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Tornare a contemplare la vera umanità di Cristo

CHRIST ; PAINTING ; ECCE HOMO

Public Domain

L'Homme de douleurs Ecce homo), Albrecht Dürer, 1493

Jean-François Thomas s.J. - pubblicato il 16/11/21

Relativizzando l’umanità di Cristo, le eresie contestano anche la divinità di Gesù. L’imminente tempo dell’Avvento ci permette di tornare nella verità dell’incarnazione del Figlio di Dio, totalmente Dio e perfettamente uomo.

L’inizio dell’anno liturgico, per un cattolico, è l’Avvento: una preparazione, quasi una “piccola quaresima” per accogliere il mistero dell’Incarnazione. Il Vangelo secondo san Giovanni comincia con parole capitali, tra cui queste: 

Et Verbum caro factum est,
et habitavit in nobis. 

Et vidimus gloriam eius,
gloriam quasi Unigeniti a Patre,
plenum gratiæ et veritatis

Il Verbo si è fatto carne
e ha posto la sua tenda fra noi. 

E noi abbiamo visto la sua gloria,
gloria come dell’Unigenito del Padre,
pieno di grazia e di verità. 

Gv 1,14 

Ecco la vera umanità di Cristo, figlio di Dio. Per tutto il corso della storia della Chiesa delle eresie hanno tentato di sfigurarla e ridurla a una caricatura. Che fosse Marcione, scomunicato nel 144 per aver affermato (fra l’altro) che il corpo umano di Gesù non era se non apparente, essendo la materia intrinsecamente cattiva; oppure Ario, condannato al concilio di Nicea del 325, il quale al contrario ha ridotto la divinità di Cristo negandone la coeternità e la consustanzialità con il Padre; o ancora Nestorio, condannato dal concilio di Efeso nel 431, il quale elaborava un complesso sistema in cui Gesù Cristo sembrava composto di due individualità distinte, una umana e una divina; oppure al contrario il monofisismo, castigato dal concilio di Calcedonia nel 451, secondo cui la natura umana di Cristo scomparirebbe nella Persona divina. E tante e tante altre, ché l’immaginazione degli uomini, sbrigliata, non trova limiti. 

Ogni volta, tuttavia, a risultarne flagellata fu la santa umanità di Cristo, come durante i supplizi della Passione. I più terribili attacchi sono quelli che si sono rivolti alla perfezione della natura umana del Cristo. Questo disprezzo permane costantemente, soprattutto quando si riduce Gesù Cristo a un mero uomo, certo meno mediocre di noi, forse capace di compiere opere straordinarie, ma ciononostante finito quanto noi. Forse troveremo rassicurante mettere così in dubbio la potenza divina contenuta in Cristo. 

Fino all’identità perfetta 

Il nostro problema è che, il più delle volte, compariamo Gesù a ciò che siamo noi: abbassiamo cioè la sua umanità alla nostra, che senza di Lui non siamo altro che polvere. Charles Péguy, ne Il Mistero dei Santi Innocenti, mette queste parole nella bocca del Padre: 

Si parla sempre – dice Dio – dell’Imitazione di Cristo,
che è l’imitazione,
la fedele imitazione di mio Figlio da parte degli uomini. 

E ne ho conosciute, e ne conoscerò, di imitazioni tanto fedeli – dice Dio –
e tanto ravvicinate
che io stesso ne resto pieno di ammirazione e di rispetto. 

Però in fondo non bisogna dimenticare
che è stato mio Figlio a cominciare, con quella singolare imitazione dell’uomo.
Singolarmente fedele.
Che venne spinta fino all’identità perfetta.
Quando così fedelmente, così perfettamente egli rivestì la sorte mortale.
Quando così fedelmente, così perfettamente egli imitò il nascere. 

E il soffrire.
E il vivere.
E il morire. 

