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Cos’è il “metaverso”? E dovremmo preoccuparcene?

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Daniel R. Esparza - pubblicato il 27/11/21

La nuova promessa di Facebook può (o deve) offrire qualcosa di più di un'estensione virtuale delle nostre capacità e funzioni naturali? E ne abbiamo bisogno?

Il 28 ottobre, Mark Zuckerberg ha annunciato che Facebook (non la rete sociale, ma la marca dell’impresa in generale) passerà a chiamarsi Meta. Non è necessario avere una formazione classica per sapere che il termine greco “meta” significa letteralmente “al di là”. Ironicamente, il nuovo nome non ha tardato a diventare oggetto di derisione su Facebook. Secondo la maggior parte delle critiche, con Meta Zuckerberg cerca solo di andare “al di là” dei tanti scandali che hanno travolto l’impresa nel passato recente, dal vendere le informazioni degli utenti a contribuire deliberatamente alla polarizzazione politica.

Il gigante dei social media risente da anni degli effetti di una crisi di fiducia. La sua situazione include anche il fatto che la maggior parte dei suoi utenti attuali sia, demograficamente parlando, “al di là” del target ideale di età. La fascia centrale del pubblico di Facebook sta invecchiando rapidamente, e quindi i suoi utenti forse non sono tanto portati alla tecnologia (e quindi non tanto entusiasti e dipendenti da questa) quanto i mille milioni di utenti mensili di TikTok. Con utenti incapaci di adattarsi alle nuove tecnologie e di cambiare le proprie abitudini tecnologiche (o non disposti a farlo), le possibilità di innovazione sono ovviamente scarse. Facebook ha poco margine di manovra.

Questo provoca a Zuckerberg almeno due problemi diversi. Il primo è abbastanza ovvio. Come spiega il giornalista esperto di tecnologia Kevin Roose, gli utenti più giovani hanno semplicemente abbandonato le applicazioni sotto l’ombrello di Facebook o Meta (Facebook, Instagram, Whatsapp) a favore di altre nuove e “più attuali” (TikTok, come abbiamo detto, ma anche Snapchat o Telegram). Il problema di Facebook rispetto ai giovani “non lo ha ancora colpito a livello finanziario, ma le entrate pubblicitarie sono un indicatore importante, e ci sono prove del fatto che anche Instagram, l’applicazione presumibilmente sana nel portafogli di Facebook, sta perdendo l’attenzione degli adolescenti e della fascia tra i 20 e i 30 anni”, ha concluso Roose.

Il secondo problema è Meta in sé. Almeno per Zuckerberg, Meta è più che un cambiamento di marca: il nome in sé è una promessa e la possibilità di dare finalmente vita a una delle sue ossessioni fondamentali. Zuckerberg vuole creare un metaverso.

Cos’è un metaverso?

Secondo Roose, Meta è “la via di fuga di Zuckerberg”. Una strategia che, se è in grado di mettere in pratica ciò che si propone (e il “se” è grande), potrebbe davvero dare a Facebook l’opportunità di tornare all’antica gloria: “Zuckerberg ha dipinto un’immagine del metaverso come un mondo virtuale pulito e ben illuminato”, scrive Roose, “in cui all’inizio si entrerà con dispositivi di realtà virtuale aumentata, e poi si potranno inserire sensi corporali più avanzati perché le persone possano fare giochi virtuali, assistere a concerti virtuali, fare spese per avere articoli virtuali, collezionare arte virtuale, trascorrere del tempo con gli avatar virtuali degli altri e assistere a riunioni di lavoro virtuali”.

La spiegazione di Manuel G. Pascal è un po’ più dettagliata:

“Portando occhiali speciali per la realtà aumentata (ovviamente sviluppate da Oculus, un’altra compagnia tecnologica di proprietà di Zuckerberg), l’utente avrà accesso a uno spazio iniziale di base, più o meno come suo profilo di Facebook, solo che questo spazio è una casa, la sua personale Horizon Home. Una volta “in casa”, l’utente potrà interagire con i suoi contatti. Il tipo di conversazione che si avrebbe in un gruppo di WhatsApp potrebbe trasferirsi facilmente alla cucina dell’Horizon Home dell’utente, con gli avatar dei membri del gruppo che si muovono liberamente per la sala. Ad ogni modo, è all’orizzonte anche un’integrazione del mondo reale con questi contesti virtuali: finirebbero per essere disponibili anche le proiezioni olografiche nel mondo reale di questi stessi avatar virtuali.

