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Qual è il segreto per trovare la felicità anche in mezzo alla sofferenza?

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Smit | Shutterstock

Catholic Link - pubblicato il 05/11/21

Dio non ha mai voluto la sofferenza, non vuole che soffriamo

di Pablo Perazzo

Molte persone si sono sicuramente poste questa domanda, che apparentemente racchiude una contraddizione. Soffrire ed essere felici? Roba da pazzi!

Ovviamente non significa che per essere felici si debba soffrire, ma che dobbiamo imparare come soffrire per essere felici, perché la sofferenza fa inesorabilmente parte della vita.

La sofferenza è conseguenza del peccato, visto che Dio, nella Sua bontà e creazione amorevole, non aveva mai pensato a qualcosa del genere per noi.

Dio non ha mai voluto la sofferenza, non vuole che soffriamo. Visto che a causa del peccato non abbiamo opzione, però, bisogna affrontare la vita in modo maturo e lottare per la nostra felicità.

Alcune sofferenze valgono la pena, altre no…

Ecco una cosa che vorrei chiarire bene. Alcune sofferenze arrivano e fanno parte della vita – non le chiediamo, non le vogliamo, ma fanno parte della complessa realtà che viviamo.

Una madre, ad esempio, sacrifica il suo sonno perché deve allattare e curare il suo bambino, anche se il giorno dopo ha una lunga giornata lavorativa.

Ci sono genitori che devono sacrificarsi per sfamare i figli e offrire loro una buona istruzione, come loro non hanno potuto avere.

Una persona che in un momento della sua vita deve imparare a convivere con qualche malattia senza alcuna responsabilità da parte sua al di là del fatto di averla ereditata geneticamente dai suoi antenati.

C’è però un’altra classe di sofferenze derivanti da decisioni sbagliate, e in questo senso c’è una spiegazione più semplice, e potremmo anche dire che la persona se l’è andata a cercare.

Penso, ad esempio, alla sofferenza di una famiglia quando ha un figlio che per una cattiva condotta diventa dipendente dalle droghe.

Al trauma di tanti bambini che attraversano valli aride per via del divorzio dei genitori. Ai giovani a cui risulta molto difficile vivere con responsabilità e impegno.

Alle tante forme di violenza domestica. Alla corruzione che vediamo ovunque, che semina povertà e disuguaglianza sociale, generando sempre più fratture sociali. E la lista potrebbe continuare.

La vita ha senso solo grazie all’amore

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Chi di noi non vuole essere amato, abbracciato, protetto? Come anche amare, coltivare amicizie, aiutare e soccorrere chi ha bisogno di aiuto.

Quando le circostanze sono gradevoli e i motivi piacevoli, devo dire che non ci costa molto. Se si tratta, ad esempio, di sacrificarsi per il bene di un figlio, non risulta tanto difficile trovare le forze per farlo. Alla fin fine, quale genitore non vuole il meglio per i suoi figli?

Ma qual è la nostra reazione, contro Dio stesso, quando la morte di un familiare bussa alla nostra porta? Che ne è del rapporto con Dio quando un figlio passa per una malattia incurabile?

Quali pensieri di vendetta non abbiamo, anche contro Dio, quando subiamo delle ingiustizie senza avere alcuna colpa? Quante volte ci scagliamo contro Dio?

Dove sono il Suo amore e la Sua bontà quando soffriamo senza motivo? Dov’è Dio quando ci sentiamo soli nella sofferenza?

È in questi momenti che dobbiamo superare quei sentimenti e amare Dio al di sopra di tutte le cose. Anche quando soffriamo, Lui non è il colpevole.

Noi, però, cerchiamo un colpevole a ogni costo, e visto che non possiamo accettare che la vita ci tratti così, non riusciamo a credere che Dio ci ami anche in mezzo alla sofferenza.

Dobbiamo compiere uno sforzo e riconoscere quale “dio” stiamo guardando. Un dio a cui non importa di noi e che ci abbandona? Quello non è il nostro Dio.

