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Ravanusa, chi custodisce le voci delle vittime sotto le macerie?

Ravanusa-ITALY-ACCIDENT-EXPLOSION-AFP

HANDOUT / VIGILI DEL FUOCO / AFP

Annalisa Teggi - pubblicato il 14/12/21

Questa foto, i Vigili del Fuoco come pastori in addolorata adorazione, accorsi davanti a una grotta di macerie e cadaveri. "Non c'era posto per loro nell'albergo" oggi più che mai significa che non siamo al riparo - e non ha voluto esserlo neppure Gesù Bambino.

Il nostro presepe vivo - La grotta

perché non c’era posto per loro nell’albergo (Luca 2,7)

Tra le nostre macerie

A un soffio dal Natale fissiamo le case distrutte di Ravanusa, 8 le vittime accertate. Sembra un attacco mirato per sgretolare il fondamento di questa festa. Sotto le macerie di Ravanusa c’è un bambino che doveva nascere, sua madre e suo padre. Una sacra famiglia uccisa.

O tutto crolla o Qualcuno tiene tutto. Che Dio sia nato in una grotta resta un paradosso. Ma è l’unica cornice che abbraccia anche questa tragica vicenda senza toglierne un frammento di dolore. Non c’era posto per loro nell’albergo. Non siamo al riparo, al sicuro – non ha voluto esserlo neppure Gesù Bambino.

Il cielo sottoterra

Chesterton scrisse ne L’uomo eterno che il Natale è la festa del cielo che finisce sottoterra, proprio perché la grotta (o capanna) è un luogo al di ‘sotto’ della visibilità, nei margini ma anche nascosto.

Venne ad abitare in mezzo a noi, sì, ma un po’più in basso. La grotta o capanna del presepe è segno di un Dio che si fa vulnerabile e vive nelle nostre parti precarie, nei luoghi che vanno in pezzi – nei nostri cuori che vanno in pezzi. La sua culla sono le nostre parti meno solide, dove le fondamenta cedono. Dio nasce accanto a noi quando siamo lontani da ogni albergo, da ogni rifugio, da ogni specie di protezione. Solo Lui, nascendo in un riparo improvvisato, poteva metterci in salvo.

Lontano dall’ipotesi che fu piantata a Betlemme, anche i fatti di Ravanusa sono preda facile della disperazione e delle recriminazioni.

Ravanusa, terzo giorno di scavi e pianti

E’ trascorsa anche la terza notte di lavoro per i Vigili del Fuoco in servizio ininterrotto tra le macerie di Ravanusa, nell’Agrigentino. Quattro palazzine crollate e tre sventrate. Otto vittime. Due donne tratte in salvo. E si cercano ancora due dispersi, Calogero e Giuseppe Carmina, padre e figlio.

Si comincia a indagare sulle cause che hanno generato l’esplosione dello scorso sabato sera.

La procura di Agrigento indaga per omicidio e disastro colposi. L’ipotesi privilegiata è che l’esplosione sia stata causata da “un accumulo sotterraneo di gas”, ha detto il colonnello Vittorio Stingo. 

“Dobbiamo capire – ha aggiunto il comandante provinciale dei carabinieri di Agrigento – se questo accumulo sia stato causato da una frana che ha prodotto una caverna sotterranea o da altro. Di certo l’esplosione è stata prodotta da una grande quantità di gas”.

Da Agi

Chi voglia incamminarsi sul sentiero delle speculazioni e delle accuse trova un’ampia strada battuta di fronte a sé. Per ora, noi fissiamo le macerie.

Le vittime

Tra le vittime accertate ci sono Selene Pascariello, infermiera al nono mese di gravidanza e il figlio Samuele che portava in grembo, suo marito Giuseppe e i genitori di lui, Angelo Carmina e Maria Crescenza Zagarrio.

Ultimo a essere estratto tra le vittime è stato proprio il corpo senza vita di Selene che tra pochi giorni avrebbe dato alla luce suo figlio.

Quando l’hanno tirata fuori, il silenzio della mattina è stato rotto dal pianto della mamma. Nascosta dietro un camion dei vigili del fuoco, prima che la portassero lontano da quell’orrore, le urla di disperazione della donna hanno messo a dura prova anche la resistenza dei vigili del fuoco, uomini che nella vita ne hanno viste di tragedie e disastri.

Da Ansa

Il cadavere di una madre pronta a dare alla luce suo figlio: quest’immagine da cui il pensiero vorrebbe fuggire alla svelta grida il bisogno di una speranza che gli strumenti umani non sono capaci di formulare.

Ed è sempre quest’immagine a custodire le lacrime anche per le altre vittime, perché ciascuno è un figlio con un destino di bene scritto addosso, qualunque sia l’età anagrafica.

