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Sette preconcetti (errati) sulla castità

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Mathilde De Robien - pubblicato il 18/10/21

Alex Deschênes, specialista nella Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II e fondatore di Ignis, un organismo canadese dedito all’accompagnamento nella vita affettiva, ha consegnato ad Aleteia delle pepite per aiutare nel discernimento amoroso. Tra questi sta la trasparenza del cuore.

La scoperta della teologia del corpo ha rivoluzionato la sua vita quando aveva 20 anni. A sua volta, Alex Deschênes ha fatto proprie le riflessioni di san Giovanni Paolo II, e condivide in un linguaggio accessibile la sua visione del corpo e della sessualità. In particolare parla della castità non come una summa di divieti, ma come un cammino – certo arduo – che conduce alla gioia del vero amore. Scriveva san Giovanni Paolo II: 

La castità è una virtù difficile e la cui acquisizione richiede tempo; bisogna perseguire i suoi frutti e la gioia di amare che essa adduce: è però la via infallibile per la gioia. 

Per illuminare la nozione di castità, Alex Deschênes torna su un buon numero di preconcetti (sbagliati). 

1Non avere rapporti sessuali

La castità non si riduce a “non avere rapporti sessuali”. La castità significa «dire la verità col proprio corpo in tutte le circostanze». Giovanni Paolo II diceva che la castità «è la trasparenza dell’amore». Una maniera di amare in modo autentico, da padrone del corpo non soggiogato dai desiderî. 

2Frustrati

La castità non significa essere frustrati: essa impegna la persona a rifiutarsi di fare dell’altro un oggetto per il proprio piacere. Se in una coppia una sola delle due persona aspira ad essere casta, l’altra dovrebbe sentirsi chiamata ad amare l’altra così com’è, coi suoi valori e le sue scelte, e a rispettare il suo cammino. «Una prova d’amore che fa emergere il meglio di sé», ritiene Alex Deschêne. «Non abbiate paura quando l’amore richiede il sacrificio», avvertiva Giovanni Paolo II. 

3Rapporti prematrimoniali

La castità non si limita alle relazioni che precedono il matrimonio: anche le coppie sposate sono chiamate a vivere la castità nel matrimonio, nel fatto di donarsi nel corpo in maniera sincera e totale. 

4Desiderî

La castità non significa non sentire più desiderî: «Uno che non ha più desiderî di alcun tipo non è più puro… è morto!». Il desiderio è un dono di Dio. Dio mette il desiderio nel nostro cuore. Egli non vuole sopprimere i nostri desiderî, vuole invece “infiammarli” perché siano più forti ma anche più puri. 

5Privazioni

La castità non ha per scopo di privarci di cose, bensì di condurci ad amare. È normale, in una relazione amorosa, che ci siano fortissimi desiderî di intimità fisica, e scegliere di attendere è una vera sfida. È però anche «un modo di alimentare un tesoro», un tesoro tanto più bello se è voluto e atteso. Alex Deschêne fa l’esempio di un’ascensione in montagna. Non si gioisce della visuale allo stesso modo, se si è saliti a piedi o in teleferica. Senza sforzo «si dà un’occhiata e si torna a valle», senza prendere veramente coscienza del dono che ci è fatto. 

6No

La castità non è un “no”: essa è anzitutto un “sì” (alla dignità dell’altro) donde derivano diversi “no”. «Essa è una scelta totale della persona che sacrifica tutto il resto». 

7Disprezzo

La castità non è disprezzo del corpo e della sessualità. Essa consiste nell’«integrare i desiderî per farne una forza dell’amore: un amore gratuito, incondizionato, fecondo e totale». 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

Tags:
castitàgiovanni paolo IIsessosessualitàteologia del corpo
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