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Un libro con 72 storie di Covid per tornare a respirare senza dimenticare

sun ok | Shutterstock

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 29/10/21

Lo storico vaticanista Luigi Accattoli ha curato col collega Ciro Fusco un opuscolo che raccoglie «settantadue storie italiane di morte e risurrezione nella stagione del Covid-19». Ma chi vuole ancora sentir parlare di pandemia? E allora perché ostinarsi a scriverne?

C’è una blogger torinese (forse la decana della blogosfera cattolica italiana) che ha più volte detto e scritto di stare scrupolosamente tenendo – già dalla Candelora del 2020! – un “diario della pandemia”: a quanti le chiedevano donde avesse tratto un’idea tanto bizzarra rispondeva di non essere affatto l’unica, e che anzi in Nordamerica il genere si diffondeva significativamente. 

È un blogger da meno tempo di lei, ma da decenni prima che l’altra nascesse Luigi Accattoli è in prima fila (talvolta anche in trincea) tra quanti osservano, documentano, commentano fatti di Chiesa – e dintorni. “Fatti di Vangelo”, ama piuttosto dire Accattoli (forse il decano del vaticanismo italiano), che dal 1995 ha pubblicato ben tre libri intitolati “Cerco fatti di Vangelo”, nei quali ha compendiato numerose storie di gente più o meno comune e sempre decisamente straordinaria. 

Raccogliere “fatti di Vangelo in pandemia”…

Con l’ausilio del blog (e dei profili social), l’esperto vaticanista si è dotato di strumenti socialmente assai pervasivi per gettare le reti tra le storie delle persone, e questo lo ha portato a leggere e conoscere centinaia e migliaia di storie umane. «Lo storico – è l’arcinota affermazione di Marc Bloch – è come l’orco delle fiabe: va dove sente odore di uomo». E se, in teoria, il giornalista è lo storico del presente, Accattoli è uno che a più di un titolo merita questo titolo. 

Già nel 2000 pubblicava, sotto il titolo di “Nuovi martiri”, «393 storie cristiane nell’Italia di oggi», e ancora nel 2019, ossia negli ultimi mesi della nostra epoca ignari della pandemia, sfruttava il genere delle centurie con le “100+10 parabole di papa Francesco” (C’era un vecchio gesuita “furbaccione”). Che cosa avrà fatto, nell’anno della pandemia, e come l’avrà impiegato? La risposta è svelata proprio in questi giorni in cui l’editrice trentino ViTrenD pubblica “Fatti di Vangelo in pandemia”, titolo nel quale si prolunga il sodalizio intellettuale col collega Ciro Fusco (scrisse con lui le “100+10 parabole”…). Nell’ultima pagina del libro, chiudendo la sua postfazione, il giornalista partenopeo scriveva: 

Nel 2019, un anno prima dello scoppio della pandemia, in un discorso rivolto il 9 maggio alla diocesi di Roma, Papa Francesco invitava a «esercitare uno sguardo contemplativo sulla vita delle persone»: «Cerchiamo di raccogliere – suggeriva il Papa – storie di vita. Storie di vita esemplari, significative di quello che vive la maggioranza delle persone». E l’8 giugno 2021, intervenendo alla cerimonia per l’anno accademico 2020-2021 dell’Università degli Studi di Milano, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella esortava a «mantenere alta l’attenzione su quanto è avvenuto, perché quando l’emergenza sarà alle nostre spalle sarà bene non pensare di rimuoverla dal ricordo, sarà bene tenerla sempre presente per comprendere quel che è avvenuto e per ricavarne alcuni criteri di comportamento». 

Confidiamo, con questo lavoro, di aver dato un piccolo contributo in risposta alla sollecitazione ecclesiale e a quella civile. 

Luigi Accattoli e Ciro Fusco, Fatti di Vangelo in pandemia, Trento 2021, 180 

Se l’attitudine di papa Francesco rimanda facilmente alla sua formazione ignaziana (non per nulla è un “gesuita furbaccione”…), incline a «cercare e trovare Dio in tutte le cose», soprattutto nella vita delle persone, le parole di Mattarella ricordano quelle dell’allora generale (e futuro Presidente anch’egli) Dwight D. Eisenhower, il quale irrompendo in Auschwitz ordinò che si producesse 

il massimo della documentazione possibile – registrazioni filmate, fotografie, testimonianze – perché arriverà un giorno in cui qualche idiota si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo.

…ma chi vuole ancora sentir parlare di Covid?