Nel crollo sono morti anche: Calogera Gioachina Minacori, di 59 anni (il cui figlio e marito sono ancora dispersi), Carmela Scibetta e suo marito Pietro Carmina. Proprio nelle ultime ore sta emergendo il profilo umano di quest’uomo, professore di Storia e Filosofia al Liceo classico di Canicattì. Andando in pensione, nel 2018, scrisse una lettera agli studenti che letta oggi è un testamento.

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Pietro Carmina e lo sporcarsi le mani di vita vissuta

Ci sono esperienze di “fine” che sono l’ombra della più paradossale delle fini, la morte. Cambiare città, finire un percorso di studi, licenziarsi da un lavoro. Ogni esperienza conclusiva comporta quel frutto prezioso che è un esame di coscienza sincero, pronunciato con la voce di chi sente nostalgia di ciò che lascia. C’è un amore speciale che spunta fuori solo quando voltiamo le spalle a qualcosa, lo lasciamo, lo perdiamo.

Tre anni fa Pietro Carmina sentì di dover mettere per iscritto qualcosa, mentre era sul pullman che lo riaccompagnava a casa dopo il suo ultimo giorno da insegnante. Scrisse un addio ai suoi studenti. Ma era – in effetti – un grazie per i 40 anni, e più, trascorsi nelle aule scolastiche. L’esperienza della fine ha anche questo corollario, la gratitudine.

Sono arrivato al capolinea ed il magone più lancinante sta non tanto nell’essere iscritto di diritto al club degli anziani, quanto nel separarmi da questi ragazzi.

A tutti credo aver dato tutto quello che ho potuto, ma credo anche di avere ricevuto di più, molto di più.

Vorrei salutarvi tutti, quelli che incontro per strada, quelli che mi siete amici sui social, e, tramite voi, anche tutti gli altri, tutti, ed abbracciarvi ovunque voi siate.

Vorrei che sapeste che una delle mie felicità consiste nel sentirmi ricordato; una delle mie gioie è sapervi affermati nella vita; una delle mie soddisfazioni la coscienza e la consapevolezza di avere tentato di insegnarvi che la vita non è un gratta e vinci: la vita si abbranca, si azzanna, si conquista.

In molti si saranno commossi nel leggere queste parole 3 anni fa, quando la voce parlante era solo quello di un uomo che – semplicemente – si congedava dall’insegnamento. La tragedia occorsa sabato scorso in via Trilussa a Ravanusa ha schiacciato la vita di Pietro Carmina senza dargli tempo di pronunciare le sue ultime parole. Così è stato per tutte le altre vittime.

Una voce che ha coltivato anime

Le parole scritte nel 2018 suonano ora come un congedo dalla vita. E cominciano dal verbo che più ci ripugna, separarci da ciò che amiamo. Siamo fatti per la comunione.

Ma, dopo il verbo separare, nelle parole del Professore compaiono i verbi che l’umano contrappone al senso della finitudine: dare, ricevere, salutare, incontrare, abbracciare, insegnare.

Che ne è di questa voce che si è spesa per coltivare questi verbi nelle anime giovani tra i banchi di scuola? E delle altre voci schiacciate sotto le macerie? E che ne è delle nostre voci se verremmo presi all’improvviso? (… ieri mia figlia in auto mi ha chiesto senza preavviso: “E se domani saremo in cielo?”)

Un Dio nascosto nel mistero del presente

[…] usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha; non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi: infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non “adattatevi”, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa: voi non siete il futuro, siete il presente.

Sono queste parole puntare verso la grotta di Betlemme. La foto in copertina inquadra le macerie di via Trilussa e davanti in Vigili del Fuoco, in una dolente adorazione … come pastori corsi lì dove qualcosa di clamoroso è accaduto. Sono loro a infilarsi dentro e a sporcarsi le mani proprio come chiedono le parole del Professore. La nostra presenza non è solo nostra, questa è l’intuizione dietro il desiderio di dare la parola a chi non ce l’ha, a caricarsi sulle spalle chi non ce la fa.

Siamo somigliantissimi al Dio nato in una grotta, rispetto a ciò. E’ da Lui che abbiamo preso questo impulso congenito a sporcarci e infilarci dentro la vita, non in nome di un misero tornaconto personale. Lo tradiamo, ma resta. Un Dio sceso dal cielo e nato in un castello fortificato sarebbe stato emblema di chi punta tutto sul suo futuro. Un futuro da regnante acclamato, visibile, letteralmente altolocato.

Ma Gesù è nato in grotta per puntare e salvare il nostro presente, qui e ora dove ogni genere di nostra azione, intenzione, scelta, fatalità può crollare.

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