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Spiritualità
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L’“apparecchio alla morte” di Benedetto XVI

TOMB

OSSERVATORE ROMANO / AFP

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 02/11/21

Il Papa Emerito «si prepara a morire da numerosi anni» – parola del segretario particolare mons. Georg Gänswein. Proviamo allora a rintracciare negli scritti pubblici degli ultimi lustri qualche traccia della sua “preparazione”.

Esattamente un mese prima della commemorazione annuale di tutti i fedeli defunti, Benedetto XVI spediva alla comunità cistercense di Wilhering (in Austria) la propria lettera di cordoglio per la morte del suo caro amico, il padre Gerhard Bernhard Winkler. 

La lettera di cordoglio per l’amico tra-passato

Rivolgendosi al padre Abate il Papa Emerito scriveva allora: 

Caro padre Abate,
la notizia della morte di padre Gerhard Winkler, che lei mi ha trasmesso, mi ha profondamente toccato. Tra tutti i colleghi e gli amici egli era il più vicino al mio cuore. La sua gioia e la sua fede profonda mi hanno sempre attratto. Adesso egli ha raggiunto l’aldilà, dove sono sicuro che numerosi amici già lo attendono. Spero di poterli raggiungere presto anche io. Nell’attesa, sono unito a lui e alla comunità monastica, quanto è possibile, nella preghiera. 

Con fervidi voti e benedizioni,
suo nel Signore 

Benedetto XVI 

La nostra epoca incredula e disperata è così ignara dell’Evangelo da faticare molto anche nel decifrare un semplice messaggio di cordoglio come questo. “Cor-doglio” significa letteralmente che il cuore fa male, e duole per una separazione di sensi e di affetti, non perché la persona amata sia “precipitata nel nulla” e “non ci sia più”. Il giornale tedesco Das Bild ha invece ritenuto sensato interpellare il segretario particolare di Benedetto XVI, mons. Georg Gänswein, per decrittare quelle frasi che a una lettura secolare erano parse tradire se non una “volontà di morte” da parte del Papa Emerito perlomeno la perdita della gioia di vivere. L’Arcivescovo titolare ha così risposto: 

L’arte di morire fa parte della vita cristiana. Il Papa Emerito vi si dedica da numerosi anni, eppure è assolutamente pieno di gioia di vivere. È stabile, nella sua debolezza fisica, lucido nel pensiero e dotato del suo humour tipicamente bavarese. La lettera veniva dal cuore ma non significa che Benedetto XVI non abbia alcun desiderio di vivere, al contrario. 

Nel sorriso di un ultranovantenne che guarda la morte e l’attende con pazienza e speranza brilla un barlume del risus paschalis del Risorto, ed è naturale che il mondo non veda se non la superficie di questo paradosso: a confronto dell’incrollabile gioia di quel vegliardo, l’euforia delle masse che fuggono come la peste il pensiero della morte (e nel frattempo vivono in modo da correrle incontro) appare per quello stordito di-vertimento che è. 

«Ci si può preparare alla morte?»

Le notizie che mons. Gänswein dà, in senso stretto, sono appena quelle sull’attuale stato di salute del Papa Emerito: è fisicamente debole ma stabile, lucido di mente e intatto nell’ilarità. Che invece si dedichi «da anni» all’arte del morire non è un segreto, se non altro perché ne aveva parlato apertamente cinque anni fa, quando uscirono le Ultime conversazioni con Peter Seewald. Lì il giornalista tedesco chiedeva espressamente: «Ci si può preparare alla morte?». E la risposta fu: 

Anzi, bisogna prepararcisi, penso. Non nel senso che uno adesso si metta a compiere certi precisi atti, ma che internamente, mentre vive, tiene presente di dover sostenere un ultimo esame davanti a Dio. Di star per uscire da questo mondo e di doversi trovare davanti a Lui e di fronte ai santi, e di fronte agli amici e a quanti amici non sono. Diciamo che si accoglie e si accetta la finitudine di questa vita e che internamente ci si dispone a giungere davanti al volto di Dio. 

Benedikt XVI e Peter Seewald, Letzte Gespräche, München 2016, p. 271

«E lei – replicò il giornalista – come lo fa?». Benedetto rispose: 

Semplicemente nella mia meditazione: torno sempre a pensarci, al fatto che si va verso la fine. Cerco sempre di predisponici e, soprattutto, di restare presente. La cosa importante comunque non è che io mi immagini tutto questo, ma che viva nella coscienza che tutta la vita si raccoglie verso un incontro. 

