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902 chilomentri e 51 giorni di cammino: 5 amici “Belfortissimi” a Santiago

BELFORTISSIMI

Foto di Giulia Compierchio

Annalisa Teggi - pubblicato il 07/10/21

Una storia di grande amicizia più forte della pandemia. Ce la racconta la mamma che li ha accompagnati: "I cammini lunghi sono la perfetta metafora della vita: attraverso momenti di sconforto, di sofferenza, di noia e nostalgia si può scoprire la forza della condivisione".

Semi piantati al buio

Fin dalle primissime settimane di pandemia quasi tutti ci siamo chiesti: “Ne usciremo migliori o peggiori?”. Era solo una domanda astratta che doveva ancora confrontarsi con il peso di un’emergenza complessa e protratta. Oggi – a 20 mesi dal primo lockdown – ci guardiamo attorno e il panorama è ancora molto desolato, incognito, amaro. Eppure è anche possibile vedere segni di chi fin da subito – forse anche oltre una chiara consapevolezza – ha piantato semi al buio.

Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. – Giovannino Guareschi

Le domande astratte fanno perdere tempo, soprattutto quando ci sono da stanare piccole-grandi storie di chi – senza essere Batman o Elon Musk – ha scommesso e rischiato qualcosa per non buttare tutti questi mesi nel bidone del “destino crudele”. Ogni vita, in fondo, è un seme piantato al buio. Di questa storia sono protagonisti cinque pianticelle già belle e robuste, piantate in un fazzoletto di terra tra Toscana e Marche e partiti alla volta di Santiago.

Belli e forti, anzi Belfortissimi

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Belforte all’Isauro è un comune di circa 700 abitanti in provincia di Pesaro Urbino. Quasi quasi fa pensare alla contea degli Hobbit di Tolkien. Il collegamento viene spontaneo perché anche a Belforte è nata una compagnia di amici che negli ultimi mesi si è messa in viaggio, ma già in precedenza aveva fatto cose degne dell’estro di Bilbo Baggins.

Belfortini è il nome degli abitanti di Belforte all’isauro. Ma nessun ragazzo tollera i diminutivi, da giovani si ha la certezza assoluta che la vita non deve essere niente meno che un superlativo assoluto. E allora hanno deciso di chiamarsi Belfortissimi. Sono Manuel, Cristiano, Marco, Davide e Adam. Hanno tra il 16 e i 18 anni e come tutti i ragazzi sono in cammino per capire chi saranno e se si può essere felici, qui e ora.

Da Belforte a Santiago con una joelette

Molti quotidiani hanno rilanciato l’impresa che i Belfortissimi hanno compiuto tra giugno e agosto: 50 giorni di cammino per percorrere i 902 km del cammino di Santiago. L’hanno fatto insieme e portando una joelette, una sedia monoruota che serve alle persone disabili per praticare i sentieri di montagna. Questo ha consentito a Marco, affetto dalla distrofia muscolare di Duchenne, di essere protagonista insieme ai suoi amici di questa camminata.

BELFORTISSIMI, SANTIAGO

Non è un viaggio che s’improvvisa. Perché l’hanno fatto? Ne ho parlato (a dire il vero ho avuto il privilegio di ascoltare, soprattutto) con Michela Mauri che è la mamma di Marco e di Cristiano. Due quinti dei Belfortissimi sono suoi figli biologici, i restanti tre quinti sono diventati di fatto una famiglia allargata. Dietro i Belfortissimi c’è il suo zampino. Lei ha accompagnato i ragazzi nel cammino di Santiago, portando con sé anche il suo terzo figlio, Ludovico di 3 anni.

Intuisco che Michela non gradirebbe essere messa troppo al centro della scena, ma si merita il ruolo del filo di platino. Mi spiego, è T. S. Eliot a fare questo esempio:

Vi inviterò perciò a considerare questo esempio suggestivo: la reazione cioè che si verifica quando si introduce un pezzetto di sottile filo di platino in un ambiente contenente ossigeno e biossido di zolfo. Quando i due gas che ho menziona­to vengono mescolati alla presenza di un filamento di platino, essi formano dell’acido solforico. La combinazione si verifica solo in presenza del platino, e ciononostante nell’acido che si è formato non c’è traccia di platino.

