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Una “novità” dal mondo evangelico: la “preghiera dei fratelli”

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Mathilde De Robien - pubblicato il 03/12/21

Sempre più parrocchie o comunità religiose propongono momenti di “preghiera dei fratelli”. Ma di che cosa si tratta, esattamente? Come si svolge, e quali sono i rischi da evitare?

I cristiani conoscono bene la preghiera personale, la preghiera coniugale, la preghiera famigliare, la preghiera comunitaria… ma molto meno questa preghiera in comitato ristretto chiamata “preghiera dei fratelli”. Eppure «la preghiera dei fratelli si sta trasformando», constata padre Baudouin Ardillier, religioso della Communauté Saint Jean e parroco ad Avignone, 

passando dall’essere una pratica rara a diventare una preghiera ardentemente desiderata da molti preti, vescovi e laici. 

La preghiera dei fratelli riunisce generalmente tre persone: due “preganti”, che ascoltano e ne portano le intenzioni, e una terza persona. Padre Ardillier ne offre una bella definizione nel libro La prière des frères (EdB):

Essere circondati per alcuni istanti da fratelli cristiani, affidarsi alla loro intercessione presso il Padre, sentirli pregare per sé ad alta voce, ascoltare lo Spirito Santo parlare e vederlo agire… ecco la meraviglia proposta nella preghiera dei fratelli. 

Un modo di vivere la fraternità nella preghiera. Un’antica tradizione? Una moda passeggera? Né l’una né l’altra cosa. La preghiera dei fratelli è praticata da molti anni presso i cristiani evangelici, e [in Francia] è stato il parcours Alpha a contribuire a diffonderla nella Chiesa Cattolica, nella fattispecie integrandola nei fine-settimana sullo Spirito Santo. 

Questa pratica resta una novità, nella Chiesa Cattolica, ma si fonda pienamente sulla Parola di Dio che promette la misericordia del Padre e la sua azione nelle nostre vite, per quanto possano essere pochi quelli che ne fanno domanda: 

In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.

Mt 18,19-20

Vi esorto perciò, fratelli, per il Signore nostro Gesù Cristo e l’amore dello Spirito, a lottare con me nelle preghiere che rivolgete per me a Dio.

Rom 15,30

Forse però è il testo delle Nozze di Cana che la illustra al meglio e mostra tutto il senso della preghiera dei fratelli: Maria intercede presso suo Figlio e Dio risponde ai bisogni specifici dei suoi figli. A immagine di Maria, che intercede perché delle giare vuote si riempiano di vino, la coppia di oranti intercede presso Dio per il loro fratello. 

Maria – spiega padre Baudouin Ardillier –, sapendo che suo Figlio ha il potere di rispondere alla sua domanda, si appoggia sul cuore misericordioso del suo Figlio divino per venire in soccorso agli uomini. 

Lo svolgimento 

In un luogo propizio al raccoglimento, la coppia degli oranti e la persona che desidera ricevere la preghiera esprimono in un primo momento chi è Gesù per loro: «Signore Gesù, per me Tu sei…». Poi il fratello che richiede la preghiera condivide un’intenzione di preghiera che gli sta a cuore, per una terza persona o per una situazione. Quanti ascoltano fanno una preghiera spontanea come eco all’intenzione condivisa. Poi gli oranti possono domandare, come Gesù a Bartimeo, il cieco di Gerico: «Che vuoi che il Signore faccia, oggi, per te?». Il fratello che richiede la preghiera esprime allora un’intenzione di preghiera che lo riguarda personalmente. Quanti ascoltano possono allora imporgli le mani, oppure mettergli una mano sulla spalla, pronunciando di nuovo una preghiera per la sua intenzione. La preghiera dei fratelli termina con una preghiera comune (un Padre Nostro, un’Ave Maria o un’altra ancora…). 

Un’esperienza di fraternità spirituale 

Pregare per i propri fratelli fa parte della natura propria del cristiano, della sua stessa identità. Per la grazia del battesimo, i cristiani sono figli di un medesimo Padre, e dunque fratelli e sorelle. 

Questa preghiera – sottolinea padre Baudouin Ardillier – nasce dall’amore che siamo chiamati ad avere per i nostri fratelli e sorelle, e dall’amore del Padre per ciascuno dei suoi figli. 

Una preghiera che risponde anche alla triplice vocazione di ogni battezzato, il quale è chiamato ad essere «sacerdote, profeta e re». Sacerdote è colui che opera per la santificazione dei suoi fratelli: intercede per loro, prega per loro; profeta è chi annuncia la Parola sotto l’impulso dello Spirito Santo; re è chi si pone al servizio, ad esempio pregando con e per l’altro. 

Le insidie da evitare 

Esiste nondimeno un certo numero di insidie, per gli oranti: è importante che essi restino dei “semplici servitori”, a immagine di quelli evocati nella parabola lucana (Lc 17,10). Essi sono invitati, e vengono a ciò formati, a decentrarsi da sé il tempo della preghiera (e per un momento di preparazione) al fine di restare attenti al loro fratello. Mettono da parte il loro quotidiano, le loro preoccupazioni personali, per essere presenti all’altro e poterlo portare veramente nella preghiera. 

L’orante non dice quel che gli passa per la testa: attenzione a non confondere la preghiera dei fratelli con l’accompagnamento spirituale. 

È una confusione in cui è facile incorrere – sottolinea padre Ardillier –, se l’orante pensa di dover aiutare egli stesso la persona. Può essere tentato di dirigerla, di consigliarla. 

La posta in gioco, però, consiste qui nel pregare e nel lasciare che Dio operi tramite lo Spirito Santo. Può succedere che un orante sia alla ricerca di una paternità spirituale, ma la preghiera dei fratelli non è la sede adatta per questo. 

È pure importante non immischiarsi nella vita degli altri. Alle volte una persona può chiedere la preghiera senza esprimere ragioni particolari, e gli oranti non hanno bisogno di sapere che cosa essa viva di preciso. Lo sa lo Spirito Santo, e tanto basta. 

Altra confusione possibile è quella tra empatia e ipersensibilità. Questa è quella però spinta all’eccesso: 

Si può passare abbastanza facilmente dall’empatia all’ascolto della sensibilità come sola chiave di comprensione, e insomma ricadere nell’ipersensibilità – avverte padre Ardillier –: uno dei segni di questo sconfinamento è l’impatto troppo importante che i dolori fisici o psichici delle persone possono avere su di noi. […] La compassione è piangere con l’altro, patire, è “portare-per-l’altro”. Il carico di tutte le sofferenze dell’umanità se l’è addossato Gesù: cerchiamo di non prendere il suo posto. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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