(Ovviamente, Horizon Marketplace sarà vicino all’utente per aiutarlo a comprare tutto quello di cui c’è bisogno per fare della sua Horizon Home un luogo caldo e accogliente. Lo stesso si applica agli uffici di lavoro virtuali che saranno disponibili su Horizon Workrooms).

Un salto nel totalmente virtuale o nel totalmente ibrido

La domanda è se gli utenti avranno bisogno (o vorranno) davvero di compiere questo salto nel “totalmente virtuale” o nel “totalmente ibrido”. Non è chiaro neanche se il presunto sfatamento della distinzione tra il mondo virtuale e quello reale sia alla fine così attraente. Come spiega il filosofo peruviano Victor J. Krebs, per via della preminenza del “virtuale” nella nostra vita (soprattutto durante e dopo il lockdown), la nostra comprensione del “virtuale” dev’essere rivista in modo critico.

In un libro di pubblicazione recente sulla “virtualità umana e la vita digitale”, Human Virtuality and Digital Life, Krebs analizza la nostra comprensione del virtuale come una mera estensione prostetica delle nostre capacità e funzioni naturali (quella che sembra essere l’aspirazione di Meta). Nella maggior parte dei casi, l’aspetto virtuale viene concepito come un miglioramento (realtà “aumentata”), o come una copia dell’universo già esistente (realtà “virtuale”). Ad ogni modo, spiega Krebs, l’idea del “virtuale” era collegata originariamente, anche a livello etimologico, con le potenzialità. La parola “virtualis” del latino medievale deriva dal latino originale “virtus”, che non significa necessariamente “virtù” come si potrebbe dedurre, quanto piuttosto “potenza”, designando la capacità di una persona di essere o di fare potenzialmente qualcosa: un seme è potenzialmente (virtualmente) un albero, e un albero è potenzialmente (virtualmente) una capanna di legno. Un essere umano è potenzialmente… buono, e il problema è proprio quello. Il metaverso di Zuckerberg può aiutare i suoi utenti a diventare quello che sono potenzialmente? In altre parole, questo mondo virtuale parallelo, anche se integrato e basato sulla realtà aumentata, può diventare davvero quella specie di agorà-centro commerciale-stadio-caffetteria che aspira ad essere e aiutare i suoi utenti a sviluppare il loro pieno potenziale umano? Meta, nelle affermazioni chiare e senza giri di parole di Manuel G. Pascual, può migliorare il mondo 17 anni dopo aver promosso (consapevolmente o meno) alcuni dei mali peggiori che lo affliggono attualmente?

Come scrive il giornalista Charles M. Blow, il metaverso di Zuckerberg, come accade con tutte le cose nuove, attirerà molte, forse moltissime persone. I social media hanno senz’altro delle virtù: “Dopo aver selezionato accuratamente le persone, le istituzioni e i media che seguo, ora trovo più informazioni di quante avrei potuto immaginare, più informazioni di quelle che riesco a processare. È davvero una sovrabbondanza di ricchezze”. Ad ogni modo, prosegue Blow, “hanno anche tanta negatività, (…) tanta disinformazione e manipolazione, che la loro preminenza nella mia vita provocava più problemi che benefici. Ho cercato di riorientarmi soprattutto verso il mondo reale (sembra strano anche scriverlo). Per scrivere più cose che non condivido immediatamente online. Scrivere per l’idea e non per l’impatto virale cose che forse non piacciono a nessuno, ma sono cose che in tutti i modi voglio cercare di plasmare nella loro forma più chiara”. Dopo tutto, far sì che tutte queste “realtà” collidano in un unico spazio non sembra essere necessariamente quello che alcuni utenti potrebbero desiderare.

In ogni caso, il metaverso di Zuckerberg ancora non è se non una promessa, e quindi no, non dovreste preoccuparvene troppo. Almeno per ora. Se verrà adottato o meno in forma massiccia dalle migliaia di milioni di utenti che continuano a usare Facebook è certamente una scommessa che va “al di là” dei parametri di qualsiasi previsione fattibile.

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