Ibid

La teatralità spirituale di sant’Alfonso

A rileggere queste parole dopo qualche anno, incrociandole con le dichiarazioni di mons. Gänswein, si potrebbe muovere un’osservazione: la pratica del prepararsi alla morte (“sich auf den Tod vorbereiten” è l’espressione originale usata da Seewald nella domanda) evocata – più che descritta – da Benedetto XVI non sembra ricalcare pienamente i grandi “apparecchi alla morte” (in tedesco “Vorbereitungen zum Tode”) che la letteratura ascetica ci ha consegnato. Si pensi ad esempio alla prima memorabile pagina dell’Apparecchio alla morte di sant’Alfonso Maria de’ Liguori: 

Considera che sei terra, ed in terra hai da ritornare. Ha da venire un giorno che hai da morire e da trovarti a marcire in una fossa, dove sarai coperto da’ vermi. […] 

Immaginati di veder una persona, da cui poco fa sia spirata l’anima. Mira in quel cadavere, che ancora sta sul letto, il capo caduto sul petto: i capelli scarmigliati ed ancor bagnati dal sudore della morte: gli occhi incavati, le guance smunte, la faccia in color di cenere, la lingua e le labbra in color di ferro, il corpo freddo e pesante. Chi lo vede s’impallidisce e trema. Quanti alla vista di un parente o amico defunto hanno mutato vita e lasciato il mondo [intende “la mondanità”, N.d.R.]! 

Maggior orrore dà poi il cadavere, quando principia a marcire. non saranno passate ancora 24 ore ch’è mor|to quel giovane, e la puzza si fa sentire. Bisogna aprir le finestre e bruciar molto incenso, anzi procurare che presto si mandi alla chiesa, e si metta sotto terra, acciocché non ammorbi tutta la casa. […] 

Ecco dove è arrivato quel superbo, quel disonesto! Prima accolto e desiderato nelle conversazioni, ora diventato l’orrore e l’abbominio di chi lo vede. Ond’è che s’affrettano i parenti a farlo cacciar di casa, e si pagano i facchini, acciocché chiuso in una cassa lo portino a buttarlo in una sepoltura. […] 

Alfonso Maria de’ Liguori, Apparecchio alla morte, Cinisello Balsamo 1986, pp. 37-38 

Teatralità di gusto napoletano, si direbbe (del resto mons. Forte, napoletano, definisce correntemente sant’Alfonso “il più napoletano dei santi e il più santo dei napoletani”): ad ogni modo un po’ distante dal gusto contemporaneo. Nelle forme, perché invece quanto ai contenuti tutte le trentasei considerazioni di cui si compone l’opuscolo mirano precisamente a procurare quel “tener-desta-la-coscienza” di cui parlava Benedetto XVI all’amico giornalista. Cinque anni prima delle Ultime conversazioni con Seewald – e dunque poco più di dieci anni fa – l’ancora regnante papa Benedetto diceva in Piazza San Pietro, durante una catechesi dedicata a Sant’Alfonso: 

Inoltre, sant’Alfonso afferma che la devozione a Maria ci sarà di grande conforto nel momento della nostra morte. Egli era convinto che la meditazione sul nostro destino eterno, sulla nostra chiamata a partecipare per sempre alla beatitudine di Dio, come pure sulla tragica possibilità della dannazione, contribuisce a vivere con serenità ed impegno, e ad affrontare la realtà della morte conservando sempre piena fiducia nella bontà di Dio. 

Benedetto XVI, Udienza generale del 30 marzo 2011

«Alcuni semplici pensieri sulla realtà della morte»

Pochi mesi dopo, e anzi esattamente dieci anni fa oggi, il Papa condivise «alcuni semplici pensieri sulla realtà della morte, che per noi cristiani è illuminata dalla Risurrezione di Cristo». Disse fra l’altro in quella circostanza: 

Da sempre l’uomo si è preoccupato dei suoi morti e ha cercato di dare loro una sorta di seconda vita attraverso l’attenzione, la cura, l’affetto. In un certo modo si vuole conservare la loro esperienza di vita; e, paradossalmente, come essi hanno vissuto, che cosa hanno amato, che cosa hanno temuto, che cosa hanno sperato e che cosa hanno detestato, noi lo sco­priamo proprio dalle tombe, davanti alle quali si affollano ricordi. Esse sono quasi uno specchio del loro mondo.

Perché è così? Perché, nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi, riguarda l’uomo di ogni tempo e di ogni spazio. E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità.