Da Il bosco sacro

Michela è stato ed è l’innesco invisibile dei Belfortissimi. Il grande traguardo che è aver percorso il cammino di Santiago (portando una joelette, ma soprattutto condividendo 50 giorni di rapporti stretti, fatiche, imprevisti) parte da lontano, dal 2016. Ed è una storia che merita di essere raccontata.

Un dono da restituire

Tutto parte da un dono. Nella chiacchierata fatta con Michela una delle parole usate più spesso da lei è stata ‘restituzione’, nell’accezione entusiasta di chi non può tenere per sé il buono e bello che si è ricevuto. Nel caso particolare, il dono è proprio concreto: nel 2016 la famiglia di Michela riceve una donazione in denaro. Poteva essere solo un bell’imprevisto, ma è diventato altro, come racconta Michela:

E’ stata una bella responsabilità e io ho cercato di restituire questo bene ricevuto. Perciò ho chiamato nella sala consiliare di Belforte tutti i ragazzi del paese, che vanno dagli 11 ai 25 anni, e ho messo a loro disposizione questi soldi. L’unica clausola che ho posto è che quei soldi dovevano essere usati per fare qualcosa. Lì sono nati i Belfortissimi. Per prima cosa hanno organizzato una cena medievale nel castello di Belforte. Hanno pensato a tutto, dalla spesa alla cucina. Hanno anche riattivato il forno comune del nostro paese. Sono stati camerieri della serata e hanno servito 80 persone. Ci si lamenta sempre un po’ dei giovani, da sempre sono additati come nullafacenti, poco interessati alla attività della comunità. Ecco invece di cosa sono stati capaci.

Siamo ancora ben lontani dalla pandemia, eppure è qui che un seme viene piantato al buio. Ci sono gesti, occasioni, imprevisti di cui siamo parte semi-consapevole. Ci mettiamo il nostro zampino, siamo fili di platino che innescano qualcosa il cui frutto, talvolta, va oltre i calcoli stretti della nostra testa (per fortuna!).

Un gruppo di giovani che cucina, serve a tavola e organizza una serata medievale per il proprio paese: siamo creature ‘compagnevoli’ – dice Dante. Una cena è il primo passo della restituzione, che diventa dono a sua volta.

“Io non so fare niente di niente”

L’anno successivo sono stati protagonisti di un altro evento. Mio figlio Marco gioca a hockey in carrozzina e un suo compagno di squadra aveva bisogno di un generatore speciale che permettesse al suo respiratore di funzionare anche in assenza di elettricità. Per noi è stata una scintilla e un’occasione per riunire i Belfortissimi, proponendo loro di dare una mano a questo ragazzo. Dopo aver raccolto varie idee, ci siamo inventati un’asta di beneficienza molto particolare.

Il racconto di Michela passa a introdurmi un altro tassello davvero bellissimo di questa storia di amicizia, che procede senza pianificazioni a tavolino ma spinta da occasioni che la realtà mette all’improvviso sul tavolo. L’idea di un’asta di beneficienza non è una novità. Eppure nel caso dei Belfortissimi è diventata più dell’organizzazione di un evento.

I ragazzi non hanno messo all’asta dei beni materiali, ma proprio se stessi. Ci siamo seduti e a ognuno è stato chiesto: tu cosa sai fare? Risposta comune di tutti: io non so fare niente. Uno di loro ha detto: “Io non so fare niente di niente, al massimo posso fare compagnia a qualcuno per un’ora”. Benissimo: un’ora in compagnia di Alessandro, base d’asta 3 euro. E a partire da questo ciascuno ha messo il suo. Uno si è offerto di suonare i campanelli di notte ai vicini antipatici, mio figlio Marco si è offerto di aiutare le signore a fare la spesa perché può attaccare le borse alla sua carrozzina, Davide (l’over del gruppo) ha messo a disposizione la sua ricetta segreta per conquistare una donna. Un taglio d’erba, una torta di compleanno, ecco altre cose messe all’asta.

