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Come la vocazione può persistere perfino nelle religiose abusate

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Pascal Deloche | GoDong

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 18/12/21

Con un libro Salvatore Cernuzio ha sollevato “Il velo del silenzio” dagli abusi tra consacrate. Sorprende una costante delle undici storie da lui raccolte e divulgate: quasi mai gli orribili maltrattamenti subiti hanno la meglio sulla scintilla divina del carisma religioso.

Sia quindi vostra preoccupazione prioritaria aiutare le vostre consorelle a ricercare primariamente Cristo e a porsi generosamente a servizio del Vangelo. Non stancatevi di riservare ogni cura possibile alla formazione umana, culturale e spirituale delle persone a voi affidate, perché siano in grado di rispondere alle odierne sfide culturali e sociali. Siate le prime a dare l’esempio nel rifuggire le comodità, gli agi, le convenienze per portare a compimento la vostra missione. Condividete le ricchezze dei vostri carismi con quanti sono impegnati nell’unica missione della Chiesa, che è la costruzione del Regno. Instaurate a tal fine una serena e cordiale collaborazione con i sacerdoti, i fedeli laici, e specialmente le famiglie, per andare incontro alle sofferenze, ai bisogni, alle povertà materiali e soprattutto spirituali di tanti nostri contemporanei. Coltivate, inoltre, una sincera comunione e una schietta collaborazione con i Vescovi, primi responsabili dell’evangelizzazione nelle Chiese particolari. 

Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti all’assemblea plenaria dell’Unione Internazionale Superiore Generali, lunedì 7 maggio 2007

Pagine del magistero pontificio come questa possono essere rilette, dopo la pubblicazione del libro di Salvatore Cernuzio Il velo del silenzio, con un’attenzione particolare: le undici storie di fede, di amore e di dolore raccolte e narrate dal vaticanista calabrese si consumavano infatti ancora ovvero anche negli anni in cui papa Ratzinger così si rivolgeva alle superiore generali. 

Insomma, se a una prima lettura, diciamo a uno sguardo naïf, il passaggio di Benedetto XVI poteva sembrare una silloge di pensierini devoti e pie esortazioni, ora che il vaso di Pandora viene dissigillato l’approccio che viene spontaneo è quello, inquietato e inquietante, del “mirror reading” – in parole povere ci diciamo che se Benedetto XVI raccomandava alle superiore di “riservare ogni cura possibile alla formazione umana, culturale e spirituale” delle suore… era proprio perché risultava ben nota la diffusa tendenza a comportarsi assai diversamente. Lo stesso si dica per il “rifuggire le comodità, gli agi, le convenienze”, per la “collaborazione con i sacerdoti e con i fedeli laici”, nonché per la “schietta collaborazione con i Vescovi” e così via. 

Due considerazioni (e tre sorprese)

Le ex religiose che si sono raccontate al vaticanista hanno riportato una serie raccapricciante di (più o meno) piccole, insulse e nondimeno mortificanti vessazioni quotidiane subite per anni da quelle che si erano presentate loro come “sorelle” e “madri”: a parlarne in terza persona ci si direbbe “ma perché insistere? Io me ne sarei andata/o subito”, mentre il racconto in presa diretta trasmette efficacemente quel “di più” che rende improponibile un approccio tanto sbrigativo e sommario. 

Due cose, infatti, fra molte altre, s’impongono fermamente all’attenzione del lettore: 

  • La prima è che il libro è un primo passo, decisivo ma non definitivo, perché resta da indagare tutto il vasto raggio della vita consacrata in quanto tale (inclusa quella sacerdotale secolare): resta insomma da indagare perché un’esistenza improntata ai «consigli evangelici» – i quali promettono un grado di perfezione tale da non temere di dirsi «anticipazione del Regno» (e le vite dei santi mostrano che non si tratta di promesse vane in sé) – produca invece di frequente persone diminuite, depotenziate quando non represse, sfigurate nella personalità e mortificate nei talenti. 
  • La seconda è che, malgrado la soverchiante quantità di aberrazioni riferite, il lettore conclude ogni capitolo e l’intero libro con un retrogusto di commossa gratitudine, più che di indignazione, dovuto al fatto che le protagoniste fanno dono, a chi si accosta per raccogliere il loro racconto, di una triplice sorpresa: 

    • hanno conservato la fede in Dio (cosa mirabile); 
    • non hanno perso l’amore alla Chiesa (cosa quasi incredibile); 
    • in diversi casi non risulta neppure estinta la scintilla della vocazione alla vita religiosa (cosa ineffabile). 

Undici vergini sagge, undici amanti tenaci

Quando Anne-Marie – si legge ad esempio al termine del primo racconto – ha chiuso per sempre la porta della Casa generalizia non aveva idea di dove andare. Nessun documento, nessun contatto. […] 

Oggi, Anne-Marie indossa ancora il velo. Prossimamente dovrebbe pronunciare i voti perpetui in un | Istituto appartenente alla spiritualità orionina. «Quando ero “fuori” ho parlato al Signore e ho pensato a quando ho pronunciato i primi voti negli Stati Uniti. All’epoca mi dissi: mia mamma mi ha lasciato in un convento, era contenta di vedermi suora. Questi voti che pronuncio oggi, nonostante la mia debolezza umana, per me sono perpetui. Chiedevo quindi a Dio di salvare la mia vocazione. Non ho mai dubitato di voler essere suora». 

Salvatore Cernuzio (ed.), Il velo del silenzio, 64-65 

La protagonista del secondo racconto termina invece lasciando sospesa la direzione che la sua vita va ora a prendere: 

«Non ho rimpianti, non penso di aver buttato vent’anni della mia vita. Il Signore fa bene tutto e anche da quelle esperienze negative sicuramente fioriranno frutti di bene. Questo mi dà fiducia nel futuro, magari non sarò più una suora, sarò una laica consacrata, mi sposerò, non lo so… Sono aperta a quello che il mio cuore mi confermerà. Spero solo di essere felice». 