Il pensiero vola a quanti, dopo quasi due anni di pandemia e più di 130mila vittime nella sola Italia, senza neppure aspettare che ne siamo veramente usciti, ancora e già vaneggiano di “semplice influenza” e insultano insieme la memoria dei morti, quella dei sopravvissuti e quella di quanti si sono prodigati nella cura di questi e quelli (non di rado finendo a loro volta in uno dei due gruppi). Vola ai complottisti e ai negazionisti, il pensiero, ma non può fermarsi lì, perché c’è una domanda che in tutta onestà chiunque – dall’editore in giù – deve porsi e si è posto: la gente avrà ancora voglia, adesso, di sentir parlare di Covid? 

Diciotto mesi fa sì, eravamo carichi e volenterosi: “andrà tutto bene”, “ne usciremo migliori”, “siete i nostri eroi” e molti altri slogan ci eccitavano nel tenere duro e nell’andare avanti. Ora si ha da più parti l’impressione che il sentiment collettivo sia piuttosto espresso dall’anelito a “tornare alla normalità”, ossia a “come prima”. Sembrano dimenticati i buoni propositi e dimenticata – quel che è peggio – la voce profetica di chi, come il Papa, ha ricordato: 

da una crisi non si può uscire uguali – o usciamo migliori, o usciamo peggiori. Questa è la nostra opzione.

Papa Francesco, Udienza generale del 26 agosto 2020

Qualcuno ha trovato parlante, in tal senso, il successo di critica e di pubblico di Musica leggerissima dal Festival di Sanremo 2021 in qua: sembrerebbe che in molti non chiedano altro se non 

un po’ di musica leggera, perché ho voglia di niente…
anzi, leggerissima! Parole senza mistero: allegre ma non troppo. 

Che posto c’è, allora, per un libro che raccoglie ben settantadue storie di Vangelo raccolte nell’anno della pandemia? 

Se di pestilenze e di epidemie del passato sappiamo molto, da Tucidide in poi, è perché si è sempre ritenuto opportuno, da parte di cronisti e letterati, tramandare alle generazioni successive quanto era successo per non dimenticare. 

Ivi, 175 

L’osservazione di Fusco è solida e importante, ma non risponde alla domanda: va bene fornire materiale agli storici di domani, ma perché oggi un editore dovrebbe stampare un libro che la saturazione del mercato rischia di mandare al macero in blocco? Forse l’editore avrà pensato che il suo mestiere non guarda solo “al mercato”, ma al suo sostrato umano, che è il pubblico, e lo guarda prima e più col desiderio di informarlo e di formarlo che con quello (pure lecito e giusto) di trarne degli utili d’impresa. A fronte di questa contropartita ideale il rischio editoriale gli sarà dunque parso accettabile: 

La migliore reazione ai mali della pandemia – scrive infatti Accattoli nella Prefazione – è nella memoria del bene di cui è stata occasione e tra questo bene l’esperienza così frequente dell’affidamento e dell’appello alla conversione forse è la prima da tenere a mente. In tanto buio, con essa torna a brillare la scintilla dell’umano. Cioè del divino. 

Ivi, XVII 

Il (modesto) senso teologico di chi scrive pizzica sempre, quando incappa in così strette equazioni tra umano e divino, tra natura e grazia, ma scorrendo le pagine (di questo come di altri libri di Accattoli, del resto) si capisce che l’intento è meno quello di appiattire la profezia evangelica che quello di raccogliere tra i “fatti di Vangelo” anche quelli di “cristianesimo anonimo”. Nonostante tutte le riserve che si possono avere sull’approccio rahneriano, e ferme restando tutte le attenzioni che per primo il Gesuita tedesco ebbe in merito, il senso dell’operazione di Accattoli e Fusco trova limpida didascalia nell’intervista di mons. Antonio Napolioni a Vatican News (riportata nella storia nº 8): 

Il messaggio positivo di questa esperienza […] è quello di vedere una generazione di giovani medici e sanitari che si dedicano totalmente a questa emergenza. Nel loro servizio possiamo riscoprire la presenza del Signore, molto più potente, fedele e capillare delle forme a cui noi siamo abituati. Al di là delle forme della tradizione, c’è il mistero reale e presente del Cristo incarnato. E quindi chi si prende cura dei fratelli è Cristo che si prende cura di Cristo. Questo è il vero nome di tutto ciò che accade. E questo conferisce senso all’attesa, alla pazienza e anche al dolore. 

Ivi, 17 

Viene alla mente un’evidenza: il primo manifesto di “cristianesimo anonimo” (ossia di “fatti di Vangelo” non-cristiani) è esposto da Gesù nella parabola detta “del buon Samaritano”. Di quella cura, appunto, un Vescovo cattolico si è stupito tanto – e con uno sguardo tanto contemplativo – da giungere a vedere l’intero teatro pandemico come «Cristo che si prende cura di Cristo». Vividissima concrezione della dottrina origeniana del “Christus totus” e di quella agostiniana del “corpus permixtum”! E chi oserà dire che ciò non sia sufficientemente cristiano? 

