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Clelia, la contadina che scrisse su un lenzuolo l’amore per il marito defunto

CLELIA MARCHI

Foto Livi - Archivio dei diari | Facebook

Annalisa Teggi - pubblicato il 02/11/21

La memoria dei defunti è un atto d'amore. Rimasta vedova, Clelia Marchi usò un lenzuolo matrimoniale per raccontare la vita condivisa col marito. Più di 180 righe scritte di notte a mano da una contadina che pativa la mancanza dell'amato.

Oggi è il giorno in cui facciamo memoria dei nostri defunti. La morte impone uno spazio di vuoto e silenzio tra noi e i nostri cari. Ma è proprio la mancanza ad accendere il bisogno di non perdere la storia preziosa che è ogni vita. Il buio è uno sfondo duro e netto, eppure è quello più adatto per distinguere anche piccoli segni di luce. Non è forse vero che ci rendiamo vividamente conto della voce preziosa di un amico, di un nonno, di una madre quando la nostalgia di non averlo accanto ci apre gli occhi su di lui o su di lei?

A Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, c’è l’Archivio Diaristico Nazionale, un vero patrimonio di storie del passato, ma ancora vive. Al suo interno sono conservati circa novemila scritti in cui voci di gente comune raccontano le loro storie. Testi scritti a mano, squarci di vita quotidiana, tra cui si può trovare anche l’impresa eroica di Clelia Marchi. Rimasta vedova all’improvviso nel 1972 decise di mettere al lavoro il suo dolore: scrisse a mano su un lenzuolo matrimoniale del corredo tutta la storia della sua vita insieme all’amatissimo marito Anteo.

Non poteva più condividere il letto con lui, condivise con gli altri tutta l’intima verità dell’affetto che ci fu tra loro.

CLELIA MARCHI, LENZUOLO

Custodire la propria storia

Il lenzuolo di Clelia Marchi è conservato ed esposto in una delle sale dell’Archivio Diaristico, ed è un luogo che vale la pena visitare. Si può dire che sia un’esperienza che insegna un criterio di illuminazione diverso dal solito. Sotto i riflettori – abitualmente – ci stanno persone ed eventi importanti. Ma cosa è poi importante? Lo è ciò che incide davvero sulla realtà e sulle relazioni. Scrivere a mano un diario è incidere una storia, che ha inciso sul vissuto di chi l’ha scritta. Negli scritti di memoria delle persone comuni, nelle storie uniche e minuscole (rispetto alla Storia), noi ci ritroviamo allo specchio.

Nessuna fiction. Eccoci in presa diretta dove pulsa l’umano, tra fatiche, scommesse, affetti, delusioni, errori, paure. E queste voci sono l’antidoto al rischio dell’astrattezza ideologica che ci attanaglia. Ci dicono che le presenze tengono in piedi il mondo.

Novemila storie, acquisite anche digitalmente. La calligrafia minuta e perfetta, gli scatti dell’inchiostro, i disegni, ritagli. Dentro un Paese che ha vissuto la Prima Guerra Mondiale, la Seconda, il ’68, il terrorismo. L’intuizione di Saverio Tutino che ha voluto questi diari in ordine alfabetico, non in ordine di importanza delle storie o dei personaggi che si raccontano, una uguaglianza di vita che l’Archivio Diaristico Nazionale tiene come un valore. Spiega Natalia Gangi, che da oltre trent’anni ne è l’anima e il motore: «Questo luogo è aperto a studiosi, a persone che vogliono capire chi siamo. Alle storie di vita. I diari ci vengono affidati per essere custoditi, ma anche perché possano diventare accessibili».

Da Corriere
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Gnanca una busia (neanche una bugia)

Scrivere la propria storia d’amore su un lenzuolo matrimoniale, questa fu l’intuizione di Clelia Marchi. Che forse non ci ragionò neppure troppo sopra. E ci saranno fior fior di creativi che si mordono le mani per non averci mai pensato.

C’è qualcosa di più intimo di un lenzuolo per parlare dell’amore tra marito e moglie? Forse è pure più spinto di certe scene erotiche e molto trash a cui ci hanno abituato anche nei film in prima serata. Ma il lenzuolo di Clelia non è scabroso, è una lode alla carnalità feconda di un rapporto che ha abitato ogni stanza della casa, e dell’anima.

Non potendo più condividere quel lenzuolo col marito, Clelia decise di usarlo per raccontare il suo matrimonio. E sono tanti gli anziani che confessano di sentire la mancanza del proprio coniuge defunto proprio la sera, al momento di coricarsi.

Il lenzuolo, usato nel letto dove erano stato concepiti otto figli, è diventato un grande foglio bianco da fecondare di parole.