Il Dio della nostra fede cristiana è un Padre che ha donato il Suo unico Figlio perché morisse sulla croce e offrisse la Sua vita per amor nostro.

È un Figlio che ha assunto sulla Sua carne le nostre ferite e i nostri dolori, e che si è sacrificato per dare un nuovo senso a questa vita corrotta dal peccato e dalle sue conseguenze.

Il nostro Dio ci ha creati per amore, e per un atto di misericordia ancor più incredibile ha chiesto a Suo Figlio un sacrificio inimmaginabile.

Solo allora ha senso assumere le nostre sofferenze e avvicinarci alla croce di Cristo, perché in questo modo le nostre croci diventano anche un’occasione per amare.

La mia sofferenza, che non ha alcun senso, partecipa all’opera redentrice di Cristo e la completa. E se partecipo con Lui al Suo sacrificio, partecipo anche alla gioia della Sua Resurrezione (1 Pietro 4, 13).

Questo atteggiamento richiede ovviamente da parte mia il fatto di amare Gesù, offrirgli i miei pesi e non allontanarmi da Lui per rancore o amarezze.

La sofferenza può essere una via d’amore

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Quante volte Cristo ci ha detto che chi vuole seguirlo deve prendere su di sé la propria croce per essere Suo discepolo? (Matteo 16, 24).

Questo implica il fatto di assumere la vita com’è, prendendo le cose buone e quelle cattive, le gioie e le tristezze. Cristo ci ama totalmente, non a metà. O stiamo con Lui o no, per Dio non ci sono mezzi termini.

Sei freddo o caldo (Apocalisse 3, 14). Il nostro linguaggio dev’essere “Sì, sì o no, no” (Matteo 5, 37). Quando optiamo per la via della vita cristiana, sappiamo molto bene quale sia l’orizzonte: la croce. Una croce, però, che dopo tre giorni si trasforma nell’Albero della vita.

Cristo ci insegna con il Suo esempio a dare la vita per gli amici. E non solo: ci insegna anche a preoccuparci per lo sconosciuto maltrattato sul ciglio della strada (Luca 10, 25-37).

Arriva al punto da dirci di amare i nemici (Matteo 5, 38-48). Di non restituire mai il male quando ci danneggiano (Romani 12, 17-21), ma di amarci sempre e fare ciò che è bene.

Anche quando si tratta di amare i nostri cari, il vero impegno per l’altro implica generosità, rinuncia personale, sacrificio, dedizione… e tutto questo, se vogliamo viverlo come lo ha vissuto Cristo, senza misure, significa una quota di sofferenza.

Dobbiamo però rinunciare ai nostri capricci, gusti, interessi personali, spazi e comodità, che non devono essere sempre negativi.

L’amore che impariamo da Cristo mette sempre l’altro prima di noi stessi, ed è disposto a rinunciare a sé per il bene dell’altro.

Questo comporta una quota di mortificazione. Nella cultura attuale, siamo sempre meno abituati a vivere questi atti di generosità.

La mia sofferenza può essere una via di realizzazione

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Detto tutto questo, possiamo comprendere un po’ di più e meglio come la sofferenza vissuta con Cristo sia una via di realizzazione personale.

Attraverso di essa cresciamo nell’amore e facciamo della nostra vita un atto di gloria a Dio, cercando il bene comune, e ovviamente la nostra salvezza.

Con Cristo impariamo che dobbiamo essere protagonisti della nostra sofferenza, rendendola un mezzo per avvicinarci e assomigliare di più a Lui.

Come l’amore, anche la sofferenza è una via per avere un rapporto più intimo con Lui.

Perché è la via con cui dimostriamo la nostra misericordia nei confronti dell’altro in modo unico. In questo modo possiamo comprendere l’affermazione di Sant’Agostino, quando a Pasqua si dice: “O felice colpa, che ha meritato un tale e così grande Redentore!”

È stato necessario il peccato di Adamo, perdonato dalla morte di Cristo.

Qui l’articolo originale pubblicato su Catholic Link.

Tags:
sofferenza
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