La profezia e la conversione ai tempi del Covid

Un’altra questione, connessa a questa, si presenta nel succedersi delle pagine e delle storie, ed è quella di una profezia ecclesiale che chiami a conversione

Ma c’è stata – da parte della comunità cattolica italiana e fatta salva la voce del Papa – una vera parola di profezia e di conversione in questa ormai lunga stagione del Covid? 

Ivi, XV 

La domanda di Accattoli non giunge solitaria, e difatti il giornalista richiama alcune eccellenti risposte, salvo poi discostarsene alquanto: 

Saggisti sperimentati come Andrea Riccardi (La Chiesa brucia, Laterza 2021) e come Giuseppe De Rita (Il gregge smarrito, Rubbettino 2021) sostengono che quella parola è mancata e si è avuto piuttosto un silenzio comunitario e una comunitaria mancata profezia. Anche tra gli uomini di Chiesa è frequente la denuncia di tale “afasia” […]. 

Noi – autori di un’antologia di storie di vita – non ci sentiamo autorizzati a tirare un bilancio, ma dal nostro punto di osservazione azzardiamo una parola di maggiore fiducia: forse a quello che è mancato, se è mancato, nella voce della Ecclesia docens ha in parte supplito la testimonianza data in vita e in morte dall’insieme dei singoli credenti. 

Ibid

I redattori di queste settantadue storie non hanno mai temuto di annoverarsi – per formazione e per indole spirituale – tra i “cattolici liberali”, ma non per questo possono contarsi fra quanti confondono carismi e ruoli di chierici e laici: lo protestano con evidenza le storie stesse, già fin dalla seconda, quella dell’infermiera Elisa Da Re – che sognava di «lavorare in Africa» e che non ha potuto esitare quando ha visto che con la pandemia «l’Africa arrivava qui». 

In quel momento – l’Infermiera racconta dei travagli di corsia e del discernimento medico, talvolta tormentoso da esercitare – qualcosa è cambiato, facendomi passare dalla solitudine alla condivisione. Mi sono lasciata accompagnare da quest’esperienza per tutto il Triduo pasquale. Ho riflettuto sulla lavanda dei piedi, sul gesto di mettersi al servizio anche nella difficoltà, ma allo stesso tempo di accettare che i miei piedi, le mie debolezze, siano lavati da Qualcun altro, che forse Cristo a volte bussa alla porta nelle veci di Roby [un giovane infermiere, N.d.R.]. Ho contemplato la Croce per ore, sempre pensando a Mario [un paziente, N.d.R.], il mio Cristo in questi giorni. Mi sono lasciata cullare dall’immagine di Maria ai piedi della Croce, sentendola così vicina. 

Ivi, 4 

E chi avrebbe scommesso di trovare questi pensieri nella mente di una giovane specializzanda in chirurgia generale? Sarebbero degni di una brava novizia, di un devoto sacerdote, eppure non esprimono né la vocazione religiosa né quella presbiterale, bensì la nuda dignità di quanti nel battesimo sono morti con Cristo e di Cristo si sono rivestiti. Ovunque siano e qualunque cosa facciano. Non è profezia questa? Non chiama tutti a conversione

Ad Accattoli abbiamo poi potuto rivolgere un paio di domande che la lettura del libro ci aveva suscitato. La prima sul numero delle settantadue storie, che ci sembrava inequivocabilmente scelto in riferimento ai discepoli mandati in missione due a due di cui narra Lc 10: 

Non c’è riferimento ai settantadue discepoli, ma non ci dispiace che quel richiamo possa nascere nel lettore: di fatto anche le nostre storie ora vanno in missione. In partenza dovevano essere cento, le abbiamo ridotte a settanta su richiesta dell’editore. Ma per quando avevamo completato la lavorazione ne erano arrivate altre due che ci sono parse importanti e le abbiamo aggiunte senza scartare quelle già lavorate.

Tutta una vita a meditare sulla morte 

E c’era poi, sempre nella Prefazione, un’espressione assai poetica e vigorosa che ci ha molto colpiti. In un passaggio che suona così: 

Con quei messaggi ammoniscono tutti noi a portarci all’altezza della nostra morte quando immaginiamo di poter dire qualcosa su questa pandemia, che ha già fatto quattro milioni di morti nel mondo. I tempi di grande prova sono a volte tempi di grande acquisto. 

