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Il Papa ad Assisi, intervista a “Fratello”: «I poveri la speranza della Chiesa e del Papa»

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VINCENZO PINTO / AFP

Hugues Lefèvre - pubblicato il 11/11/21 - aggiornato il 12/11/21

Étienne Villemain, co-fondatore dell'associazione francese e organizzatore dell'incontro di domani, 12 novembre 2021, nella città del Poverello, ci parla delle sfide in ballo.

Alla vigilia dell’arrivo di papa Francesco ad Assisi, dove il Pontefice incontrerà 500 poveri provenienti da tutta Europa, Étienne Villemain, presidente dell’associazione Fratello, spiega perché la Chiesa e i cristiani devono “riavvicinarsi” ai poveri per potersi riprendere, in questo periodo segnato particolarmente dalla crisi degli abusi. 

Che cosa si aspetta da questo incontro tra papa Francesco e i poveri ad Assisi? 

In questi ultimi anni il contesto nella Chiesa cattolica è molto cambiato, soprattutto in Francia. Qualche settimana fa abbiamo scoperto con sgomento il contenuto del rapporto della Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa… 

In questo dolorosissimo momento, in cui con le vittime ci troviamo ai piedi della Croce, i poveri sono la nostra via di Salvezza. Sono la speranza della nostra Chiesa e del nostro Papa. In questo momento molte cose stanno implodendo e in un certo senso la Chiesa diventa inascoltabile, e noi crediamo che ci sia una persona a cui aggrapparsi: Cristo. Ora, Gesù ci ha detto chiaramente che si nasconde nei poveri. 

Quest’anno sono molto commosso e felice che possiamo spostarci in gran numero, con tante persone fragili, ad Assisi. Non ci saranno solo ragazzi di strada, ma una grande varietà di fragilità, come ad esempio bambini gravemente handicappati. È una grande grazia, poterci riunire in questo periodo. 

Che cosa le ispira la città di Assisi, scelta per accogliere questo incontro? 

È bellissimo poter dire che il Papa dei poveri va nella città del Poverello per incontrare i poveri di tutto il mondo. Sono andato con Alix Montagne [co-fondatrice di Fratello, N.d.R.] sulla tomba di san Francesco quando preparavamo questa giornata. È un posto pazzesco: è fortissimo essere accolti da un uomo che è stato estremamente spirituale pur facendosi prossimo ai piccoli e ai poveri, arrivando fino ad abbracciare i lebbrosi. 

Troppo spesso si osserva una separazione tra quanti privilegiano la vita spirituale e altri che si dedicano al sociale, con la fastidiosa tendenza a opporre le due dimensioni. San Francesco ci porta la testa nel Cielo e i piedi sulla terra: ci insegna ad amare Gesù e i poveri. 

Papa Francesco è stato eletto nel 2013 per rivolgere la Chiesa verso la periferia. C’è ancora della strada da fare? 

Sì, e la strada che resta da fare è in realtà quella che si trova tra la testa e il cuore di ciascuno. Il Papa dà un input, una direzione, ma la cosa più importante è che ciascuno si converta. Spesso noi non accogliamo i poveri perché ne abbiamo paura. È come se inconsciamente ci dicessimo: «Se tocco un povero diventerò povero anch’io». Di fatto, non accogliamo il nostro limite. 

Non bisogna sbagliarsi su questo: la Giornata Mondiale dei Poveri è per tutti. Fino a che penseremo che sia per gli altri, che noi non siamo veramente poveri, resteremo nell’errore di pensarci “pieni di noi stessi”. Ora, il povero è uno che dipende – dipende da Dio, dai suoi fratelli e dalle sue sorelle. E se io dipendo dagli altri e da Dio, allora Lui può venire a colmare il mio cuore. 

Il rischio di questa Giornata Mondiale dei Poveri non è quello di vedere che poi, appena finita e per un anno, ognuno riprende la propria vita ordinaria come se niente fosse? 

Per aggirare questo scoglio, bisogna comprendere che i poveri non devono stare alla porta delle nostre chiese, come spesso avviene, ma devono esserne al cuore. Non si può essere cristiani “tranquilli”, soddisfatti delle azioni caritatevoli della sera prima. Bisogna che ogni giorno siamo capaci di accogliere il povero che ci sta accanto. E ci riusciremo soltanto quando saremo capaci di accogliere ogni giorno la nostra propria povertà. Altrimenti ci innamoreremo di un’immagine di noi che non esiste: sogneremo di noi e prima o poi il risveglio sarà brusco. 

Che soluzioni vede? 

Io penso che si debba tornare a queste tre parole: adorazione, compassione ed evangelizzazione. È adorando il Signore che gli si può domandare di venire a visitare le nostre fragilità e di darci un cuore compassionevole. Con tale cuore, diverremo naturalmente dei missionari che vogliono annunciare il buon Dio, offrendo al povero che ci sta accanto ciò di cui ha bisogno, a cominciare dal pane. 

La sfida in gioco è dunque la conversione personale. E non siamo noi che ci convertiamo: ci lasciamo convertire, tutti i giorni. Noi non sappiamo fare, ma possiamo invocare lo Spirito santo perché venga a compiere in noi la sua opera. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

Tags:
assisifratellifraternitàpoveripovertà
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