RING, DOORBELL

L’idea di quest’asta racconta qualcosa di enorme. Si parte da un ragazzo che dice “io non so fare niente” e si arriva a ragazzi che riconoscono innanzitutto di esserci, capaci di suonare campanelli, fare compagnia, tagliare l’erba. Non sei niente – anche questo è un seme enorme da piantare continuamente al buio. Ed ero piena di gratitudine nell’ascoltare come Michela ha concluso il racconto di questo momento:

L’asta è stata una svolta. La premessa che ci siamo dati è stata quella di non bocciare nessuna idea: se un ragazzo si espone, si concede e tu intervieni dicendo che quella cosa non va bene, lo perdi. Quando Alessandro ha sentito che un’ora della sua compagnia era una cosa grande gli si è dilatato il petto. L’aveva buttata là come la cosa più infelice possibile. Da niente che si sentiva, ha percepito di essere importante. E un momento importante è stata la consegna della somma raccolta al ragazzo che aveva bisogno del generatore. La restituzione, cioè il dono per i Belfortissimi, è stato vedere gli occhi di questo ragazzo.

18 anni in lockdown

Il Covid è entrato a gamba tesa anche a Belforte all’isauro, costringendo i ragazzi all’isolamento e alle rinunce che tutti abbiamo conosciuto da 20 mesi a questa parte. L’ipotesi del cammino di Santiago, però, è maturata proprio durante il periodo dei lockdown perché buona parte dei Belfortissimi compiva 18 anni proprio in questo tempo amaro e apparentemente avaro di opportunità.

L’idea è stata lanciata da mamma Michela:

C’è stato il primo lungo lockdown e i miei figli, dopo più di due mesi chiusi in casa sono usciti in giardino il 9 maggio 2020 per festeggiare il 17esimo compleanno di Marco. E’ stato vedendoli lì che mi sono detta: caspita, Marco e i suoi amici il prossimo anno compiono 18 anni. E’ un’età simbolica, carica di aspettative, ma anche concretamente importante perché si può andare a votare, si può prendere la patente. Marco non può prendere la patente, che brutto. S’intuiva già che il Covid non sarebbe sparito presto dalle nostre vite. Mi sono messa a pensare e alla fine mi è venuta un’idea: proporre a Marco e ai suoi amici di festeggiare il 18esimo compleanno facendo il cammino di Santiago.

Proprio Marco, però non l’ha presa bene, ma anche in questo caso ha ribaltato la prospettiva offrendo una nuova lettura anche dell’avventura che poi sarebbe decollata.

Marco non ha reagito in modo entusiasta. Sapeva di cosa si trattava perché nel 2016 avevo già fatto quel cammino insieme a lui e Cristiano, portando Marco su una sedia a rotelle manuale. “Perché ce l’hai tanto con questo cammino di Santiago? Una settimana al mare no?” – mi ha detto.

Però poi ha rilanciato la cosa dicendomi di chiederlo ai suoi amici, se loro avessero risposto di sì sarebbe venuto anche lui. Mi ha ricordato una cosa sui giovani, non è importante dove andiamo o cosa facciamo, ma con chi siamo. Questo è ciò che è stato tolto loro in tempo di pandemia, non la socialità in modo generico ma il loro criterio di vita più vivo: con chi sto.

Ho proposto agli amici di Marco il cammino di Santiago e loro mi hanno risposto sì senza neppure pensarci. E quando l’ho riferito a Marco lui ha sorriso.

Santiago e la patente per essere felici

Ora noi abbiamo sotto gli occhi la parte più visibile e luminosa di questa impresa: sappiamo che questi 5 ragazzi hanno portato a termine un cammino lungo, impegnativo, unico. Hanno percorso 902 chilomentri in 51 giorni portando una joelette.

Il cammino di Santiago è diventato realtà: i ragazzi sono partiti il 19 giugno 2021. Il 22 giugno erano in Francia a Saint-Jean-Pied-de-Port e da lì hanno attraversato tutta la Spagna, raggiunto e oltrepassato Santiago fino ad arrivare a Finisterre.

Ci hanno messo 50 giorni. Tra le cose che rendono unica questa impresa c’è il fatto che questi ragazzi hanno fatto il cammino di Santiago con la joelette senza darsi il cambio. La joelette si porta in 4, loro erano in 4 e l’hanno portata dall’inizio alla fine. E’ stata anche un’impresa sportiva.

BELFORTISSIMI, SANTIAGO

Ma la parte davvero poderosa e coraggiosa è accaduta prima. Perché un cammino così impegnativo non s’improvvisa e, anzi, moltissimi sassolini imprevisti potrebbero mandarlo all’aria. Innanzitutto occorreva prendere la patente, per la joelette. I 5 Belfortissimi hanno trascorso l’inverno e la primavera 2020/2021 a fare allenamento e addestramento per poter portare questa sedia monoruota speciale. E poi hanno anche costruito un sito per raccogliere fondi per finanziare il loro cammino.

