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Ha ucciso un amico, beveva, rubava… Ora è terapeuta di dipendenze

MAREK SIDŁO

Anna Gębalska-Berekets - pubblicato il 01/12/21

Anni fa, la sua vita era del tutto diversa. È stato condannato a 12 anni di prigione per l'assassinio di un suo amico. Tutto il Niebuszewo, uno dei quartieri di Stettino, aveva paura di lui, che si sentiva come un dio

Marek Sidło è cresciuto nel distretto di Niebuszewo a Stettino (Polonia). La sua infanzia non è stata delle più facili: suo padre era alcolizzato, e la situazione economica della famiglia era difficile. Per via della mancanze di prospettive, la madre di Marek è andata all’estero, in Cecoslovacchia.

“Papà spendeva tutto il denaro in alcool, c’erano giorni in cui passavamo la fame. Poi sono iniziati i primi furti. Arrivavo a casa e dicevo: ‘Dio, mio Signore, infrangerò solo un comandamento: ‘Non rubare””, ricorda.

Da bambino andava in chiesa e recitava il Rosario. Col tempo, però, ha smesso di credere nel bene, nell’esistenza di Dio. “Associavo l’altare con una sensazione di sicurezza”, ha spiegato ad Aleteia.

Un giorno, mentre stava tornando dalla Messa domenicale, ha incontrato i suoi amici davanti al palazzo in cui viveva. Gli hanno chiesto da dove venisse e ha risposto che era stato in chiesa. Loro si sono sorpresi e si sono messi a ridere. Marek si vergognava. Ha promesso a se stesso che in futuro sarebbe tornato in chiesa, ma per il momento avrebbe abbandonato la pratica religiosa.

Suo padre beveva sempre di più, a volte comprava da mangiare e a volte no. Picchiava il figlio, che un giorno ha risposto con le stesse armi. “L’ho picchiato quando avevo 18 anni. Nutrivo un forte odio nei suoi confronti. L’alcool era il mio dio, all’epoca ero già una persona estremamente dipendente da vari stimolanti”, ha ricordato Marek. Il peggio, però, doveva ancora arrivare.

MAREK SIDŁO

Tutto il quartiere aveva paura di lui. È diventato il re degli “juma” (delinquenti che si dedicavano al furto e al contrabbando) del quartiere Niebuszewo. Vendeva articoli rubati al mercato municipale. Le cose gli andavano bene. Ha comprato una macchina, e ha anche assunto un autista personale. Reagiva allo stress del lavoro battendosi e drogandosi. “La mia vita era un grande vuoto. Fuggivo da me stesso, amavo gli animali, ma sono diventato violento con il mio cane, lo prendevo a calci e non riuscivo a controllare il mio comportamento”, confessa.

Quando qualcuno gli diceva che era cambiato tagliava i ponti. Per il resto dei suoi amici continuava ad essere un’autorità. Uno degli amici che rubavano per lui lo chiamava “dio”. “Dio è cattivo, io sono buono”, ripeteva. Gli affari andavano a gonfie vele, apparivano droghe sempre più forti. “Sono diventato un tremendo materialista, ladro, contrabbandiere e poi anche assassino”, confessa Marek.

I suoi compagni gli dicevano che era buono ed empatico. Un giorno è andato da lui uno dei debitori a chiedergli denaro. Gli ha dato fuoco per divertimento e poi ha spento i suoi abiti in fiamme. Quando i suoceri hanno voluto chiedergli del denaro in prestito, ha detto loro dove potevano rubarlo.

La questione “juma” è andata avanti per dieci anni. Marek continuava ad attraversare la frontiera tedesca e rubava. Ha anche creato un gruppo specializzato solo in questo, facendovi entrare amici e conoscenti. Una delle volte in cui stava tornando nel suo Paese è avvenuto un incidente automobilistico. Marek si è salvato miracolosamente. Il conducente lo ha rianimato. È tornato in forma, e gli sembrava di essere il re della vita, che nessuno poteva minacciare.

MAREK SIDŁO

Furto, droghe e Dio malvagio

Quando si è reso conto che uno dei suoi amici aveva un’avventura con quella che all’epoca era sua moglie è impazzito. Beveva, si drogava, voleva dimenticare quell’umiliazione. “Ero furioso e volevo suicidarmi”, ricorda. In preda agli stimolanti, ha deciso di uccidere l’amante della moglie.

Ha preso un coltello ed è uscito di casa per cercare Marcin. Per la strada ha incontrato un gruppo di conoscenti. Tra questi c’era anche il suo migliore amico, anche lui di nome Marcin. Il ragazzo era con gli altri e scherzava. Marek, sentendo le risate alle sue spalle, è diventato ancor più aggressivo. Sentiva l’odio montare dentro di sé.

“In quella frenesia ho pensato che stessero ridendo di me. Ricordo anche che uno dei miei amici ha gridato che dovevano fuggire perché stavo arrivando io”. Marcin, però, è rimasto, voleva calmare il suo amico. Tutti gli altri sono fuggiti. Marek ha preso Marcin per il collo come se volesse abbracciarlo e gli ha piantato il coltello nel cuore. Morendo, Marcin ha perdonato Marek. “Non doveva morire”, dice oggi quest’ultimo. “Era sempre stato un ragazzo buono, sorridente, pio”.

