti, fingevano una vita esemplare e ricevevano i loro amanti al calare della notte e più discretamente possibile. Una tale ipocrisia, però, riusciva impraticabile alla giovane, che anzi ne provava ripulsione. Recitare pure la parte della virtuosa sarebbe stato troppo. E poi il suo amore voleva viverlo alla luce del sole, e pazienza per le conseguenze. Così Fabiola si risposò, senza pensare ad altro: la sanzione ecclesiastica cadde dall’alto – scomunica. 

Superba e disdegnosa, Fabiola abbandonò la pratica religiosa e visse la sua passione amorosa col suo uomo, fino al giorno infelice in cui, dopo soltanto pochi anni di felicità, quest’uomo adorato morì prematuramente in tragiche circostanze. Per Fabiola il mondo crollò: non solo aveva perso la persona a cui teneva di più al mondo, ma pensò – morsa da angosce e da rimorsi – che a causa di lei e della sua follia l’uomo fosse finito all’inferno per l’eternità. Un pensiero insopportabile. 

Riscattare l’anima del marito 

Per quanto la riguardava, il suo stato di vedova metteva un termine alla situazione peccaminosa in cui viveva e le permetteva di reclamare la sua reintegrazione nella comunione ecclesiale (al prezzo – è vero – delle severe e interminabili penitenze che la Chiesa primitiva infliggeva ai pubblici peccatori). Ma l’anima del marito? Come riscattarla? 

Per mesi Roma ammutolì davanti a Fabiola che, col capo rasato e cosparso di ceneri, vestita di sacco, andava a inginocchiarsi sulla porta delle chiese ancora proibite al suo passo a supplicare fra le lacrime che i cristiani pregassero per lei e per il suo povero sposo. Resa smunta dai digiuni, emaciata dal pianto, era a stento riconoscibile. 

Finalmente, durante una veglia di Pasqua, raggiungendo il colmo della sua umiliazione pubblica, la giovane si recò a San Giovanni in Laterano, si mise in ginocchio davanti a papa Siricio e confessò pubblicamente i suoi peccati. Toccato, Siricio rilassò tutti i rigori giuridici e reintegrò Fabiola nella Chiesa. Da allora visse, penitente, in un’austera vedovanza, senza più uscire di casa se non per recarsi all’hospicium, il primo ospedale mai costruito a Roma e in Europa, da lei fondato con la sua fortuna; lì a giorni alterni l’altera patrizia di un tempo curava i pellegrini malati, puliva le piaghe più orribili e seppelliva i morti, offrendo a Dio tutti quei sacrifici per la salvezza dell’anima del marito defunto. 

Discepola di Girolamo 

L’unica altra sortita da casa che si concedeva era per recarsi da una vedova dell’alta nobiltà, Marcella, dalla quale si riunivano altre matrone per pregare insieme, riflettere sul loro ruolo di madri e scambiarsi consigli sull’educazione dei loro figli. Fu in quel circolo che, nel 383, penetrò un giovane prete tornato da un soggiorno in Oriente: Girolamo, al quale papa Damaso aveva affidato la missione di ri-tradurre i testi sacri. Colpito dalla pietà di queste signore, toccato dalla loro intelligenza e dalla sete di apprendere, Girolamo insegnò loro il greco e l’ebraico, le iniziò all’esegesi e le istruì – divenendo il loro esigentissimo direttore spirituale – sulla via della perfezione. 

Nel 394, dopo che Girolamo – vittima di una cupola di gelosi e del suo parlare, franco fino alla ruvidità… – fu cacciato da Roma ed ebbe trovato rifugio a Betlemme in compagnia di Paola, una delle sue figlie spirituali che con lui fondò un monastero maschile e uno femminile, Fabiola si recò in Terra Santa e valutò la possibilità di prendere lì il velo. Il desiderio fu vanificato dalla minaccia di un’invasione degli Unni, che lasciava presagire la chiusura dei due istituti: Fabiola fu costretta a tornare a Roma, e nell’Urbe la vedova avrebbe conservato, pur proseguendo la vita di carità e di penitenza, il sogno del monastero in Giudea. Si stava apprestando a farvi ritorno quando, il 27 dicembre del 399, morì improvvisamente. Roma le tributò grandi pompe funebri. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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