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Due San Giacomo e una confusione di reliquie a Compostela

Santiago de Compostela Cathedral

Natursports | Shutterstock

Daniel R. Esparza - pubblicato il 13/11/21

La morte così diversa dei due San Giacomo ha svolto un ruolo fondamentale nel più recente tentativo scientifico di stabilire se i resti conservati nella cappella delle Reliquie appartenessero a San Giacomo il Maggiore, figlio di Zebedeo, o al Minore, figlio di Alfeo

Iresti di San Giacomo il Maggiore, uno dei dodici apostoli di Gesù e santo patrono di Spagna, forse non riposano davvero sotto l’altar maggiore della grande cattedrale di Compostela.

La cattedrale è stata costruita sul luogo in cui secondo la tradizione vennero scoperti i resti di San Giacomo, e il pellegrinaggio in Galizia, noto come Cammino di Santiago, celebra gli eventi miracolosi che hanno portato alla scoperta dei resti dell’apostolo.

Uno studio pubblicato di recente suggerisce che i suoi resti sono forse quelli conservati nella leggendaria cappella delle Reliquie, situata nella cattedrale, in cui si pensava che fossero conservati i resti dell’altro San Giacomo, “il Minore”.

Lo studio antropologico forense è stato realizzato negli anni Novanta, ma è stato incluso solo poco fa nell’edizione più recente della prestigiosa rivista Forensic Anthropology, pubblicata dall’Università della Florida.

Secondo un’antica tradizione iberica, il secondo giorno di gennaio dell’anno 40, la Vergine Maria apparve a San Giacomo sul fiume Ebro a Caesaraugusta (l’attuale Saragozza), mentre lui predicava il Vangelo in Spagna. Dopo quell’evento, San Giacomo tornò in Giudea, dove venne decapitato per ordine del re Erode Agrippa I nell’anno 44. Durante i suoi anni di missione in Spagna, fece sette discepoli principali (i noti Sette Uomini Apostolici), che vennero poi ordinati a Roma dai Santi Pietro e Paolo e rimandati in Spagna per completare la missione di Giacomo.

Queste tradizioni vennero compilate più tardi, nel XII secolo, nella Historia Compostelana, una cronaca anonima scritta quando Diego Gemírez era primo arcivescovo di Compostela. La cronaca include un minuzioso racconto della storia di San Giacomo come si credeva e si raccontava a Compostela all’epoca. Questa afferma chiaramente che Giacomo aveva predicato il Vangelo non solo in Terra Santa, ma anche (e soprattutto) in Spagna, e che dopo il suo martirio i discepoli avevano portato il suo corpo per mare in Iberia, appunto la Spagna. Sbarcati sulla costa nord della Galizia, avevano portato il corpo all’interno, fino a seppellirlo a Compostela.

L’ultima volta che le reliquie conservate nella cattedrale sono state sottoposte a uno studio scientifico è stato nel 1878. All’epoca, tre docenti dell’Università di Santiago (i professori Casares, Freire e Sánchez Freire) dichiararono che le ossa trovate sepolte sotto l’altar maggiore appartenevano a tre scheletri incompleti diversi. Il ritrovamento confermò quello che la tradizione aveva sempre affermato: concretamente, che Giacomo figlio di Zebedeo (ovvero Giacomo “il Maggiore”) era stato sepolto in Spagna insieme a due compagni.

Nella sua indagine archeologica, Casares ha scoperto anche i resti di un antico mausoleo romano sotto la cattedrale. Si crede che fosse una delle possibili origini del nome “Compostela”, visto che la parola latina per “cimitero” è “compositum”. Questo antico cimitero romano ha fatto parte della tradizione compostelana dal IX secolo, quando sono iniziati i pellegrinaggi sul posto. L’aspetto più importante è che il nome di uno dei discepoli di San Giacomo è stato trovato inciso su una delle pietre trovate nel mausoleo. I ricercatori hanno concluso che fosse ragionevole che le ossa ritrovate appartenessero al Santo Apostolo e a due dei suoi compagni.

La tradizione afferma che i discepoli di San Giacomo ne riportarono il corpo in Spagna da Gerusalemme dopo la sua decapitazione, e che lo seppellirono in quel compositum. Ci sono voluti tuttavia 800 anni e una pioggia miracolosa di stelle per scoprire il luogo esatto: un eremita di nome Pelagio disse di aver visto una pioggia di stelle (o un bagliore nel cielo o a terra, secondo altre versioni) nel bosco di Libredón. Questa sarebbe un’altra spiegazione per il nome di Compostela: campus stellae, “campo di stelle” in latino. Pelagio informò il vescovo Teodomiro, che inviò poi una comunicazione al re Alfonso II delle Asturie e della Galizia. Il re ordinò la costruzione di una cappella sul luogo, che sarebbe poi diventato un importante centro di pellegrinaggio.

