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Reddito minimo: solidarietà cristiana o assistenzialismo populista?

MEXICO

Shutterstock | Alejandro_Munoz

Francisco Borba Ribeiro Neto - pubblicato il 09/11/21

Il rischio dell’assistenzialismo

Questi programmi, però, possono avere due conseguenze negative. La prima è il loro utilizzo populista e assistenzialista. In questo caso, i programmi non servono a una vera promozione umana, ma aumentano solo la dipendenza dei poveri in relazione al Governo, favorendo la manipolazione politica e non permettendo che le persone dispieghino pienamente il loro potenziale, la loro autonomia e la loro libertà.

Il pericolo è reale, anche se magari non si verifica spesso. Sono rimaste famose nell’immaginario di alcune persone le comunità di disoccupati che nella seconda metà del secolo scorso vivevano di ausili governativi nei Paesi ricchi. Gli studi mostrano però che le popolazioni assistite da questi programmi nella maggior parte dei casi lottano per uscire dalla situazione di dipendenza e si avvalgono di questi ausili per raggiungere condizioni di vita migliori.

Perché uno di questi programmi non scada nell’assistenzialismo e nel populismo, è importante il progresso socio-economico, che permette di generare nuove opportunità di lavoro e la formazione della popolazione assistita, perché possa occupare questi posti di lavoro. Quando si verificano queste persone, le persone preferiscono un lavoro dignitoso e una remunerazione adeguata alle condizioni precarie degli ausili di reddito minimo.

L’inflazione che corrode gli ausili

Il secondo problema di questi programmi è il loro impatto sui conti pubblici. La questione è semplice: quando il Governo spende più di quanto raccoglie, deve contrarre prestiti e/o aumentare l’inflazione. La capacità di indebitamento ha dei limiti, perché a un certo punto il prestito dev’essere pagato. Quando ciò accade, le spese al di sopra dell’entrate generano inflazione, che corrode il potere d’acquisto dei salari e compromette l’economia, provocando altra disoccupazione e minore potere d’acquisto. Risultato: quello che ci si aspettava di guadagnare a livello sociale con il programma di reddito minimo viene perso per via della crisi economica.

Ciò non vuol dire che si debbano abbandonare questi programmi sociali, ma che devono essere pianificati all’interno di una visione realistica dei conti pubblici. Ci si può sempre chiedere se non ci siano altri settori dell’azione statale che possono subire tagli senza pregiudicare le fasce di popolazione più bisognose. Oltre a questo, gli scandali della corruzione e le notizie degli alti salari di funzionari pubblici e politici aumentano ancor di più il disagio e l’impatto negativo del deficit pubblico.

La parola della Chiesa

Papa Francesco si è posto spesso in difesa di programmi di reddito minimo, chiarendo che devono essere progettati in modo realistico ed evitando l’assistenzialismo.

In un messaggio ai movimento sociali, ha detto: “Un reddito minimo […] affinché ogni persona in questo mondo possa accedere ai beni più elementari della vita. È giusto lottare per una distribuzione umana di queste risorse. Ed è compito dei Governi stabilire schemi fiscali e redistributivi affinché la ricchezza di una parte sia condivisa con equità, senza che questo presupponga un peso insopportabile, soprattutto per la classe media – generalmente, quando ci sono questi conflitti, è quella che soffre di più”.

Nella Fratelli tutti (FT 161-162) aggiunge: “Lungi da me il proporre un populismo irresponsabile […] I piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze, si dovrebbero considerare solo come risposte provvisorie. Il grande tema è il lavoro”.

Sono indicazioni chiare per chi desidera affrontare questo grande problema del nostro tempo in una prospettiva realmente cristiana.

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Tags:
economia
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