Ivi, 74 

Delicatissimo e struggente al contempo: a queste donne la Chiesa – cioè tutti i fedeli della Storia, nessuno escluso – dovrebbero mandare un mazzo di rose con un bigliettino scritto fronte-retro: «Scusa • Grazie». 

Il silenzio a cui dis-velatamente si riferisce il titolo del libro non è tanto (come si potrebbe pensare) quello dell’omertà, che pure c’è, ma soprattutto quello dell’imbarazzo (nostro) e del pudore (loro) per tanta sofferenza: 

Un «velo di tristezza» scende, però, «quando penso alla vita consacrata – sono le parole di Anna –: A volte piango anche, perché ero certa che fosse ciò che Dio aveva pensato per me. Non avrei mai immaginato che con l’insorgere di una malattia, seppure sia successo dopo la professione solenne, con tanta facilità sarei stata messa alla porta. […] | 

Ogni tanto me lo dico, che avrei desiderato con tutto il cuore continuare la mia vita come claustrale. Non ne ho avuto la possibilità. Ora sto ricostruendo una vita su quello che chiamo il “mistero di Dio”. A Lui affido il mio futuro». 

Ivi, 85.88 

Non si tratta di persone abituate ad abbozzare, a farsi andare bene tutto: se ci si dà il tempo di apprendere da fonte di prima mano le loro storie si capisce che un simile sospetto sarebbe lesivo della loro dignità (e della nostra intelligenza). Ad esempio Thérèse 

[…] fa fatica […] a riconciliarsi con il passato: «Perché sono stata trattata così male? Perché sono stata costretta a lasciare tutto pur sentendo forte la vocazione? […] Dico di aver perdonato, ma in realtà soffro ancora molto». 

Sicuramente, per Thérèse, quanto avvenuto «è la storia che Dio ha voluto scrivere per me. Chiedo a Lui ogni giorno che mi illumini sulla mia missione, sul senso della mia vita e anche su quale forma di vita consacrata potrei abbracciare. Nonostante tutto, mi sento ancora chiamata». 

Ivi, 96

La testimonianza di Elizabeth si colloca grossomodo a metà del libro, ed è l’ultima di cui vogliamo qui lasciare qualche parola (ma solo per non togliere a chi non abbia ancora letto il libro il gusto di farlo). Racconta di trent’anni di vessazioni psicologiche all’ordine del giorno, e la domanda sale spontanea allo spirito del lettore, come di quello dell’autore: 

Perché, allora, lei e le altre sono rimaste? «Rimango per le suore che vengono dopo di me, perché con i semi che provo a seminare è possibile favorire un cam|bio di mentalità, è possibile cambiare poco a poco il sistema e, magari, un domani loro non dovranno subire quello che ho subito io e che subisco tutt’ora. Ma la cosa più importante è che credo fermamente nella vita religiosa, credo nel carisma della mia Congregazione, anche se mi fa soffrire il modo in cui esso viene vissuto». 

Ivi, 109-110 

Amore perfetto e inestinguibile

È vero: spesso le persone che subiscono abusi di potere, specialmente se prolungati e se insistiti sulla coscienza, si ritrovano a riprodurre i comportamenti subiti, a interiorizzarne almeno qualche parte. La psiche umana però non è un banale cubo di Rubik, complesso quanto si voglia ma determinato a trovare un’unica soluzione: essa conserva sempre qualche appiglio all’iniziativa della Grazia divina, la quale vuole certo cooperare con la libertà umana, ma che non per questo rinuncerà al suo eterno progetto d’amore sull’uomo. E tale progetto passa, nella Storia e nelle storie, dall’Evangelo di Cristo e dalla pratica dei suoi precetti e dei suoi consigli: quando in un’anima si accende veramente il “dono e mistero” di una vocazione di speciale consacrazione, è Dio stesso – Dio in persone! – ad aver fatto brillare quella scintilla… 

Si tratta proprio di quella perfetta carità di cui nel Cantico si legge: 

Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo. 

Ct 8,7 

Le storie raccolte ne Il velo del silenzio lo testimoniano in modo vibrante. Quel versetto poi prosegue così: 

Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio. 

Ibid

La tentazione di dar via quell’amore, di disfarsene per acquistare qualcosa di più sensato, di più produttivo, di meno paradossale e contraddittorio, è già dietro l’angolo, o meglio lo è sempre stata – lo ha ricordato tra gli ultimi lo stesso Benedetto XVI all’inizio del suo ultimo mese di pontificato: 

Non unitevi ai profeti di sventura che proclamano la fine o il non senso della vita consacrata nella Chiesa dei nostri giorni; piuttosto rivestitevi di Gesù Cristo e indossate le armi della luce – come esorta san Paolo (cf. Rom 13,11-14) – restando svegli e vigilanti. San Cromazio di Aquileia scriveva: «Allontani da noi il Signore tale pericolo affinché mai ci lasciamo appesantire dal sonno dell’infedeltà; ma ci conceda la sua grazia e la sua misericordia, perché possiamo vegliare sempre nella fedeltà a Lui. Infatti la nostra fedeltà può vegliare in Cristo» (Sermone 32,4). 

Benedetto XVI, Omelia del santo padre in occasione della XVII giornata della Vita Consacrata, 2 febbraio 2013

E queste donne coraggiose e fedeli vegliano: se necessario fuori dal convento, ma proteggendo la fiammella della loro lampada dagli spifferi come dai venti. 

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