Ma ci chiediamo: perché proviamo timore davanti alla morte? Perché l’umanità, in una sua larga parte, mai si è rassegnata a credere che al di là di essa non vi sia semplicemente il nulla? Direi che le risposte sono molteplici: abbiamo timore davanti alla morte perché abbiamo paura del nulla, di questo partire verso qualcosa che non conosciamo, che ci è igno­to. E allora c’è in noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza, venga improvvisamente cancellato, cada nell’abisso del nulla. Soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento.

Ancora, abbiamo timore davanti alla morte perché, quando ci troviamo verso la fine dell’esistenza, c’è la percezione che vi sia un giudizio sulle nostre azioni, su come abbiamo condotto la nostra vita, soprattutto su quei punti d’ombra che, con abilità, sappiamo spesso rimuovere o tentiamo di rimuovere dalla nostra coscienza. Direi che proprio la questione del giudizio è spesso sottesa alla cura dell’uomo di tutti i tempi per i defunti, all’attenzione verso le persone che sono state significative per lui e che non gli sono più accanto nel cammino della vita terrena. In un certo senso i gesti di affetto, di amore che circondano il defunto, sono un modo per proteggerlo nella convinzione che essi non rimangano senza effetto sul giudizio. Questo lo possiamo cogliere nella maggior parte delle culture che caratterizzano la storia dell’uomo.

Oggi il mondo è diventato, almeno apparentemente, molto più razionale, o meglio, si è diffusa la tendenza a pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i criteri della scienza sperimentale, e che anche alla grande questione della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche. Non ci si rende sufficientemente conto, però, che proprio in questo modo si è finiti per cadere in forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche contatto con il mondo al di là della morte, quasi immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, è sarebbe una copia di quella presente.

Cari amici, la solennità di tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci dicono che solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può an­che vivere una vita a partire dalla speranza. Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata. L’uomo è spiegabile solamente se c’è un Amore che superi ogni isolamento, anche quello della morte, in una totalità che trascenda anche lo spazio e il tempo. L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio. E noi sappiamo che Dio è uscito dalla sua lontananza e si è fatto vicino, è entrato nella nostra vita e ci dice: «Io so­no la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno» (Gv 11,25-26).

Pensiamo un momento alla scena del Calvario e riascoltiamo le parole che Gesù, dall’alto della Croce, rivolge al malfattore crocifisso alla sua destra: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). Pensiamo ai due discepoli sulla strada di Emmaus, quando, dopo aver percorso un tratto di strada con Gesù Risorto, lo riconoscono e partono senza indugio verso Gerusalemme per annunciare la Risurrezione del Signore (cfr Lc 24,13-35). Alla mente ritornano con rinnovata chiarezza le parole del Maestro: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no non vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”?» (Gv 14,1-2). Dio si è veramente mostrato, è diventato accessibile, ha tanto amato il mondo «da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16), e nel supremo atto di amore della Croce, immergendosi nell’abisso della morte, l’ha vinta, è risorto ed ha aperto anche a noi le porte dell’eternità. Cristo ci sostiene attraverso la notte della morte che Egli stesso ha at­traversato; è il Buon Pastore, alla cui guida ci si può affidare sen­za alcuna paura, poiché Egli conosce bene la strada, anche attra­verso l’oscurità.

Benedetto XVI, Udienza generale del 2 novembre 2011

Agostino “compagno di vita”… e di morte 

Fin qui la lucida ragione teologica di papa Ratzinger, che da decenni conosciamo e amiamo. Proprio per l’usata consuetudine con le sue pagine, tuttavia, non possiamo trattenerci dal pensare che i sentimenti più profondi di Benedetto XVI, in merito al proprio “apparecchio alla morte” gli vengano dal ricordo del trapasso di sant’Agostino, e dal confronto con esso. Già nel 2008 egli volle dedicare un’apposita catechesi alle ambasce pubbliche e private che affollarono la vita del grande vescovo di Ippona: 

Intanto [durante l’assedio dei Vandali, N.d.R.] la città di Ippona resisteva. La casa-monastero di Agostino aveva aperto le sue porte ad accogliere i colleghi nell’episcopato che chiedevano ospitalità. Tra questi vi era anche Possidio, già suo discepolo, il quale poté così lasciarci la testimonianza diretta di quegli ultimi, drammatici giorni. «Nel terzo mese di quell’assedio – egli racconta – si pose a letto con la febbre: era l’ultima sua malattia» (Vita 29,3). Il santo Vegliardo profittò di quel tempo finalmente libero per dedicarsi con più intensità alla preghiera. Era solito affermare che nessuno, Vescovo, religioso o laico, per quanto irreprensibile possa sembrare la sua condotta, può affrontare la morte senza un’adeguata penitenza. Per questo egli continuamente ripeteva tra le lacrime i Salmi penitenziali, che tante volte aveva recitato con il popolo (cfr ibid., 31,2).