Mamma Michela, a lato e invibisibile come il filo di platino, ha osservato i ragazzi:

Pian piano dopo ogni incontro il progetto prendeva sempre più forma. Diventava sempre più realizzabile, nonostante fossimo in pandemia mondiale. In loro ha funzionato, perché ha attivato un desiderio: “Ok, siamo chiusi, siamo lontani, non possiamo vederci, ma intanto possiamo costriure insieme questo progetto per il prossimo anno”. Si sono appassionati, sono rimasti vivi, pensando a quest’idea. Questo progetto ci ha regalato un inverno meraviglioso.

I ragazzi hanno realizzato un sito internet, l’hanno collegato a una pagina Facebook e a un profilo Instagram. Nel giro di due messi hanno fatto un crowdfunding riuscendo a raccogliere i soldi necessari per affrontare il viaggio. E’ stato meraviglioso perché per fare questo hanno imparato a presentarsi alle aziende, alle associazioni. In prima battuta erano un po’ timidi, molto telegrafici, navigavano a vista. Poi hanno preso dimestichezza e va detto che la comunità di Belforte li ha sostenuti, in tanti si sono innamorati di questo progetto.

Belfortissimi on the road

Manuel, Cristiano, Marco, Davide e Adam sono partiti il 19 giugno 2021 da Belforte per intraprendere sul serio il cammino di Santiago, percorso francese. Sulle loro spalle uno zaino con le cose essenziali. Michela era con loro:

La cosa più preziosa che i ragazzi hanno portato con sé durante il viaggio è se stessi. Io ero presente e il mio ruolo era a margine. Dovevo prestare la cura a Marco, affinché la mattina fosse pronto per cominciare il cammino in joelette. Ogni giorno c’erano imprevisti, problemi tecnici e c’erano anche le resistenze di tutti. Per nessuno è facile camminare anche se si è soli. Camminare insieme ad altre persone, senza possibilità di allontanarsi perché per portare la joelette bisogna stare lì, è ancora più tosto. Sicuramente sono stati messi alla prova. Erano sotto sforzo fisico, mentale ed emotivo. Sono stati incredibili.

902 chilometri da macinare portando una joelette, 50 giorni insieme senza poter ‘scappare’. Montale disse che l’unica cosa bella da aspettarsi da un viaggio sono gli imprevisti. Ce ne sono stati? Tantissimi ogni giorno, mi racconta Michela.

Quando entravamo nelle parentesi di sofferrenza, io reagivo da adulta. Loro invece hanno sempre mantenuto un atteggiamento bucolico, la buttavano sul ridere. Con la leggerezza sono riusciti non solo a superare i problemi, ma a farlo anche meglio di me. Ho imparato tanto. In un certo senso sono stati costretti al contatto e a portare sul campo le loro competenze, a spendere qualità che nemmeno credevano di avere. Ho avuto il privilegio di guardare tutto questo da una posizione laterale.

Sono rimasti fuori casa per 51 giorni e sapevo perfettamente che i cammini lunghi sono un’impresa non solo dal punto di vista fisico, ma sono la perfetta metafora della vita: attraverso momenti di sconforto, di sofferenza, di noia e nostalgia si può scoprire la forza della condivisione. La vita è questo, è un mettersi in discussione e andare a tentativi. Il mio obiettivo non era neppure arrivare a Finisterre, ma quello di far loro un regalo importante per i 18 anni. Volevo lasciare nello zaino della loro vita un’esperienza. E un’esperienza è qualcosa che cambia col tempo, oggi loro vivono questo viaggio con una certa risonanza nel cuore e nella testa, ma quando saranno più grandi la ricorderanno e innescherà altre reazioni e riflessioni.

Ringrazio Michela Mauri di questo racconto a cuore aperto: una storia di gente normalissima, in un fazzoletto di terra italiana di 700 anime o poco più. Anime, appunto. Le lamentele stanno a zero di fronte a una testimonianza così disarmante. Lì dove siamo ci è chiesto di esserci, di piantare i piedi e il cuore nel nostro pantano quotidiano. Non è solo fango e fatica. Ci sono anime fresche e in attesa di poter fiorire anche sotto un cielo nuvoloso.

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