Ivi, 15

Quel “portarci all’altezza della nostra morte” – dicevamo – ci era sembrato un motto dal conio quanto mai intenso, e ne abbiamo chiesto conto all’autore. Il quale così ha risposto: 

“Portarsi all’altezza della morte” è un’espressione coniata da me nelle notti insonni della polmonite. Mi sono detto con una lucidità inaspettata: «Ecco, ora sono a faccia a faccia con la morte». Vedevo le lettighe funerarie passare per il corridoio, oltre la parete a vetri e consideravo che in quella lettiga all’indomani potevo esserci io. Quando mi sono chiesto come stringere quel sentimento in cinque parole, mi è venuta quell’espressione che mi è parsa buona.

Se l’espressione ci aveva intrigati, la risposta alla domanda ci ha riportati alle pagine di un altro libro di Accattoli, scritto nel 1987 – anno in cui il Giornalista vide morire una cognata che era per lui una sorellina e nascere un figlio – e pubblicato l’anno dopo: 

Quando è morta Letizia – scriveva l’allora quarantacinquenne Vaticanista – ho pensato che Dio non ci fosse. È stata la prima volta. Perché non è toccato a me che penso sempre alla morte? Lei non ne sapeva nulla. […] C’è chi ha perso la fede a motivo di Auschwitz o di Hiroshima. Io non faccio conto della crudeltà degli uomini, che sono cattivi. È quella di Dio che mi toglie il respiro. 

Luigi Accattoli, La speranza di non morire, Cinisello Balsamo 1988, 13 

Era un libretto diversissimo da questo scritto a quattro mani con Fusco, e anzi a centoquarantotto mani almeno, ma quel tratto intensamente meditativo – quel “portarsi all’altezza della nostra morte” – rimanda a quel medesimo uomo che fin da giovane ha pensato sempre alla morte. Quell’uomo aveva parlato di “crudeltà di Dio” per la morte della “sola” cognata, specificando che lo choc gli “toglieva il respiro”… e quando una pandemia gli stava letteralmente facendo collassare i polmoni – come simultaneamente stava facendo con milioni di altri uomini – la sua riflessione si è volta a “fatti di Vangelo”, come in un’ostinata rincorsa delle tracce del Risorto sul pelo dell’acqua. 

Il fatto è che la speranza – quella di cui parlava il libro del 1988, la “Grande Speranza” a cui Benedetto XVI avrebbe dedicato un’enciclica – cresce nel tempo dell’uomo alimentata dallo Spirito, e si fa tanto più tenace quanto meno può apparire netta: per questo ad autori che vivono tanto a lungo e tanto intensamente si addirebbe l’esercizio intellettuale e spirituale delle Retractationes (in senso agostiniano) degli opera omnia. Se nessuno può compiere in loro vece questa “seconda navigazione”, i lettori dei settantadue “fatti di Vangelo in pandemia” potranno però forse ritrovare – mitigata da una canizie ben portata – l’inquietudine di cui all’epoca si leggeva: 

[…] Il mondo moderno tende a fare sua l’eredità del cristianesimo, riducendola alla sua valenza umanistica, facendo uno spazio alle Chiesa, in quanto portatrici di essa e ritenendo di non avere più nulla da temere dal loro messaggio escatologico. Le Chiese annunciano la fine del mondo e danno delle indicazioni sui modi di attenderla. Il mondo non vuol sapere nulla della sua fine, ma è interessato a quelle indicazioni che ritiene socialmente utili. 

Ivi, 93 

Ostinata speranza • smisurata preghiera

Questa pagina, scritta nel 1987, sembrerebbe sintetizzare la rassegna stampa di molte testate all’indomani del 27 marzo 2020, cioè il giorno dopo la smisurata preghiera di papa Francesco per la fine della pandemia: preghiera a Dio per impetrare il termine del flagello (presente il Crocifisso di San Marcello, già testimone di altre pestilenze); invito alla conversione per la Chiesa smarrita nella tempesta; annuncio profetico per un’umanità che s’illude di vivere sana in un mondo malato. 

Tutto questo scuote il mondo, forse perfino la Chiesa (benché non sempre sia dato di vederne i frutti)… e Dio? Di ciò sembrano dare testimonianza le settantadue storie discepolari: 

Oggi nessuno crede più che la storia dipenda dalla volontà di Dio. E che la preghiera possa e debba esser tanto audace da muovere, o modificare quella volontà. Ma se non si crede questo, non si crede a nulla.

Ivi, 94
Luigi Accattoli • Ciro Fusco, Fatti di Vangelo in pandemia. Settantadue storie italiane di morte e risurrezione nella stagione del Covid-19, Vita Trentina 2021
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