Questa imitazione dell’uomo da parte di Cristo non è quella del peccato, ma quella della natura che non avremmo mai dovuto perdere a causa del peccato originale. In Lui, l’Epifania di Dio si unisce strettamente alla Santa Umanità. Ecco quel che contempleremo a Natale e che contempliamo normalmente, ogni giorno. Le due nature distinte, l’umana e la divina, che restano distinte, si ritrovano nell’unica Persona del Verbo. Questa Persona è il soffio di cui parla Paul Claudel, soffio senza eguali, soffio di onnipotenza che accetta di farsi prigioniero degli uomini nel seno della Santissima Vergine: 

Questa pace che il vento, senza mai muoverne la fonte, non cessa di interrogare con mistero o con furia!
Sulle cose che egli ha creato non cessa l’interrogazione dello Spirito.
Il mare degli uomini e delle foglie, egli non cessa di muoverlo e di agitarlo, il mare dei popoli e delle acque!
È di lui che è stato scritto: In ogni cosa ho cercato il riposo.
Eppure tale impaziente soffio del mondo c’è qualcuno che ha saputo imprigionarlo.
Non è servito altro, banalmente, per imprigionarlo, che questa Vergine che gli dicesse “Amore mio!”
Un bambino dorme sul suo seno, la guancia contro la sua guancia.
«E il Verbo si è fatto carne, ed ha abitato tra di noi». 

Una umanità senza peccato 

Nella sua umanità Cristo non conosce l’angusta prospettiva della nostra natura peccatrice, la nostra mediocrità. Lasciar supporre un solo istante che Cristo abbia potuto cedere alla minima debolezza in quanto fu totus homo è un sacrilegio, purtroppo assai diffuso da quando alcuni osano affermare che il Salvatore ha condiviso la natura umana in ciò che essa ha di più basso. 

San Bonaventura precisava che solo l’uomo è imago Dei – immagine di Dio – e che tutti gli altri esseri non sono che dei vestigia – cioè delle orme di Dio – che subiscono il proprio essere, che dormono in un certo modo e non sono pienamente coscienti della loro origine divina. Tuttavia, la nostra natura differisce da quella di Dio poiché siamo delle creature, ma questo non è il caso di Cristo: Gesù Cristo non è, come noi, una semplice immagine di Dio, poiché Egli è Persona della Santissima Trinità ed ha assunto la natura umana nella sua perfezione. Egli è totalmente uomo perché ha rivestito la struttura ontologica della nostra natura, ma le differenze qualitative rispetto a noi sono più che un abisso. 

Poiché la sua umanità è elevata dal Verbo divino, per le sue qualità essa è necessariamente al di sopra di quella degli altri uomini. Possiamo già fare l’esperienza della differenza qualitativa che ci separa dai santi, e sì che possediamo la medesima loro natura. A maggior ragione lo si predicherà del fossato tra noi – parlassimo pure del più santo tra gli uomini – e Cristo. 

Il teologo Dietrich von Hildebrand (+1977) scrive a riguardo, ne La vigna devastata

L’attuale deformazione della Santa Umanità di Gesù tradisce una concezione erronea dell’“ampiezza”, che gli autori confondono con la pura estensione logica. Essi confondono l’essenza dell’uomo con l’insieme degli uomini. Essi dimenticano completamente che “essere pienamente uomo” non significa possedere tutto – neanche in potenza –, tutti i tratti possibili che si trovano negli esseri umani “Totus” si riferisce all’essenza dell’uomo e all’essenza degli accidenti – qualità, difetti e virtù che si aggiungono, nel bene e nel male, alla natura di tutti gli uomini. 

Una grazia del tempo dell’Avvento 

La cosa strana è che, relativizzando la perfezione della natura umana di Cristo, non gli rifiutiamo totalmente la sua divinità, e non ci rendiamo conto che allora c’è una contraddizione nella nostra fede. Bisogna dire che il veleno che attenta all’umanità di Cristo è molto sottile e che nel corso dei secoli si è affinato. Il tempo liturgico dell’Avvento, che avanza verso di noi, potrebbe essere messo a frutto per ricalibrare la nostra adesione alla fede della Chiesa in quanto riguarda l’umanità e la divinità di Nostro Signore. Sarebbe una cura di giovinezza spirituale dalla quale usciremmo rigenerati. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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