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Se Gesù tornasse oggi? Pochi lo prenderebbero sul serio

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 25/10/21 - aggiornato il 25/10/21

Nel nuovo libro di padre Enzo Fortunato una interessante riflessione, attraverso storia e letteratura, a tratti provocatoria, per rispondere alla domanda: "Se Cristo tornasse oggi sulla Terra?"

Se Cristo tornasse oggi? Ecco la domanda a cui ha provato a rispondere padre Enzo Fortunato. La domanda al cuore del Cristianesimo, del nostro vivere, del nostro amore, del nostro agire. 

L’autore ci propone una riflessione profonda, attraverso storia e letteratura nel suo nuovo libro “E se tornasse Gesù?” (Edizioni San Paolo).

Un’idiota da osservare 

Padre Fortunato cita la risposta del Gianfranco Ravasi: «Se Cristo tornasse tra noi, la gente non lo metterebbe più in croce. Lo inviterebbe a cena, lo ascolterebbe e gli riderebbe dietro le spalle». Oggi, dice il cardinal Ravasi, Gesù sarebbe semplicemente associato a qualcuno di ridicolo, a un idiota da osservare, se va bene, con compassione.

CARDINAL GIANFRANCO RAVASI
Il cardinale Ravasi.

Un segno ridicolo

Molti ricordano un colloquio del 1977 di Paolo VI con Jean Guitton. Il papa, riproponendo la stessa domanda del Vangelo di Luca, si interroga sul senso della fede nella contemporaneità e sui rischi cui il nostro tempo la espone. Uno dei rischi è proprio quello ricordato da Ravasi: la fede scompare perché il segno di contraddizione è diventato un segno ridicolo. Ecco un modo per disinnescare la forza delle parole di Gesù.

Un segno ridicolo

Molti ricordano un colloquio del 1977 di Paolo VI con Jean Guitton. Il papa, riproponendo la stessa domanda del Vangelo di Luca, si interroga sul senso della fede nella contemporaneità e sui rischi cui il nostro tempo la espone. Uno dei rischi è proprio quello ricordato da Ravasi: la fede scompare perché il segno di contraddizione è diventato un segno ridicolo. Ecco un modo per disinnescare la forza delle parole di Gesù.

Una indifferenza inerte

Aveva pensato Carlo Michelstaedter ne “La persuasione e la retorica”: «Se Cristo tornasse oggi non troverebbe la croce ma il ben peggiore calvario di un’indifferenza inerte e curiosa da parte della folla ora tutta borghese e sufficiente e sapiente – e avrebbe la soddisfazione di essere un bel caso per frenologi e un gradito ospite dei manicomi». Insomma, un esaltato da rinchiudere.

L’autografo

Oppure Gesù potrebbe essere accolto come una specie di attore a cui tributare applausi e da cui mendicare condiscendenza. Scrive Lev Tolstoj: «Se Cristo venisse e desse alle stampe il Vangelo, le signore gli chiederebbero l’autografo, e niente più».

Lev Tolstoj.

Spie della Questura e provocatori 

Qualcosa di simile accade nel Cristo torna sulla terra di Ennio Flaiano:

«Cristo torna sulla terra e viene assalito dai fotografi e dai cacciatori di autografi. Tra costoro si mischiano spie della Questura, provocatori, ruffiani, agenti del fisco, maniaci sessuali, giornalisti, le solite prostitute, un comitato internazionale e alcuni sindacalisti. Nonché sociologi, psicologi, strutturalisti e cibernetici, che accompagnano biologi, fisici e attori del cinema. La televisione trasmette le scene dei vari incontri. Pregato di fare alcune dichiarazioni sulla stampa, Gesù dice: “Chi ha orecchie per udire, oda; occhi per vedere, veda”. Gli chiedono se si tratterrà per molto: “Il tempo di essere rimesso in croce o di morire di freddo”. E aggiunge: “E adesso chi mi ama ancora mi segua”».

Cristo a Siviglia

Fedor Dostoevskij, con “La leggenda del grande inquisitore”, contenuta ne I fratelli Karamazov, immagina che Cristo ritorni sulla terra. Appare a Siviglia, negli anni dell’Inquisizione, mentre si bruciano gli eretici “con grandiosi autodafé”. Dostoevskij immagina che Gesù scelga di tornare proprio quando il cardinale grande inquisitore “ad majorem Dei gloriam aveva fatto bruciare quasi un centinaio di eretici”.

Dostoïevski
Fiodor Dostoïevski

Tutti riconoscono il Cristo, dice Dostoevskij, anche il grande inquisitore che si trova a osservare la scena della resurrezione. Fa immediatamente imprigionare Gesù, e non perché lo consideri un millantatore, una specie di prestigiatore che ha ingannato chissà come la folla, ma proprio perché è convinto che sia il redentore.

Per Dostoevskij il ritorno del Cristo si scontra con una particolare forma di incredulità. Non che Egli non sia il redentore, ma che gli uomini non siano in grado di sostenere la libertà che è venuto a portare. Alla domanda di Luca, Dostoevskij dà una risposta sconcertante: Cristo troverà la fede – “tutti lo riconoscono” dice il romanziere – ma non tutti accetteranno la libertà che è venuto a portare. Ma per Cristo, solo attraverso la libertà, è possibile l’amore.

Le sue verità fuori alla porta di casa

Cosa possiamo imparare dal modo in cui grandi autori hanno immaginato il ritorno di Cristo sulla terra? Prima di tutto che la modernità e la contemporaneità ci mettono di fronte a ciò che la teologia ha sempre chiamato le questioni ultime o le domande essenziali. Flaiano, Michelstaedter, Tolstoj, Dostoevskij e altri, ciascuno a suo modo, ci dicono che nonostante tutte le apparenze contrarie, nonostante tutte le ironie e le demistificazioni, la verità evangelica mantiene per noi tutta la sua forza e la sua attualità. 

Quando Cristo batte alle nostre porte – e questo avviene molto più spesso di quanto crediamo – noi ci limitiamo a far entrare nelle nostre case il suo nome e lasciamo fuori le sue verità che sono la pazienza, il perdono, l’amore. In fondo è soltanto l’amore che le raccoglie e le riassume tutte.

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