In alto Clelia pose una foto del marito e una del Cuore Immacolato di Gesù, fece un ricamo attorno a entrambe le foto, e sotto si mise a scrivere i suoi ricordi. Oggi noi vediamo 184 righe numerate e fitte di parole senza una correzione.

Clelia Marchi aveva 74 anni quando arrivò a Pieve Santo Stefano da un paesino in provincia di Mantova, Poggio Rusco. Era il 1986, aveva preso il treno per Arezzo, poi la corriera, aveva le trecce attorcigliate ed era vestita a festa. E il suo lenzuolo ce l’aveva sottobraccio, impacchettato. Era nata nel ’12 ed è morta nel 2006, dopo aver perso quattro figli su otto, dopo aver vissuto due guerre mondiali e la miseria. Nel 1972, il marito Anteo, conosciuto a quattordici anni e amato a sedici, morì in un incidente stradale.

Da Il Post

Il dolore improvviso della vedovanza, la mancanza del compagno di una vita sono stati la ferita da cui sono sgorgate parole di memoria, quelle di una voce che – senza titoli accademici o editoriali – diventa autorevole per tutti noi.

Intitolò questo suo racconto Gnanca una busia (per chi voglia leggerlo, è stato pubblicato in forma di libro). Neanche una bugia, dunque. E ci parla di una vita spesa nella fatica e nell’incertezza, nella dedidizione reciproca di un marito e una moglie che hanno camminato assieme per tutto il tempo che è stato loro concesso.

«Care persone Fatene Tesoro Di Questo Lenzuolo Che C’è Un Po’ della Vita Mia»

Rammendare un amore da vedova

«avevamo solo: 25. lire e 25. chili di farina, 3 tovalie vecchie e un po’ di piatti vecchi anche l’oro»

Così cominciò la vita matrimoniale di Clelia e Anteo, poche cose. Si innamorarono che lei era giovanissima, 14 anni, e si sposarono appena ne compì 16. Siamo nel mondo contadino della prima metà del ‘900 in cui una bimba aiutava i suoi genitori nei campi prima di andare a scuola e d’inverno si scaldava i piedi mettendoli negli escrementi caldi delle vacche. Quando l’Amore arrivò in questa trama di vita povera non aveva nulla da invidiare a quello delle principesse. Clelia incontrò Anteo alla macchina del frumento:

una volta che ci sono andata a legare la paglia: non avevo visto chi c’era da l’altra parte della macchina: o chi mi all’ungava il filo di ferro; ò guardato, era un uomo bello, biondo, con gli occhi azzurri (…) dopo .6. mesi è venuto ad abitare proprio dove abitavo io; veniva a lavorare dal mio papà che era gastaldo del padrone: io le davo del voi perchè perchè io ero una bambina di fronte a lui.

Bello e biondo, come nelle favole. S’innamorano e da quel primo incontro nacque presto una famiglia. Clelia e Anteo hanno avuto otto figli, di cui 4 persi ancora piccoli. La vita insieme è spesa da entrambi nel lavoro per arrivare al grande traguardo: comprarsi una casa. Poco dopo esserci riusciti, il marito morì all’improvviso in un incidente.

E di fronte a questo strappo, come ogni brava donna di casa, Clelia sente l’urgenza di rammendare. La scrittura, il bisogno del racconto – quando nasce in modo autentico – non ha la pretesa di spiegare nulla, ma di salvare dal nulla scampoli di bene a cui aggrapparsi.

Fogli bianchi appesi

«(…) ne ò passato di tutti i colori, di ogni erbe un fascino: essere felici non è facile, mi sento molto vecchia, ò vissuto sempre in campagna, là mia vita è stata tanto faticosa; e dura; con mio marito ci siamo tanto amati, sono rimasta vedova quasi all’improvviso, mi sento vuota, finita, inutile, passo le mie giornate a piangere, non l’avrei mai pensato, che dopo .50. anni di matrimonio separarci così; tutte le mie tristezze le scrivo di notte, che poco dormo».

Questo è un passo meraviglioso. Siamo circondati da gente che scrive con la presunzione di dare consigli, offrire visioni cosmiche, puntare il dito e fomentare correnti ideologiche. Clelia Marchi scriveva di notte a mano su un lenzuolo per mettere nero su bianco una memoria di fragilità e fatica, di amore e mancanza.

Ha avuto l’umiltà e la libertà di essere lei stessa un lenzuolo bianco appeso a un filo perché il sole lo illumini e lo asciughi. Asciughi le lacrime e rischiari le ombre dell’anima, soprattutto.

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