Dodici anni per l’assassinio dell’amico e una Confessione

Marek ha commesso quell’omicidio il 26 luglio, onomastico di sua madre e della madre del suo amico. È stato condannato a 12 anni di prigione, dov’è stato oggetto di scherno da parte degli altri reclusi.

Marek pensava che l’unico modo di difendersi fosse battersi e uccidere qualcuno. Voleva essere un eroe. Si è anche procurato un coltello di plastica e lo ha affilato per potersi difendere durante l’attacco. Ma poi ha deciso di aprire la Bibbia.

Vi ha trovato un passo significativo: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta” (Sal 34, 2-9). Ha iniziato a chiedersi chi fosse, e ha visto finalmente cos’era davvero la sua vita. Si è detto che si sarebbe confessato. È stato il punto di svolta nella sua vita.

È caduto in ginocchio, ha guardato la croce e ha confessato i suoi peccati. Dopo le parole del sacerdote “E io ti assolvo dai tuoi peccati”, ha guardato Gesù direttamente negli occhi e ha iniziato a piangere. È tornato in cella e ha pensato intensamente alla vita che aveva condotto fino a quel momento. Sentiva che Dio lo amava davvero ed era sempre lì per lui.

Vendetta

Presto l’amante di sua moglie è stato mandato nella prigione di Nowogard. Marek voleva vendicarsi, ma il sacerdote gli ha detto di pregare per lui. “E allora ho visto che era quel ragazzo a cui ordinavo di guidare e rubare insieme a mia moglie, di bere alcool. Mi sono reso conto che il colpevole di quello che era diventato ero io”, ricorda Marek.

I due si incrociavano nella sala delle visite, e un giorno si sono fermati. “Dio lo ha fatto. Gli ho chiesto se potevamo parlare. Lui mi ha chiesto scusa, tremava per il nervosismo. Alla fine sono stato io a dirgli che mi dispiaceva”.

Dopo qualche anno si sono incontrati di nuovo. “Marcin si è scusato con me perché era sotto gli effetti dell’alcool, mi ha chiesto di parlare. Poi ha detto che quello che gli avevo detto in carcere era giusto, che ero cambiato”.

“Nulla è impossibile a Dio”

Marek ha deciso di essere un uomo diverso. Gli amici gli hanno detto che era pazzo, non credevano alla sua trasformazione.

Ha concluso gli studi ed è diventato terapeuta di dipendenze. Ha lavorato nella fondazione Tulipan, che aiuta ex reclusi. Di recente, ha iniziato a lavorare con l’associazione Oficyna ed è formatore di terapia delle dipendenze. Va nelle carceri, visita i centri di detenzione per minori e offre la sua testimonianza. Parla del suo passato. Parla con i ragazzi con cui è stato in prigione. Ha lavorato anche in un ospizio. “Per Dio, nulla è impossibile”, ammette Marek.

Anni dopo, Marek ha perdonato suo padre defunto. “Con Dio, la maledizione diventa benedizione. Il vero eroe nella mia vita è Gesù Cristo, e il più forte non è quello che ha i muscoli più grandi, ma quello che incrocia le mani nella preghiera”, spiega.

Da Fatima a Lourdes

Marek lavora anche per la fondazione Dobrego Łotra, “Buon ladrone”, il cui santo patrono è San Dimas, e membro della comunità dei Pellegrini della Divina Misericordia. Qualche anno fa ha realizzato un pellegrinaggio da Fatima a Lourdes, percorrendo più di 3.000 chilometri.

Durante il percorso sono avvenuti dei miracoli. “Lo Spirito Santo mi ha detto che avrei compiuto quel pellegrinaggio per 40 giorni, e di fatto, dopo 40 giorni, mi hanno rubato le scarpe a Parigi. Da lì sono andato con due amici in una località vicina a Parigi, dalle Sorelle di Nazaret. Ho iniziato a preoccuparmi di come tornare a casa perché mi restava poco denaro. Non sapevo se sarebbe bastato per un biglietto”, ha ricordatoMarek.

La conversione è una lotta quotidiana

Sono sorti dubbi e preoccupazioni. “Sono andato in chiesa e ho offerto tutto a Dio. Quando sono uscito dalla Messa, una suora mi si è avvicinato e mi ha detto che mi aveva trovato un patrocinatore. Mi ha detto di andare a ringraziarlo perché mi aveva comprato un biglietto”, ha spiegato Marek.

È risultato che il biglietto era stato comprato dal signor Hieronim, un polacco di 89 anni che vive in Francia. L’anziano ha consegnato a Marek anche 200 euro, e lo ha ringraziato per essersi incontrato in lui sul suo cammino. “Sono rimasto sorpreso perché ero andato a ringraziarlo e mi ha ringraziato anche lui”.

“Questa situazione mi ha fatto pensare che dove c’è Dio ci saranno due parti che si ringrazieranno”, ha affermato Marek. “La conversione è una lotta quotidiana con se stessi, con la sensualità, con le tensioni del corpo, ma l’esperienza della presenza di Dio nella vita costruisce la mia umanità e mi mostra ciò che conta di più”.

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