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Conoscete l’opera straordinaria di padre Pedro Opeka?

OPEKA

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Maria Paola Daud - pubblicato il 25/10/21

Un eroe argentino nominato al Nobel per la Pace grazie al suo grande lavoro tra uno dei popoli più emarginati del Madagascar

Padre Pedro Pablo Opeka è nato a San Martín, Buenos Aires (Argentina), figlio di immigrati sloveni. Nel 1945 suo padre, Luis Opeka, dalle profonde convinzioni cristiane, venne arrestato dai comunisti di Tito e condannato a morte per fucilazione (il regime di Tito in Yugoslavia obbligava i cristiani a rinunciare alla loro fede, e molti di loro si auto-esiliarono in Argentina). Riuscì a fuggire e si diresse verso l’Italia, dove conobbe la sua futura moglie, Maria, prima di partire per l’Argentina.

Pedro Opeka è cresciuto nelle strade di un sobborgo di Buenos Aires. A sei anni, un Venerdì Santo, sua madre lo ha visto con una spada di legno in mano.

“Dove vai?”, gli ha chiesto.

“Vado a cercare quelli che hanno ucciso Gesù”.

Pedro ha vissuto a Ramos Mejía e ha compiuto il noviziato con i fratelli di San Vincenzo de’ Paoli a San Miguel. Ha poi studiato Filosofia in Slovenia e Teologia in Francia. Il 28 settembre 1975 è tornato a Buenos Aires per essere ordinato sacerdote nella basilica di Luján. È stato subito inviato in Madagascar, come parroco di Vangaindrano, sulla costa sud-orientale dell’isola.

“La mia vita in Madagascar si divide in due capitoli: i primi quindici anni lungo la costa sud-orientale, in un luogo selvaggio, poi sono andato nella capitale, Antananarivo”, ha riferito in un’intervista concessa a Página12.

FATHER OPEKA

A Vaningrado è rimasto per 15 anni, animando la parrocchia e cercando di guadagnarsi l’affetto della gente, visto che, come ricorda, il fatto di essere bianco era il suo primo ostacolo. C’erano stati troppi anni di soggiogamenti, repressioni e stragi perché una comunità africana accettasse la presenza di un membro di quella razza del terrore. Il sacerdote ha trovato in una delle sue passioni, il calcio, il modo per arrivare a quel popolo un po’ ostile con i “bianchi”.

“Mi sono messo a giocare a calcio con la gente”, ricorda. “La domenica dopo la Messa mi venivano a cercare per portarmi sul campo e giocavo con loro. Questo li ha sorpresi moltissimo. Che ci faceva un bianco che giocava con un nero?, si chiedevano. Lì è nata una nuova immagine: correndo eravamo uguali, con le stesse possibilità. E sono diventato anche il goleador della squadra”.

FATHER OPEKA

Dopo il calcio lavorava per sopravvivere nei campi di riso insieme ad altri 5 giovani missionari sloveni, perché “per lottare efficacemente contro la povertà dobbiamo predicare con l’esempio”. In quel periodo padre Pedro ha contratto il paludismo e la parassitosi, che lo hanno costretto a vari ricoveri in ospedale. Per questo, con il cuore spezzato, è stato mandato nella capitale del Paese per curarsi e e farsi carico della formazione dei futuri sacerdoti malgasci.

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madagascarmissionario
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