Più il male si aggravava, più il Vescovo morente sentiva il bisogno di solitudine e di preghiera: «Per non essere disturbato da nessuno nel suo raccoglimento, circa dieci giorni prima d’uscire dal corpo pregò noi presenti di non lasciar entrare nessuno nella sua camera fuori delle ore in cui i medici venivano a visitarlo o quando gli si portavano i pasti. Il suo volere fu adempiuto esattamente e in tutto quel tempo egli attendeva all’orazione» (ibid., 31,3). Cessò di vivere il 28 agosto del 430: il suo grande cuore finalmente si era placato in Dio.

«Per la deposizione del suo corpo – informa Possidio – fu offerto a Dio il sacrificio, al quale noi assistemmo, e poi fu sepolto» (Vita 31,5).

Benedetto XVI, Udienza generale del 16 gennaio 2008

Quella catechesi cominciò dal racconto di quando, il 26 settembre 426, Agostino raccolse il popolo nella Basilica della Pace per designare il proprio successore: 

Disse: «In questa vita siamo tutti mortali, ma l’ultimo giorno di questa vita è per ogni individuo sempre incerto. Tuttavia nell’infanzia si spera di giungere all’adolescenza; nell’adolescenza alla giovinezza; nella giovinezza all’età adulta; nell’età adulta all’età matura; nell’età matura alla vecchiaia. Non si è sicuri di giungervi, ma si spera. La vecchiaia, al contrario, non ha davanti a sé alcun altro periodo da poter sperare; la sua stessa durata è incerta… Io per volontà di Dio giunsi in questa città nel vigore della mia vita; ma ora la mia giovinezza è passata e io sono ormai vecchio» (Ep. 213,1). A questo punto Agostino fece il nome del successore designato, il prete Eraclio. L’assemblea scoppiò in un applauso di approvazione ripetendo per ventitré volte: «Sia ringraziato Dio! Sia lodato Cristo!». Con altre acclamazioni i fedeli approvarono, inoltre, quanto Agostino disse poi circa i propositi per il suo futuro: voleva dedicare gli anni che gli restavano a un più intenso studio delle Sacre Scritture (cfr Ep. 213,6).

Ibid

Certo fa impressione rileggere questo passaggio dopo tutto quanto è accaduto nella Chiesa da allora, soprattutto a partire dal 2013: è difficile non domandarsi se già nel 2008 Benedetto XVI non si sentisse “assediato dai Vandali” nella/della Curia (ovvero nei suoi segmenti più corrotti); e chissà quali potevano essere i suoi pensieri – ove già non soppesasse l’eventualità di lasciare il pontificato – al considerare le disposizioni dell’antico amico e maestro e modello africano. 

Verosimilmente c’è più di un’eco di quella vicenda, nelle parole dell’ultima udienza generale di Benedetto XVI: 

Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro.

Benedetto XVI, Udienza generale del 27 febbraio 2013

In quella circostanza si richiamò a san Benedetto, ma è noto che il monachesimo fu la prima (e ultima?) aspirazione anche dell’amico Agostino, e c’è un passaggio in particolare nel quale è arduo discernere se e quanto papa Benedetto stesse raccontando i fatti e le disposizioni d’animo di Agostino o piuttosto stesse vaticinando i proprî casi: 

Anche se vecchio e stanco, Agostino restò tuttavia sulla breccia, confortando se stesso e gli altri con la preghiera e con la meditazione sui misteriosi disegni della Provvidenza. Parlava, al riguardo, della «vecchiaia del mondo» – e davvero era vecchio questo mondo romano –, parlava di questa vecchiaia come già aveva fatto anni prima per consolare i profughi provenienti dall’Italia, quando nel 410 i Goti di Alarico avevano invaso la città di Roma. Nella vecchiaia, diceva, i malanni abbondano: tosse, catarro, cisposità, ansietà, sfinimento. Ma se il mondo invecchia, Cristo è perpetuamente giovane. E allora l’invito: «Non rifiutare di ringiovanire unito a Cristo, anche nel mondo vecchio. Egli ti dice: Non temere, la tua gioventù si rinnoverà come quella dell’aquila» (cfr Sermoni 81,8).

Benedetto XVI, Udienza generale del 16 gennaio 2008

Così – sembrerebbe – si apparecchia alla morte Benedetto XVI: come e con Agostino, Alfonso, Benedetto… e tutti i santi. 

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