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Come dire a un figlio che è stato adottato?

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Mar Dorrio - pubblicato il 09/11/21

Il caso della mia amica Teresa, adottata, ha fatto sì che tutti volessimo sapere cosa le aveva detto sua madre

Questa settimana, ad Aleteia mi hanno proposto questo tema: come, quando e dove dire a un bambino che è stato adottato? In quel momento sono riuscita solo a pensare a una persona: una mia amica, che chiameremo Teresa. Ho pensato a lei e ho ricordato una frase che ha detto sull’adozione: “Mia madre me l’ha spiegato in un modo così bello che i figli biologici mi sembravano dei perdenti”.

Dopo una dichiarazione simile, siamo tutti rimasti con la voglia di saperne di più, di sapere come aveva fatto la madre a darle quella notizia. Teresa aveva sette anni, e senza alcuno scenario preparato, con estrema naturalezza, una sera, mentre si stava mettendo a letto dopo aver pregato, ha chiesto a sua madre se era uscita dalla sua pancia. La madre le ha risposto tranquillamente di no. Non era stata nella sua pancia. Non era una figlia biologica, ma adottiva. Questo voleva dire che era nella mente di Dio da sempre, pensata per essere sua figlia. E l’attesa dell’adozione, piuttosto più lunga di quella di una gravidanza, aveva reso tutto più speciale, più desiderato e più amato. Teresa ricorda quanto si sia addormentata felice quella sera.

Oggi quella bambina è diventata una donna splendida, che non ha mai avuto il desiderio di cercare o di conoscere la famiglia biologica. La sua gestazione e la sua nascita non eclissano né distorcono il senso di appartenenza alla sua famiglia. Una famiglia che ha sostituito le differenze nel DNA con le migliori azioni d’amore con la lettera maiuscola.

Non tutti i casi sono così idilliaci

So che non tutti i casi sono così idilliaci, che sono tanti quelli che nella ribellione dell’adolescenza fantasticano sulla famiglia biologica, vittime di situazioni estreme e involontarie. Che possono provare rifiuto per la famiglia che esige qualcosa da loro. In quei casi, bisogna ricordare che tutti, figli biologici o adottivi, possono attraversare crisi di identità nell’adolescenza e avere problemi indipendentemente dalla propria origine.

Come aspetto positivo, bisogna anche dire che sarà in quel periodo, dopo essere riusciti a cristallizzare tutto l’affetto ricevuto nell’infanzia, che si riaffermerà il senso di appartenenza alla famiglia adottiva, riconoscendola come la propria vera famiglia.

3 consigli

E allora, se vi trovate in questa situazione, non mi resta che raccomandarvi qualche idea:

1- Il bambino deve venirlo a sapere dai genitori. Anticipate i compagni di classe, una conversazione sconveniente che non dovrebbe ascoltare. Siate voi, con affetto e normalità, a dirgli che è stato adottato. Non pensi che non glielo avete raccontato perché la situazione vi provoca qualche tipo di disagio o di rifiuto.

2- Approfittate con semplicità, come la madre di questo articolo, di una domanda che pone il bambino. Che sia lui ad avviare la conversazione, nella quale glielo racconterete con tutta la naturalezza di questo mondo.

3- Il bambino può tirar fuori la questione quante volte vuole e quando vuole. Magari non vorrà approfondire la questione quando riceverà per la prima volta la notizia. Deve assimilare l’informazione. Forse in un altro momento tornerà sul tema, probabilmente con altre domande. È come quando andiamo dal medico: usciamo dalla visita storditi, e quando processiamo le informazioni sorgono le domande. Può accadergli la stessa cosa.

Ultima cosa e più importante: se c’è una cosa che la madre di questo articolo ha fatto particolarmente bene è aver messo in pole position Dio, e questo fa la differenza. Il progetto delineato da Lui non può che essere perfetto, non può non essere il migliore. E allora, ricordando che Dio e voi siete la maggioranza assoluta, se dovete dare questa notizia al vostro bambino, non dimenticate che si è trattato di un progetto delineato da Dio per voi. Impossibile un progetto o un’opzione migliore.

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