Ed è qui che la storia diventa confusa. I resi dell’altro San Giacomo si aggiunsero alla storia nel 1108, quando, secondo dei documenti storici medievali, il vescovo portoghese Mauricio Burdino portò la testa di Giacomo, figlio di Alfeo (l’apostolo a cui i Vangeli si riferiscono come al “fratello” di Gesù, Giacomo “il Minore” o “il Giovane”), in Iberia con sé. È a questo punto che entra in scena la regina Urraca.

Urraca era senz’altro una donna eccezionale. Fu la prima regina regnante nella storia d’Europa, e governò su Castiglia, León e Galizia, reclamando i titoli sia di Imperatrice di tutta la Spagna che di Imperatrice di tutta la Galizia. Cosa forse più importante, durante il suo matrimonio con Raimondo di Borgogna si presentò come “governante della Terra di San Giacomo”. Riuscì a ottenere la reliquia dal portoghese Burdino e la consegnò all’allora arcivescovo di Compostela, Diego Gelmírez, che la depose in uno scrigno d’oro. Era il 1116, sette anni dopo l’inizio del suo regno.

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Il martirio di San Giacomo il Minore

Forse Urraca avrà cercato di guadagnare ancor più influenza politica dichiarando di aver portato finalmente a casa i resti perduti di San Giacomo il Maggiore, anche se questo contraddiceva la tradizione già stabilita nei secoli e iniziata dal re Alfonso II nell’813. Dopo tutto, sappiamo dal Libro degli Atti degli Apostoli (12, 1-2) che Giacomo venne decapitato, e quindi portare la sua testa avrebbe potuto avere un senso, come se la regina volesse riunirla ai resti che i discepoli erano riusciti a portare, assumendo che la testa fosse perduta. È anche possibile che sia sorta una certa confusione dopo l’arrivo della reliquia e che il popolo (che naturalmente aveva più familiarità con il figlio di Zebedeo che con il figlio di Alfeo) avesse semplicemente assunto che la testa apparteneva a Giacomo il Maggiore. Dopo tutto, il Maggiore era stato decapitato, mentre Giacomo il Minore venne bastonato a morte.

Anche se alcune tradizioni affermano che il Minore morì crocifisso in Egitto, la versione ampiamente accettata spiega che rimase a Gerusalemme per più di 30 anni. Il suo ministero in quella città terminò per la forte opposizione di altre fazioni religiose, e verso il 62 venne gettato dall’alto del Tempio a una folla furiosa. Visto che era sopravvissuto alla caduta, venne lapidato e bastonato fino alla morte. In gergo forense scientifico, morì per una lesione cerebrale traumatica. Ciò suggerisce che il suo cranio non potrebbe essere stato quello virtualmente intatto che Burdino portò con sé dalla Terra Santa.

Un secolo dopo degli studi guidati da Casares, Freire e Sánchez Freire, la cattedrale decise che era ormai ora di determinare non l’identità dei resti del figlio di Zebedeo, ma quella dei resti del figlio di Alfeo. Per molte ragioni, l’équipe guidata da Fernando Serrulla ha avuto bisogno di più di 30 anni per concludere il nuovo studio. Le sue scoperte non sono necessariamente del tutto chiarificatrici. Riassumendo, potrebbe essere il caso che la testa che si credeva fosse quella del figlio di Alfeo (quella portata da Burdino) fosse in realtà quella del figlio di Zebedeo, che avrebbe potuto essere spostata nella cattedrale stessa.

Le morti tanto diverse dei due San Giacomo hanno svolto un ruolo fondamentale nel tentativo di Serrulla di risolvere questo enigma. I pochi resti conservati che hanno potuto essere analizzati confermano una morte violenta, ma non necessariamente una congruente con quello che sappiamo del martirio del figlio di Alfeo. La ricostruzione forense di Serrulla ha stabilito che la vittima ha subìto due ferite principali: una sulla parte frontale del cranio, l’altra nella zona parietale. Lo studio spiega poi che quei due colpi al cranio potrebbero indicare che questa esecuzione è stata un caso di quella nota come “morte per tre colpi”.

Quest’ultima, una forma comune della pena capitale romana, implicava che la persona ricevesse il primo colpo sulla parte frontale o laterale della testa con un’arma pesante, spesso una spada, ma senza usare il lato affilato. Questo primo colpo avrebbe solo lasciato la vittima incosciente. Il secondo colpo, alla nuca quando il corpo era già a terra, intendeva uccidere la persona. Arrivava poi la decapitazione, per assicurare che il prigioniero fosse realmente morto.

I resti trovati a Compostela possono solo confermare che la vittima ha ricevuto i primi due colpi, visto che non si è conservata neanche una vertebra; il terzo colpo si può solo dedurre dai primi due chiaramente visibili nel cranio. Quest’ultimo non mostra alcuna ferita che possa attribuirsi al tipo di morte subìta dal Minore. I resti sono congruenti con una morte per decapitazione. Serrulla conclude che i resti ossei trovati nel reliquiario di San Giacomo, figlio di Alfeo, possono non appartenere a questo santo. Potrebbero invece appartenere a San Giacomo, figlio di Zebedeo.

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