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“Dio mandò suo Figlio perché ricevessimo l’adozione a figli”

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ANDREAS SOLARO / POOL / AFP

padre Raniero Cantalamessa - pubblicato il 03/12/21

Di seguito la prima predica di Avvento del cardinal Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, per il 2021

Nella Quaresima scorsa ho cercato di mettere in luce il pericolo di vivere “etsi Christus non daretur”, “come se Cristo non esistesse”. Continuando in questa linea, nelle meditazioni di Avvento vorrei attirare l’attenzione su un altro pericolo analogo: quello di vivere “come se la Chiesa non fosse che questo”, e cioè scandali, controversie, scontro di personalità, pettegolezzi o al massimo qualche benemerenza nel campo sociale. In breve, cosa di uomini come tutto il resto nel corso della storia.

Quello che mi propongo è di mettere in luce lo splendore interiore della Chiesa e della vita cristiana. Non per chiudere gli occhi sulla realtà dei fatti o per sottrarci alle nostre responsabilità, ma per affrontarle nella prospettiva giusta e non lasciarci schiacciare da esse. Non possiamo chiedere ai giornalisti e ai media di tenere conto di come la Chiesa interpreta se stessa (anche se sarebbe auspicabile che lo facessero), ma la cosa più grave sarebbe se anche noi uomini di Chiesa e ministri del Vangelo finissimo per perdere di vista il mistero che abita la Chiesa e ci rassegnassimo a giocare sempre fuori casa, in trasferta e sulla difensiva.

“Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta”, ha scritto l’Apostolo parlando dei ministri del Vangelo (2 Cor 4,7). Questo è verissimo, ma sarebbe da stolti passare tutto il tempo a discutere del “vaso di creata”, dimenticando “il tesoro” che vi è dentro. L’Apostolo ci aiuta a cogliere addirittura il positivo che c’è in tale situazione. Questo, dice, avviene “affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi (2 Cor 4,7).

Succede con la Chiesa come con le vetrate di una cattedrale. (Io ne ho fatto l’esperienza visitando quella di Chartres). Se uno guarda le vetrate dall’esterno, dalla pubblica via, non vede che pezzi di vetro scuro tenuti insieme da strisce di piombo altrettanto scure. Ma se si entra dentro e si guardano quelle stesse vetrate contro luce, che splendore di colori, di storie e di significati davanti ai nostri occhi! Ecco, noi ci proponiamo di guardare la Chiesa da dentro, nel senso più forte della parola, alla luce del mistero di cui è portatrice.

In Quaresima ci ha fatto da guida il dogma calcedonese di Cristo vero uomo, vero Dio e una persona. Al presente ci farà da guida uno dei testi liturgici più tipici dell’Avvento, e cioè Galati 4, 4-7. Esso dice:

“Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!». Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.”

Nella sua brevità, questo brano è una sintesi di tutto il mistero cristiano. C’è presente la Trinità: Dio Padre, il Figlio suo e lo Spirito Santo; c’è l’incarnazione: “ Dio mandò suo Figlio”; tutto questo non in astratto e fuori del tempo, ma in una storia di salvezza: “nella pienezza del tempo”. Non manca neppure la presenza, discreta ma essenziale, di Maria: “nato da donna”. C’è finalmente il frutto di tutto ciò: uomini e donne resi figli di Dio e tempio dello Spirito Santo.

Figli di Dio!

In questa prima meditazione riflettiamo sulla prima parte del testo: “Dio mandò il suo Figlio, perché ricevessimo l’adozione a figli”. La paternità di Dio è al cuore stesso della predicazione di Gesú. Anche nell’Antico Testamento Dio è visto come padre. La novità è che ora Dio non è visto tanto come “padre del suo popolo Israele”, in senso per così dire collettivo, ma come padre di ogni essere umano, giusto o peccatore che sia: in senso dunque individuale e personale. Si preoccupa di ognuno come fosse l’unico; di ognuno conosce i bisogni, i pensieri e conta persino i capelli del capo.

L’errore della Teologia liberale, a cavallo tra il secolo XIX e il XX (soprattutto nel suo più illustre rappresentate, Adolf von Harnack), è stato quello di fare di questa paternità l’essenza del Vangelo, prescindendo dalla divinità di Cristo e dal mistero pasquale. Un altro errore (iniziato con l’eresia di Marcione nel II secolo e mai del tutto superato) è di vedere nel Dio dell’Antico Testamento un Dio giusto, santo, potente e tonante, e nel Dio di Gesú Cristo, un Dio papà tenero, affabile e misericordioso.

No, la novità di Cristo non consiste in questo. Consiste piuttosto nel fatto che Dio, rimanendo quello che era nell’Antico Testamento e cioè tre volte santo, giusto e onnipotente, viene ora dato a noi come papà! È questa l’immagine fissata da Gesú all’inizio del Padre nostro e che contiene in nuce tutto il resto: “Padre nostro che sei nei cieli”: “che sei nei cieli”, cioè che sei altissimo, trascendente, che disti da noi quanto il cielo dalla terra; ma “padre nostro”, anzi nell’originale “Abba!”, qualcosa di simile al nostro papà, padre mio.

È anche l’immagine di Dio che la Chiesa ha posto all’inizio del suo credo. “Credo in Dio, Padre onnipotente”: padre, ma onnipotente; onnipotente, ma padre. È questo, del resto, ciò di cui ogni figlio ha bisogno: di avere un padre che si china su di lui, che sia tenero, con cui può giocare, ma che sia, al tempo stesso, forte e sicuro per proteggerlo, infondergli coraggio e libertà.

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avventopadre raniero cantalamessa
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